Battaglia del Metauro, lo scontro che mutò il corso della storia

E’ il 22 giugno del 207 a.C quando viene combattuta la Battaglia del Metauro. Ma cosa si sa di questo scontro epico, cosa è arrivato ai giorni nostri del tragico confronto che ha posto fine ai sogni di gloria cartaginesi?

Fior di studiosi si sono adoperati per rendere quei fatti remoti quanto meno leggibili da noi contemporanei, eppure – vuoi perché la vicenda affonda le sue radici negli abissi del tempo, vuoi perché il puzzle che la compone manca di qualche pezzetto – l’idea che sovente si ha della Battaglia del Metauro non è che nebulosa, una porzione di marmellata stesa assieme al resto del barattolo su quell’unica, enorme, fetta di pane che è la storia.

Ad esempio, tutti sanno che le acque del glorioso fiume marchigiano lavarono definitivamente via i propositi di Cartagine di mettere Roma, l’acerrima rivale, a ferro e fuoco. Ma in quanti sono effettivamente a conoscenza del fatto che le due star dell’epoca, Annibale e Scipione l’Africano, non presero affatto parte alla Battaglia del Metauro?

E come mai, se a fronteggiarsi furono due eserciti – almeno per certi versi – secondari, lo scontro di cui parliamo risultò essere decisivo, decisivo al punto da immettere il treno della storia in un binario del tutto nuovo?

Per raccapezzarsi occorre riavvolgere ancora un pochino il nastro del tempo.

Una rievocazione storica che dà l'idea di come dovesse essere un esercito romano in marcia.

Una rievocazione storica che dà l’idea di come dovesse essere un esercito romano in marcia.

I fatti che portarono alla Battaglia del Metauro

E’ una sorta di guerra fredda dell’antichità quella che si sta consumando nel Mediterraneo del III° secolo a.C. L’area è infatti per intero occupata da Roma, da Cartagine e dai loro alleati. Ogni potenziale mossa operata dalle due superpotenze – che vorrebbero allargare le proprie sfere d’influenza – rischierebbe di far crollare il fragile castello di carte a stento tenuto assieme dai trattati. E i rivali, pur reciprocamente infastiditi dal solo esistere dell’altro, sanno che uno scontro potrebbe essere fatale.

In questo clima di tensione, i Mamertini, tribù di mercenari italici, tirano a campare predando qua e là. E’ a Siracusa che sovente tocca il ruolo di vittima nelle loro sempre più frequenti scorrerie. Almeno fino a che Gerone, tiranno siracusano, non decide di domare l’irrequieto popolo inviando un nutrito esercito con il compito di farlo a pezzi. I Mamertini chiedono allora aiuto. Cartagine fa pressione su Gerone perché interrompa l’uso delle armi e, contemporaneamente, invia delle truppe a protezione dei territori dei mercenari.

Presto però la presenza punica in casa indispettisce i Mamertini che, per cavarsi dai piedi l’esercito invasore, si arrendono. Incredibile a dirsi, a Roma.

Subito esplodono feroci gli scontri, scontri dagli esiti inaspettati. Se le vittorie terrestri di Roma potrebbero essere in qualche modo preventivabili, quelle che questa riesce a ottenere in mare lasciano stupefatti. La Repubblica, all’inizio delle ostilità, non dispone infatti nemmeno di una flotta da guerra. Sopperirà a tale mancanza copiando pari pari il modello di una nave punica andatasi ad arenare sulle sue coste e, grazie all’astuzia, riuscirà persino ad annullare il vantaggio cartaginese in termini di esperienza.

Sulle navi romane viene installato il cosiddetto ‘corvo’, una sorta di tavolato munito di uncini, grazie al quale queste riusciranno ad abbordare gli elementi della flotta nemica e a trasformare gli scontri marittimi in un qualcosa di molto più simile ad una battaglia di fanteria.

In questa maniera le legioni riescono a sbarcare in terra d’Africa, costringendo Cartagine all’armistizio. Ma la pace proposta da Roma presenta condizioni così gravose e umilianti che i punici non possono fare altro che continuare la lotta.

Forti di un ritrovato orgoglio, gli africani riescono a dare filo da torcere ai nemici. Con l’arrivo sulla scena di Amilcare, un nuovo e geniale stratega, si mostrano persino capaci di rovesciare le sorti della guerra.

L’astuto condottiero punico comprende infatti che la miglior difesa è l’attacco: farà sbarcare le sue truppe in Sicilia e, in questo modo, costringerà i romani ad abbandonare la sua Patria per inseguirlo. Non di meno, l’esercito guidato da Amilcare sull’isola sembra essere invincibile.

