Atleta di Fano: tra arte e intrighi internazionali

Al termine della passeggiata panoramica della Marina dei Cesari possiamo incrociare lo sguardo, fiero ma composto, della copia dell’ Atleta di Fano. Uno sguardo rivolto al mare, forse per ricordare il suo recente passato o forse perduto nella speranzosa attesa che un qualche altro antico compagno di viaggio emerga dalle acque.

Ma chi è il Lisippo di Fano? E qual è la sua storia?

Per raccontarne è opportuno partire dall’estate del 1964, quando, dopo secoli d’immeritato oblio, la statua tornò alla luce.

Atleta di Fano - copia visibile presso il lungomare della città adriatica
Atleta di Fano – copia visibile presso il lungomare della città adriatica

L’ Atleta di Fano, il suo ritrovamento e la nuova scomparsa

Documenti e testimonianze dirette narrano che la vita del Lisippo di Fano prese avvio, per lo meno nella nostra epoca, al largo della costa, in una zona chiamata Scogli di Pedaso.

L’equipaggio del peschereccio “Ferri Ferruccio”, agli ordini del Comandante Romeo Pirani, svolgeva le consuete attività di pesca, ma all’alba di quel venerdi 14 agosto la rete si incagliò. La ciurma – composta dal Caprara, dal Ragaini, dal Ferri, dal Romagnoli, dal Rosato e dal Burasca – lavorò duro e riuscì prima a liberarla e, successivamente, a raccoglierla. Sul ponte della nave venne riversato un insolito pescato: un ammasso ordinato di incrostazioni ancorate sul bronzo di una statua priva di occhi e piedi.

Ed ecco scoperta l’antica tragedia del nostro naufrago. Una tragedia che si trasformerà da lì a breve in un “giallo” internazionale con risvolti diplomatici di non poco conto – caratterizzato da azioni legali, sentenze, ricorsi e quant’altro – e capace di rendere dirimpettaie la costa dell’Oceano Pacifico e quella del Mar Adriatico, annullando migliaia di chilometri.

Andiamo per ordine. Perdersi in questa storia millenaria è veramente un attimo.

L' Atleta di Fano nella sua versione originale.
L’ Atleta di Fano nella sua versione originale. L’esemplare si trova oggi presso il Getty Museum di Malibù (immagine di Pubblico Dominio)

In cosa, esattamente, consiste la pesca del ‘Ferri Ferruccio’?

Nel corso del IV secolo a.C , in adempimento ad una commissione ricevuta dall’Italia, il massimo scultore dell’arte ellenistica Lisippo diede alla luce l’Atleta Vittorioso (anche detto Atleta che si incorona).

Il nome deriva dalla postura espressa dalla statua che rappresenta un giovane atleta di dimensioni proporzionate alla realtà, con sguardo fiero e composto, con il braccio destro alzato e piegato tanto da consentire alle dita della mano destra di porsi all’altezza della fronte. Un atteggiamento che dice il gesto di un campione appena incoronato intento a sistemare sulla propria testa la corona di olivo selvatico in uso ad Olimpia per cingere il capo ai vincitori.

Un’altra particolarità è visibile ad un occhio attento nel collo dell’Atleta, una correzione che determina un lieve allungamento dello stesso. Ed è proprio questa specificità che consente di attribuire, con qualche certezza, la paternità dell’opera a Lisippo e non a un qualche suo allievo: solo il maestro avrebbe potuto compiere una modifica del genere.

La datazione dell’opera al 340 a.C. e la forte caratterizzazione del volto hanno indotto Antonietta Viacava ad individuare nell’ Atleta di Fano la rappresentazione scultorea di Seleuco Nicatore.

Sia come sia, l’opera fu ultimata e il giovane Alteta Vittorioso si imbarcò su una nave facente rotta verso la penisola Italica. L’imbarcazione, tuttavia, non raggiunse mai il porto di destinazione (Ancona, probabilmente) e venne inghiottita assieme all’intero carico dal vorace Mare Adriatico.

