IL BARCO DUCALE DI URBANIA, IL PARADISO IN TERRA DEI DUCHI

A un chilometro dal centro, il Barco Ducale di Urbania è il maestoso benvenuto offerto dalla cittadina marchigiana al visitatore che proviene dal passo di Bocca Trabaria. Oppure un ultimo saluto, un saluto di quelli che non si vorrebbero dimenticare e che invitano a un ritorno. Vediamo allora di scoprire qualcosa in più su questa struttura che ammalia la vista, ma di cui non si conosce granché.

Le origini, ovvero l’eremo di San Giovanni Battista.

Barco Ducale di Urbania

Barco Ducale di Urbania

E’ il 1277 quando Castel delle Ripe, libero comune di parte guelfa, viene distrutto dalla ghibellina Urbino. Gli sconfitti, tuttavia, non vogliono saperne di abbandonare le loro terre e si raccolgono attorno alla vicina Abbazia benedettina di San Cristoforo (oggi conosciuta come il duomo). E’ proprio attorno a questo edificio sacro che si sviluppa il nuovo centro abitato, abitato a cui toccherà il nome di Casteldurante.

Nel 1286 i frati francescani minori fanno erigere chiesa e convento nel cuore del villaggio, ma Casteldurante è centro in rapida crescita, sempre più vitale e rumoroso. E ciò non si addice a chi ha deciso di vivere in penitenza, povertà e secondo rigide regole: parte dei religiosi opta quindi per la scissione. Questi, con l’aiuto dei conti Brancaleoni, fondano un piccolo eremo isolato immerso in una selva a nord dell’abitato. E’ Giovanni Battista il Santo protettore a cui verrà dedicato l’edificio, probabilmente anche a testimoniare l’ideale di vita frugale a cui i frati aspirano (per saperne di più, potrebbe essere interessante dare un’occhiata all’articolo sul ciclo di affreschi dei fratelli Salimbeni dedicato alla vita di San Giovanni Battista).

Il Barco Ducale di Urbania, da Federico ai Della Rovere.

Nel 1465 il convento viene compreso nel perimetro che Federico da Montefeltro mette a disposizione del grande architetto Francesco di Giorgio Martini perché questi possa ricavarne un luogo idoneo a rigenerare lo spirito e che funzioni anche da riserva di caccia.

A seguito dell’intervento del celebre architetto senese, il complesso religioso prende le sembianze di un grande quadrilatero con affaccio su di un cortile. La struttura ospita al suo interno due chiostri dotati di pozzi e cisterne. Viene creato anche un mausoleo, che tuttavia non vedrà mai la sepoltura di Federico da Montefeltro.

Una piccola curiosità è rappresentata dal complesso sistema di chiuse che, dal Barco, permette al Duca e ai suoi ospiti di raggiungere il Palazzo Ducale (o viceversa) tramite imbarcazione.

Barco Ducale di Urbania, retro della struttura

Barco Ducale di Urbania, retro della struttura.

La presenza del Monte di Pietà e di un’antica quanto pregevole biblioteca all’interno della struttura (depredata e devastata nel periodo napoleonico e oggi non più presente), ne fa lievitare l’importanza, tanto che ben presto vengono effettuati da Girolamo Genga dei lavori di ampliamento. L’architetto dota inoltre il convento di due poderose torri di guardia.

E’ probabilmente l’ultimo duca, Francesco Maria II Della Rovere, il signore che più di ogni altro ama il Barco Ducale di Urbania. Egli ne fa infatti la sua residenza prediletta, inoltre dona un’ingente somma perché i frati possano eseguire dei lavori utili ad ammodernare l’edificio.

Il Barco Ducale di Urbania ai giorni nostri.

Il terribile terremoto che nel 1741 fa sobbalzare questo fazzoletto di terra a nord delle Marche, le piene e l’erosione incessante operata del fiume Metauro obbligano ad una ricostruzione ex novo del convento. I lavori seguono il progetto di Giuseppe Antonio Soratini, che oltre ad essere monaco camaldolese è anche un abile architetto. L’edificio, di chiara ispirazione vanvitelliana, viene inaugurato nel 1771 ed è ciò che a noi contemporanei è dato di ammirare. Imponenti opere di restauro fanno sì che ad oggi solo alcune stanze siano fruibili dai visitatori.

Barco Ducale di Urbania oggi, scorcio sul parco.

Barco Ducale di Urbania oggi, scorcio sul parco.

Nel ‘900 la selva che ricopre il territorio di pertinenza di questa antica riserva di caccia cede il passo al seminativo. Ai giorni nostri è un parco molto amato dai durantini. E’ il luogo dove l’estate ci si rifugia dopo il lavoro, dove i bambini corrono in libertà, dove ci si ritrova tutti assieme, chi a strimpellare una chitarra, chi a sorseggiare una birra o a gustare un crostolo. Crostolo, non piadina, per carità: i durantini ci tengono a rimarcare la differenza. Il crostolo anzitutto è sfogliato e poi… vuoi mettere il sapore?

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