Annibale e la Seconda Guerra Punica (218 a.C – 202 a.C)

Se sei stato spedito qui dai motori di ricerca dopo aver digitato qualche domanda circa Annibale Barca o la seconda guerra punica, probabilmente  ora ti starai chiedendo che ci fai su un blog incentrato sulla Provincia di Pesaro e Urbino…  Be’, capisco la tua perplessità, ma sappi che – nonostante le apparenze lascino intendere tutt’altro – sei capitato nel posto giusto.

Questo articolo nasce infatti dalla necessità di fornire precise indicazioni sul contesto storico in cui si va a inserire l’epico SCONTRO DEL METAURO: le guerre tra Roma e Cartagine, appunto.

Buona lettura!

La seconda guerra punica

Alla fine delle ostilità che segnarono la PRIMA GUERRA PUNICA troviamo una Roma ben più che acciaccata. Ma se l’Urbe è intenta a leccarsi le ferite, Cartagine deve fare i conti con qualcosa di più che un qualche osso rotto: le ingenti spese supportate in ventitré anni di scontri ininterrotti e le pesanti condizioni imposte dal trattato di pace ne hanno del tutto dissestato le finanze.

Ma Amilcare, il condottiero che con il suo eroismo salvò almeno l’onore dei punici, ora è anche capo politico. E sembra disporre di un piano che consentirà alla sua Patria di tornare grande: conquistare i ricchi territori iberici, predarne le ricchezze e con queste prima rimpinguare le vuote casse statali e poi procedere al riarmo. Il fine? Colpire nuovamente l’odiata Roma.

Il Barca però non vedrà mai realizzato per intero il suo progetto: è il 229 a. C quando le acque di un fiume lo avvolgono fino ad ammazzarlo. A succedergli sarà per gli otto anni a venire suo genero e poi, quando anche questi si vedrà costretto a rendere l’anima a Dio per mano di un condannato a morte che non ne aveva affatto gradito la sentenza, il bastone del comando toccherà ad Annibale (figlio di Amilcare).

L’immagine seguente, così come le successive, è di pubblico dominio ed è stata tratta da WIKIPEDIA

Un busto dedicato ad Annibale, eroe della seconda guerra punica

Un busto dedicato ad Annibale, eroe della seconda guerra punica

Annibale Barca: molto più di un uomo, qualcosa meno di una divinità.

Si dice che già da bambino Annibale sia animato da un livore senza pari nei confronti di Roma, un rancore profondo, probabilmente trasmesso lui da quel padre, Amilcare, che a nove anni lo chiama a sé e, dinnanzi alcuni oggetti sacri, fa lui giurare odio eterno alla potenza rivale.

Annibale può ancora contare le primavere trascorse sulle dita delle mani, quando il genitore lo avvia alla vita militare e lo conduce a guerreggiare nei territori dell’odierna Spagna. E’ giovane, eppure sui campi di battaglia pare avere già l’esperienza d’un veterano e la furia di una fiera assetata di sangue. Una carriera militare sfolgorante la sua, che conoscerà il suo culmine quando – a ventisei anni – l’esercito lo acclamerà come comandante supremo.

Ci vogliono due anni, passati a vincere battaglie e sottomettere popoli, perché Annibale possa dire di aver donato a Cartagine i territori iberici a sud del fiume Ebro. E ora, dopo aver fatto della vittoria un evento quotidiano, il condottiero si sente pronto per misurarsi con tutta la potenza di Roma, per restituire con gli interessi al nemico giurato tutte le umiliazioni che la sua Patria è stata da questo costretta a subire.

Il primo guanto di sfida lanciato da Annibale all’Urbe, per non dire una provocazione vera e propria, si chiama Sagunto.

Annibale giura odio ai Romani. Tela settecentesca di Claudio Francesco Beaumont

Annibale giura odio ai Romani. Tela settecentesca di Claudio Francesco Beaumont

Una vendetta chiamata ‘presa di Sagunto’

Le ricchezze conquistate nella penisola iberica danno ai punici nuova energia. Annibale ora è pronto per muovere il prossimo passo, consapevole che questo coinciderà con un vero e proprio punto di non ritorno.