Certo il giovane Atleta di Fano, dopo essere sopravvissuto ad un’apnea lunga oltre duemila anni a settantacinque metri di profondità, un tantino Vittorioso alla vista del salvifico equipaggio del “Ferri Ferruccio” lo si sarà sentito.

Probabilmente non immaginava che la fine dei giorni bui non sarebbe coincisa – come del resto accadde anche per i BRONZI DORATI DI CARTOCETO DI PERGOLA, altra celebre opera scultorea legata alla Provincia di Pesaro e Urbino – con il primo rinvenimento.

Il gruppo scultoreo pergolese, la cui storia presenta diverse analogie con quella del nostro Lisippo

Un nuovo oblio per l’ Atleta di Fano

Ora, per qualche attimo almeno, è necessario tornare a quel lontano giorno del 1964. Abbiamo già raccontato di come il Lisippo sia stato issato sulla “Ferri Ferrucio”, quello che ancora ci manca di dire riguarda la nuova scomparsa dell’opera.

La ciurma, consapevole del grande valore del ritrovamento, fingendo noncuranza, portò il prezioso pescato a casa della signora Valentina Magi, proprietaria del peschereccio, dove rimase a lungo nel buio di un sottoscala, spiato nella sua nudità eroica da un numero crescente di sconosciuti.

A causa del continuo andirivieni di gente, nonché della particolare attenzione che poneva e pone la Guardia di Finanza al contrasto del commercio di reperti con valore storico-archeologico, i pescaroli iniziarono a cercare un nuovo alloggio per l’ Atleta di Fano. E così, nell’avvertita emergenza di occultare le preziose incrostazioni, decisero di affidare l’opera a un loro amico, Dario Felici. Questi, senza tanti complimenti, sotterrò il bronzo  nel suo campo di cavoli a Carrara di Fano.

Con aplomb signorile, senza colpo ferire e privo di una qualsiasi forma di riconoscimento, il Lisippo tornò nuovamente al buio. L’unica cosa a circolare era una sua fotografia. Anzi, questa circolò così bene da stuzzicare l’interesse di un imprenditore di Gubbio, certo Pietro Barbetti, che pagati i pescaroli vide dissotterrare la statua.

Atleta Vittorioso. Particolare del volto

L’ Atleta Vittorioso va verso l’Umbria

Pietro Barbetti e suo fratello Fabio trasportarono in Umbria quanto acquistato, trovando nella canonica di don Giovanni Nargni il luogo perfetto ove occultare il tutto.

Il prelato provvide a custodire il bronzo e forse provò ad evangelizzare l’Atleta Vittorioso e mondarlo così dalle sue pene. Il sacerdote però non fece i conti con l’oste o, se li fece, sbagliò di grosso: una nudità di quel tipo, per quanto incrostata, non poteva di certo passare inosservata. Infatti la perpetua del sacerdote, Giselda Gaggini, ne fu colpita e fece una denuncia anonima ai Carabinieri.

A seguito dell’intervento dell’Arma prese avvio un processo contro Pietro, Fabio, Giacomo (cugino dei Barbetti che si ammaestrò sensale per vendere l’opera e farla sparire nuovamente) ed il sacerdote don Giovanni Nargni. Tutti imputati con l’accusa di acquisto ed occultamento di un’antica opera d’arte a danno dello Stato Italiano.

Il processo si concluse a Roma il 18 novembre 1970 con l’assoluzione per tutti gli imputati perché, secondo i giudici, era impossibile accertare l’interesse artistico, storico e architettonico della statua. Inoltre non era affatto chiaro se questa fosse stata ritrovata in acque territoriali o internazionali.

Ad ogni modo, i Barbetti riuscirono a far sparire l’Atleta di Fano, così che il giudice e il C.T.U. non poterono visionarlo e constatarne il valore.