Poi accade un fatto, un fatto dettato tanto dal talento recentemente scoperto dai marinai romani quanto – e forse in massima parte – dalla fortuna: al largo delle Egadi le navi della Repubblica hanno la meglio su quelle dei nemici. Cartagine non ha più fondi per realizzare una nuova flotta e, senza rifornimenti, Amilcare, pur non essendo mai sconfitto sul campo, si deve arrendere.

Di nuovo, quello che i romani propongono agli africani assomiglia più a un oltraggio che a un trattato di pace. Ma non c’è verso, questa volta i perdenti devono chinare la testa.

L’immagine sottostante, come quelle che troverai di seguito, è tratta da Wikipedia.

Resti di nave Romana

Resti di nave Romana

Sotto le ceneri, una scintilla accesa di livore

E’ un grave errore quello commesso dall’Urbe: costringendo Cartagine ad una resa oltremodo umiliante, non ha affatto riappacificato gli animi, semmai ha trasformato la sconfitta dei rivali in odio puro e irrefrenabile desiderio di rivalsa.

E questo le costerà carissimo. Amilcare ha infatti una prole alla quale trasmetterà tutto il suo rancore nei confronti di Roma. E tra i suoi diretti discendenti ce n’è uno, in particolare, che pare non aver altra brama che vedere in fiamme la Repubblica e tutto ciò che essa rappresenta: è Annibale. No, signori. Non si tratta di un figlio d’arte: Amilcare non è che la brutta copia dell’erede e, per quanto incredibilmente dotato, le sue abilità impallidiscono di fronte alla furia e alla scaltrezza di Annibale.

Annibale Barca, a soli ventisei anni, viene eletto a supremo comandante dell’esercito per acclamazione. Egli ha chiarissimo in mente un piano per restituire al mittente tutte le angherie che il suo popolo è stato costretto a subire per via del mortificante trattato di pace.

Per prima cosa il condottiero muove guerra contro le tribù a sud del fiume Ebro, così da assicurarsi il dominio sui fecondi territori dell’odierna Spagna del sud. Non solo l’impresa riesce a garantire alla Madre Patria un flusso ininterrotto di ricchezze, ma consente di racimolare dagli sconfitti uomini e rifornimenti per mettere assieme un nutrito esercito.

In secondo luogo prende d’assedio la città di Sagunto, storica alleata di Roma. I saguntini inviano alla potenza protettrice ripetute richieste di soccorso… ma la Repubblica che fa? Invia ambasciatori, discute, tergiversa. E intanto, dopo otto mesi, Sagunto cade. Non è tanto lo strepitoso bottino a far esultare i punici: con questa mossa Annibale si è guadagnato un vero e proprio spot pubblicitario, uno spot che dice agli alleati che i tempi stanno cambiando e al contempo avverte le tribù vicine a Roma di stare in guardia.

Annibale attraversa il Rodano. Opera di Henri Motte 1878

Annibale attraversa il Rodano. Opera di Henri Motte 1878

La penisola italica sotto scacco

E’ solo con ritardo che l’Urbe si appresta all’inevitabile guerra, per giunta sottovalutando il nemico. Comprenderà all’ultimo di che pasta è fatto l’uomo che le si sta rivoltando contro.

Infatti la flotta che si sta preparando per trasportare le legioni su suolo iberico resterà all’ancora ben più del previsto, dal momento che gli ambasciatori del condottiero punico sono riusciti a portare alcune tribù della Pianura Padana a ribellarsi contro l’oppressione romana. E l’esercito ora serve lì.

Le imbarcazioni della Repubblica partono allora in ritardo alla volta di Marsiglia, ma del contingente punico non vi è traccia. E così tornano in dietro per bloccare quelle rivali al largo.

Ma non sarà una flotta a trasportare Annibale in Italia. Egli riuscirà in un’impresa mai tentata prima: attraversare le Alpi al comando di nutritissime truppe.

Come può un esercito male armato e in cui le comunicazioni sono difficili per via del gran numero di lingue che vi si parla, si domandano i consoli, pensare di far tremare Roma? E, dopo tutto, nemmeno la prima sconfitta, avvenuta dalle parti del Ticino, spaventa più di tanto.

Ma la seconda battaglia è ben altra cosa. Siamo dalle parti del Trebbia, e Annibale dà ordine a uno sparuto gruppo di cavalieri numidi di provocare l’inesperto console Sempronio Longo con continui lanci di frecce. Il romano, carico di rabbia e in cerca di gloria, getta tutta la sua cavalleria all’inseguimento del piccolo gruppo nemico e, dietro questa, fa muovere la più lenta fanteria.