Annesse tutte le terre che il trattato di pace gli concede di poter far sue, il condottiero se la prende con i saguntini, storici alleati di Roma. Stringe d’assedio la città e i rivali che fanno? Nulla, se ne stanno lì a grattarsi la testa, inviano ambasciatori, si perdono in mille discorsi e in altrettante ipotesi. Sagunto tenta di resistere eroicamente, invia ripetute richieste di soccorso, ma dai romani arrivano solo parole e vaghe promesse. Ci vogliono otto mesi perché le porte della tenace alleata dell’Urbe si spalanchino e lascino filtrare la mortale furia cartaginese.

Un vittoria che per il Barca vale molto più di una città e di un impressionante bottino: in un sol colpo è riuscito a riavvicinarsi con i propri alleati più tiepidi e a spaventare le popolazioni che confidano nell’aiuto di Roma.

Una pessima figura quella che invece è toccata di fare ai romani, una cocente sconfitta politica che costoro ora vogliono lavar via col sangue delle genti di Annibale. Ma questi signori, come si dice, hanno fatto i conti senza l’oste. Anzitutto terra di scontri non sarà la penisola iberica, ma la loro Italia. E, al contrario di quanto si aspettano, non vedranno Annibale arrivare su una qualche imbarcazione: egli ha tutta l’intenzione di giungere alla meta attraverso le Alpi. Oltrepasserà le impervie montagne portando con sé un formidabile esercito, un esercito dove si parla un’incredibile varietà di lingue e si sente perfino qualche barrito d’elefante.

Ultimi giorni di Sagunto. Francisco Dominguo Marqués, 1869.

Ultimi giorni di Sagunto. Francisco Dominguo Marqués, 1869.

L’Italia in fiamme

E’ fortissima l’eco che la presa di Sagunto si è lasciata dietro. Tanto forte che le tribù della Pianura Padana, ringalluzzite dalla debolezza mostrata da Roma, si ribellano con ferma decisione. La situazione assume tinte così drammatiche che Publio Cornelio Scipione è costretto a dirottarvi le legioni destinate ad intercettare l’avanzata del comandante cartaginese, che ora ha campo (quasi) libero.

Il primo scontro tra il console e Annibale ha luogo sulle sponde del Ticino. E’ il secondo ad avere la meglio. Per Roma tuttavia non si tratta di una vera e propria disfatta, la buona prudenza l’ha resa piuttosto una battaglia persa ai punti. A preoccupare è però il tradimento dei Galli, che vista la superiorità dei punici vi si sono uniti in un clamoroso cambio di fronte. Che le alleanze non siano poi così solide?

Il comandante romano, ferito, evita assennatamente di rispondere alle provocazioni del rivale e si rifugia dalle parti del fiume Trebbia, dove fa erigere un accampamento fortificato. Lì lo raggiungono due legioni poco esperte comandate dall’altro console Sempronio Longo.

Ed è proprio Sempronio Longo a cadere nel tranello. Annibale ha infatti dato ordine alla cavalleria numida di infastidire i nemici con ripetuti lanci di frecce. L’inesperto comandante romano, assetato di sangue e gloria, fa inseguire i numidi da tutti i suoi soldati a cavallo. E dietro questi muove buona parte della più lenta fanteria. L’esercito di Sempronio si getta nella mischia disordinatamente, diviso. Che sorpresa deve essere stata lo scoprire i 30.000 cartaginesi nascosti poco più in là, ordinatamente disposti per la battaglia!

Dei soldati guidati dal poco avveduto console, solo uno su quattro riuscirà a portare a casa la pelle. Per Roma è una ecatombe. Per il Barca una vittoria eclatante.

Annibale attraversa il Rodano. Opera di Henri Motte 1878

Annibale attraversa il Rodano. Opera di Henri Motte 1878

La mattanza continua

Anno nuovo e, come da tradizione, consoli nuovi. Scipione e Sempronio Longo vengono sostituiti da Gaio Flaminio e Gneo Servilio Gemino. Ma lo spartito non cambia, la musica resta quella ideale per fare da sottofondo alla tragedia.

Il 217 a.C. si apre per Roma nel peggiore dei modi. Dalle parti del Lago Trasimeno, le truppe di Gaio Flaminio stanno muovendo contro quelle dell’avversario. Ma non hanno nemmeno il tempo di mettersi in formazione: è uno scherzo da prete quello giocato loro dai punici, un tiro mancino buono a seminare morte. I romani sono infatti ancora incolonnati per la marcia, quando si vedono piombare addosso dalle colline il nemico già disposto per la battaglia. E la via di fuga è chiusa dalle acque. E’ pura devastazione, un gioco al massacro del quale la storia non conosce precedenti. L’Urbe è sotto shock, sconvolta fin nel midollo.

