ABBAZIA DI SAN VINCENZO AL FURLO

Con la cittadina di Acqualagna alle spalle e la Gola del Furlo che pian piano si avvicina, non si può non notare una costruzione che fa capolino sulla destra. E’ impossibile che l’occhio non vi cada. La pietra locale con la quale è stata realizzata, bianchissima, spicca sul verde acceso del paesaggio nel quale essa è immersa come avorio su un panno nero. Ci troviamo al cospetto dell’ Abbazia di San Vincenzo al Furlo.

Chiesa di san Vincenzo al Furlo

Chiesa di san Vincenzo al Furlo

L’occhio distratto è testimone bugiardo.

Fuori mano, lontano dall’abitato più importante, dall’aspetto disadorno. Giusto qualche casa e un chiosco di piadine a fargli compagnia. Sì, è innegabile: questo luogo di culto appare ad una prima occhiata come una semplice chiesa di campagna. E’ solo uno sguardo attento che può suggerirci la vera natura di questo edificio.

Portale, particolare

Portale, particolare

E’ sulla ampia facciata a capanna, appena sotto la monofora di origine quattrocentesca, che troviamo l’indizio: il portale ad arco a tutto sesto. La lunetta un tempo affrescata, e poi l’architrave, splendidamente decorato a motivi fitomorfi e sovrastato da una cornicione romano. Decisamente troppa roba, per una chiesetta qualsiasi.

E infatti, l’ Abbazia di San Vincenzo al Furlo non è luogo di culto qualunque. Vecchi volumi raccontano addirittura di un monastero fortificato, di cui oggi, purtroppo, molte parti sono andate perdute.

Non è difficile, osservando l’edificio dall’esterno, ipotizzare la presenza in origine di un’ulteriore navata, navata che non ha saputo resistere alle angherie dell’uomo e del tempo.

Abbazia di San Vincenzo al Furlo, uno sguardo all’interno.

Entrando ci si tuffa in un ambiente scuro, raccolto, appena illuminato dal chiarore del giorno che a stento filtra all’interno attraverso le alte e strette finestre.

Gettando lo sguardo all’insù, ci si sente piccoli in questa struttura incredibilmente slanciata. Soprattutto si nota un soffitto davvero particolare: esso, infatti, si presenta per un terzo a capriate mentre le due campate restanti sono realizzate con volte a botte.

Enormi lastre di pietra, risalenti ad epoca romana, vanno a comporre il pavimento.

Una scalinata stretta e angusta, composta di quindici gradoni, accompagna il visitatore fino al presbiterio rialzato. Salendo, il cambiamento di luce è repentino. Una metafora neppure troppo sottile sull’ascesa verso il divino.

Attorno all’altare si fanno notare affreschi quattrocenteschi di scuola umbro-marchigiana. Opere dove spiccano figure di santi e madonne. A destra un vano caratteristico, probabilmente utilizzato come sagrestia, arrivato indenne ai giorni nostri.

La cripta.

Alla cripta, la parte più antica e suggestiva dell’Abbazia di San Vincenzo al Furlo, si accede tramite due aperture poste ai lati della gradinata, un arco romanico sulla sinistra e uno gotico sulla destra.

Sono sei le colonne che sorreggono il presbiterio sovrastante. Alcune presentano bassorilievi stilizzati di ispirazione bizantina.

L’altare sarcofago, posto al centro del poco illuminato vano, porta ancora memoria delle sacre reliquie che custodì: quelle, appunto, di San Vincenzo. I resti mortali di quello che fu il vescovo di Bevagna furono trasportati fin qui dagli abitanti della città umbra, in fuga dalla ferocia che i longobardi presero a riversare sul loro territorio.

Abbazia di San Vincenzo al Furlo: la storia.

Il luogo di culto fu edificato sui resti di un tempio pagano, probabilmente attorno al VI secolo. La sua storia fu in principio baciata dalla fortuna. Ciò fu dovuto in prevalenza a due fattori: il cospicuo numero di monaci e la sua posizione.

L’abbazia trova ubicazione nelle immediate vicinanze della Gola del Furlo, oggi luogo paradisiaco e meta ideale per gli amanti della vita all’aria aperta, ma in passato un vero e proprio inferno in terra. Il passo era via obbligata per chi da Roma volesse raggiungere Rimini. Un bel problema se consideriamo ladri, briganti e assassini che qui si rifugiavano in gran numero e che pur di appropriarsi degli averi dei viandanti non esitavano a toglier loro pure il bene più prezioso: la vita.

Non tutti riuscivano a superare la forra. Coloro uscivano indenni da questo tratto di Flaminia, luogo assolutamente da incubo, erano soliti lodare Dio, e quasi mai dimenticavano di esprimere gratitudine finanche ai suoi rappresentanti attraverso cospicue offerte in denaro.

Una rovinosa caduta.

La ricchezza, tuttavia, fu male amministrata. Ne è prova un documento datato 970, dove emergono tutte le difficoltà economiche e morali del monastero. Lo scritto attesta infatti la vendita delle spoglie di San Vincenzo in cambio di un ragguardevole incasso.

Il forte introito e l’imporsi di figure carismatiche come San Romualdo e San Pier Damiani, sancirono il rifiorire del luogo sacro, che divenne una potenza politica ancor prima che religiosa. La rinnovata forza dette modo ai monaci di competere con la Cagli per il possesso di alcuni castelli. Fu tuttavia proprio questa disputa, due secoli più tardi, a segnare un punto di non ritorno: le fiamme appiccate dai cagliesi devastarono l’ Abbazia di San Vincenza al Furlo.

L’edificio venne ricostruito nel 1271, ma gli antichi fasti erano oramai un ricordo lontano.

Il colpo finale fu assestato nel 1439, allorché Papa Eugenio IV diede ordine di incorporare il monastero alla Mensa capitolare di Urbino.

La Cripta dell' Abbazia di San Vincenzo al Furlo

La Cripta dell’ Abbazia di San Vincenzo al Furlo

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