Getty Bronze

Il Bronzo di Fano tornò nuovamente sotto i riflettori nel 1977, nello specifico sotto quelli del Getty Museum di Malibù, in California. Questa volta però era nel suo massimo splendore, ripulito delle incrostazioni e in un luogo a lui appropriato. Soprattutto disponeva di una nuova identità e di un nuovo nome: Getty Bronze o Victorious Youth.

Il Lisippo di Fano è un giovane atleta, d’accordo, ma qui si sta parlando di attraversare l’Oceano Atlantico, fare il coast to coast degli Stati Uniti per finire, in ultimo, all’interno di un museo californiano a pochi chilometri dalle coste dell’Oceano Pacifico.

Va bene tutto, ma qui qualcosa non quadra.

Atleta di Fano visto di spalle
L’ Atleta di Fano visto di spalle

Come ha fatto l’ Atleta di Fano ad arrivare in America?

Due sono le teorie che mirano a raccontare il lungo viaggio che ha portato l’ Atleta di Fano a raggiungere il Getty Museum.

La prima vuole che Giacomo Barbetti, durante il processo, riuscì a vendere l’opera ad un antiquario di Milano. Di lì il capolavoro sarebbe partito alla volta di Monaco di Baviera nel 1971, come vedremo in seguito.

La seconda ipotesi insinua invece  che, durante il processo nei confronti dei Barbetti e del sacerdote don Nargni, il Lisippo di Fano lasciò Gubbio per essere imbarcato all’interno di una cassa di medicinali su una nave diretta verso il nuovo mondo, più precisamente in Brasile, dove un missionario conoscente dei Barbetti accolse e custodì l’opera. Questa è la tesi sostenuta da Alberto Berardi.

La statua venne poi acquistata nel 1971 da un commerciante di Monaco di Baviera – Heinz Herzer, aderente al consorzio internazionale d’arte – e sottoposta alle prime analisi e a restauro.

Sia nell’uno che nell’altro caso, siamo di fronte all’uscita illegale dall’Italia dell’ Atleta di Fano e alla comparsa dello stesso sul mercato nero, contesto nel quale seppe eccellere sugli altri. Infatti, l’opera attirò l’attenzione di più di un direttore di museo tra cui Thomas Hoving, direttore del Metropolitan Museum of Art di New York, e Paul Getty dell’omonimo museo.

In breve si sviluppò una contesa tra vari musei – combattuta a colpi di cifre milionarie – per accaparrarsi la preziosa scultura. Thomas Hoving però rinunciò all’acquisto a causa della provenienza incerta della statua. Invece, il Getty Museum, dopo la morte di Paul Getty, pur sapendo delle non sicure origini del Lisippo, procedette ugualmente all’acquisto per la somma di 4 milioni di dollari.

Piccola storia di un incredibile colpo di scena

E’ nel luglio del 1989 che un piccolo pezzo di concrezione marina fece di nuovo increspare le acque. Fu lo storico Alberto Berardi a mettere le mani sul minuto reperto che più tardi si scoprirà frammento staccatosi dal polpaccio dell’ Atleta di Fano durante l’operazione di dissotterramento dal campo di cavoli.

La concrezione era stata regalata a Elio Celesti, professionista e politico di Fano, che ignaro della provenienza la utilizzò come fermacarte per qualche tempo poi, quando questa venne lui a noia, la ripose in un vecchio armadio.

Su segnalazione del Berardi, lo strano oggetto venne ritrovato e consegnato alla Procura della Repubblica di Pesaro che, nella persona del procuratore Savoldelli Pedrocchi, aprì un inchiesta e affidò la questione al Nucleo Patrimonio Artistico di Roma.

Il risultato fu sconvolgente. La concrezione risultava essere stata a contatto con la lega metallica di rame-stagno del Lisippo e addirittura, a seguito della datazione e del luogo di ritrovamento, si sostenne che la nave del naufragio fosse la stessa dei Bronzi di Riace.