Cambiano le teste al comando militare, e la nuova strategia – parecchio invisa al popolo e alle classi dirigenti – pare essere una sola: attendere l’arrivo di tempi migliori prima di gettarsi nuovamente in battaglia.

Le stagioni si susseguono e di vendette proprio non se ne vedono, neppure se ne sente vagamente il profumo. Ed è per questo le genti dell’Urbe accolgono la successiva elezione a console dell’interventista Varrone con un boato d’approvazione. Roma, approfittando del periodo di tregua, ha rimesso insieme un esercito degno di tale nome e al nuovo capo non resta che approfittarne.

Le truppe guidate dalla zelante condottiero romano, forti di una moltitudine di ben 90.000 uomini, decidono di dare finalmente scontro in campo aperto. Il pezzo forte è la fanteria, che si presenterà a ranghi serratissimi, armata fino ai denti e con il compito di devastare al centro lo schieramento avversario.

Cartagine dispone di una quantità di mercenari che si aggira più o meno sulle 50.000 unità. Ma a un numero più esiguo di combattenti fa da contraltare la mente geniale di Annibale.

I romani riusciranno sì a sfondare lo schieramento punico al centro, ma finiranno accerchiati dalle sue ali. Le legioni si vedranno soffocare da un abbraccio mortale che ancora oggi fa scuola: è la battaglia di Canne, un capolavoro di tattica militare, una delle più grandi carneficine della storia. E a farne le spese, ancora una volta, i romani: se ne salveranno appena un qualche migliaio.

Ora nella splendida città nata attorno al Tevere serpeggia l’inquietudine, un sentimento davvero prossimo al terrore.

Annibale a Canne. Incisione di H. Leutemann contenuta nel libro Rom di Wilhelm Wagner

Roma stringe i denti . Sarà capace di alzare nuovamente il capo?

L’Urbe è alle corde, gli uomini più fidati di Annibale suggeriscono lui di rompere ogni indugio e marciare a tappe forzate verso di essa per metterla a ferro e fuoco. D’altra parte, il grosso del suo esercito è stato spazzato via in quel di Canne, e nella battaglia buona parte della classe dirigente accorsa per cogliere gloria e prestigio ha invece trovato il sonno eterno. Roma è un corpo molle mosso da una testa confusa: questo, sostengono, è il momento propizio per affondare il colpo di grazia nelle sue carni inermi.

Ma Annibale che fa? Prende tempo. No, non è improvvisamente venuta lui a mancare la spavalderia. Il suo atteggiamento è dovuto alla lungimiranza che gli è propria. Egli sa bene che il suo esercito è forte negli scontri in campo aperto, ma gli assedi sono ben altra cosa. Se ci sono voluti otto mesi per prendere la modesta Sagunto, quanto tempo occorrerà per vincere la più agguerrita resistenza romana?

Inoltre, al successo militare non si è accompagnato quello politico: Roma sta cadendo, ma buona parte dei suoi alleati si rifiuta ostinatamente di passare dalla parte dei punici. In queste condizioni, considerati i già scarsi rifornimenti che la Madre Patria è disposta ad inviargli e le vie di comunicazione rese pericolose dalle tribù a lui ancora ostili, pensare di assediare la città sul Tevere è pura follia. Annibale, sorprendendo tutti, arriva persino a proporre una pace di compromesso ai rivali. Ma agli ambasciatori non verrà neppure concesso di mettere piede entro le mura: Roma non tratta, viene detto loro.

Ma qual è la situazione in cui giace realmente l’Urbe? Tragica, in una parola. Le sue legioni sono state decimate (così come la sua classe dirigente) e le rimane un solo console. Un console tra l’altro già conosciuto e per nulla apprezzato: quel Quinto Fabio Massimo Verrucoso che in precedenza si era reso autore della tattica del prender tempo.

Nella realtà dei fatti il Verrucoso è l’uomo giusto al momento giusto, anche se particolarmente inviso ai concittadini. Egli fa appello all’unità, e invita tutti a contribuire alla causa romana. Gli aristocratici mettono sul piatto oro e denari, il popolo risponde donando la sola cosa che possiede: uomini e ragazzi da trasformare in soldati. Le nuove legioni vengono alimentate anche attraverso l’inserimento nelle sue fila di carcerati e schiavi ai quali è stata promessa la libertà.

Forse, dopo tutto, c’è ancora una speranza…

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