I celebri Bronzi di Riace, oggi custoditi presso il Museo Nazionale di Reggio-Calabria. L’immagine, tratta da WIKIMEDIA COMMONS, è soggetta a licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Generic

Una guerra di scartoffie

Politica e diplomazia si attivarono con le loro morbide maglie per il rimpatrio del Lisippo di Fano.

Il nuovo direttore del Getty Museum, Michael Brand, sostituto di Marion True (conosciuta anche per l’acquisto illegale di altre opere d’arte), espresse la volontà di restituire solo 26 delle 52 opere richieste dallo Stato Italiano, con esclusione dell’ Atleta di Fano.

La risposta non si fece attendere.

L’allora Ministro dei Beni e delle Attività Culturali, Francesco Rutelli, prospettò un embargo culturale italiano nei confronti del Getty Museum in caso di mancata restituzione di tutte e 52 le opere, tra cui la statua fanese. Il museo californiano, tuttavia, restituì soltanto 40 opere. E il Lisippo di Fano non era tra queste.

Ogni decisione in merito all’ Atleta Vittorioso fu dunque rinviata alle risultanze del procedimento giudiziario in corso a Pesaro. Al Getty Museum si contestava e si contesta di aver acquisto l’opera non in buona fede, ma con la consapevolezza di acquistare oggetti provenienti da scavi illegali in Italia, sottolineando che non ci si può nascondere dietro al dito d’un ritrovamento in acque internazionali: la statua è stata ripescata da una nave battente bandiera italiana, il che equivale a dire in territorio nazionale. Pertanto, l’opera era soggetta all’obbligo di denuncia e lo Stato italiano avrebbe potuto esercitare il diritto di prelazione o di acquisto cottivo.

Nel 2007 il PM della Procura della Repubblica di Pesaro, Silvia Cecchi, chiese la confisca dell’ Atleta di Fano per violazione delle norme doganali e contrabbando.

Poco più tardi, vale a dire nel giugno del 2009, il magistrato Lorena Mussoni con sentenza dichiarò il Lisippo di Fano quale “patrimonio indisponibile dello Stato” e l’anno seguente ribadì l’ordine di “confisca della statua denominata l’Atleta Vittorioso attribuita allo scultore greco Lisippo, attualmente custodita al Getty Museum di Malibu e in qualunque posto essa si trovi”.

Come da copione il Getty Museum fece ricorso, ma l’8 giugno 2018 l’opposizione venne rigettata come, del resto, venne respinto il successivo ricorso in cassazione.

L’ultima parola della giustizia italiana fu che il Lisippo deve ritornare in Italia e la Procura della Repubblica di Pesaro si attivò prontamente per la rogatoria internazionale.

La storia dell’ Atleta di Fano ha un finale ancora tutto da scrivere

Se da un lato la giustizia italiana si è già espressa e l’amministrazione fanese si sta adoperando per trovare degna dimora al suo più illustre cittadino di bronzo, dall’altro il Getty Museum, pur di non perdere un pezzo unico quale il Lisippo, in un comunicato stampa datato 3 dicembre 2018 ha dichiarato che “qualsiasi ordine di confisca è contrario al diritto americano e internazionale” e che potrebbe inoltre far ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Alberto Berardi propone un’ulteriore strada per rimpatriare l’Atleta Vittorioso. Strada che consiste nel ritrovamento dei piedi, staccatisi al momento in cui la statua, rimasta impigliata nella rete, fu strattonata per essere issata a bordo. Secondo lo studioso la nostra Marina Militare ha mezzi e competenze per sondare il fondale dell’Adriatico e recuperare i piedi del bronzo fanese.

Un ritrovamento che consentirebbe il rimpatrio della scultura attraverso il riconoscimento, da parte dell’UNESCO, dell’Atleta di Fano come Patrimonio dell’Umanità. Un riconoscimento che imporrebbe la conservazione dell’opera nella sua interezza nel paese di provenienza.

Una storia quella del Lisippo di Fano affascinante ed estenuante, ancora oggi capace di tenerci col fiato sospeso.

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