Le legioni arrivano alla spicciolata in una piana, dove ad attenderle c’è l’intero esercito cartaginese già schierato per la battaglia. E’ una carneficina.

Alle truppe dell’Urbe toccherà un analogo tiro mancino anche dalle parti del Trasimeno, quando verranno colte di sprovvista da Annibale mentre sono ancora incolonnate per marciare proprio alla sua ricerca. La mattanza questa volta è anche peggiore, dal momento che lo specchio d’acqua sbarra ogni via di fuga.

Veduta sul Lago Trasimeno

Veduta sul Lago Trasimeno

E poi arriva Canne

Ora sì che il Senato prende sul serio il generale punico, la cui sola presenza in Italia suona ormai come un affronto. E’ con grande sforzo che Roma mette assieme un esercito formidabile, una moltitudine composta da novantamila soldati guidati dalle migliori teste della classe dirigente. E questa volta le legioni con a capo il console Varrone non si lasceranno certo prendere di sorpresa.

Dall’altra parte gli africani si sono rafforzati con le armi strappate ai caduti romani negli scontri precedenti. Non di meno, alcune popolazioni italiche hanno abbandonato Roma e hanno inviato uomini da inserire nelle fila cartaginesi. Detto questo, le truppe di Annibale, forti di 50.000 militi, rimangono numericamente di molto inferiori a quelle opposte.

E’ così che gli eserciti si trovano a Canne uno in fronte all’altro, schierati e armati di tutto punto. Adesso il condottiero di Cartagine non potrà tirar fuori dal cilindro alcun coniglio, i tempi buoni per i trucchi sono finiti.

Ne siamo davvero sicuri?

L’esercito di Varrone si getta nella mischia con tutta l’enorme potenza di cui dispone.

Il centro dello schieramento africano resiste per quel che può, indietreggia. Sta venendo schiacciato dall’impressionante forza d’urto romana come pensa il console? Affatto. Sta reggendo il gioco ad Annibale e al suo nuovo, tremendo tiro mancino.

Mentre le legioni avanzano, mentre si incuneano nel corpo nemico, i ranghi si fanno sempre più serrati. E chi è in mezzo nemmeno riesce a muoversi. Nel frattempo le ali africane prendono a circondarle e massacrarle ai lati. Per Roma è la disfatta più clamorosa che sia mai stata costretta a subire. E’ un’ecatombe, questa, mai conosciuta dalla storia.

Annibale a Canne. Incisione di H. Leutemann contenuta nel libro Rom di Wilhelm Wagner

Annibale a Canne. Incisione di H. Leutemann contenuta nel libro Rom di Wilhelm Wagner

Com’è dolce perder tempo

Gli uomini più fidati suggeriscono ad Annibale di prenderla ora, quella maledetta Roma: il grosso del suo esercito e della sua classe dirigente sono stati annientati. Il momento è ora!

Ma il condottiero non si fa prendere da facili entusiasmi: se sono occorsi otto mesi perché cadesse la modesta Sagunto, riflette, quanto ci vorrà perché un assedio costringa alla resa niente meno che Roma? In effetti, l’unica strategia sensata è quella di approfittare della situazione per isolare ancora di più la città rivale e far cadere ogni suo alleato, ad uno ad uno.

Intanto, sull’altro fronte, la disastrata Repubblica affida ciò che resta all’unico console di cui dispone ancora: l’anziano Quinto Fabio Massimo. Egli ordina di evitare qualsiasi battaglia in campo aperto. Insomma, prende tempo. Ed è proprio questo temporeggiare che gli varrà il disprezzo dei suoi concittadini: essi neppure immaginano che sarà proprio questa la strategia che porterà la rovina su Annibale.

L’esercito del Barca si sta infatti perdendo in un’infinità di battaglie minori che poco portano e molto logorano. E mentre le sue schiere si assottigliano, quelle repubblicane tornano ad ingrossarsi. Di questo passo, con le vie utili al transito dei rifornimenti sbarrate dalle tribù inaspettatamente rimaste fedeli a Roma, la vittoria sarà sempre più difficile da cogliere.

La Battaglia del Metauro è sempre più vicina, ma se vuoi approfondire ulteriormente il contesto storico in cui è andato prendendo forma questo epico scontro, sappi che ho messo a tua disposizione alcuni articoli. Se ti va puoi iniziare a leggere da QUI.

Monumento a Quinto Fabio Massimo

Monumento a Quinto Fabio Massimo

Asdrubale e la Battaglia del Metauro

L’unico che può portare soccorso ad Annibale è suo fratello: Asdrubale. Egli, pur essendo un onesto comandante, non brilla certo come il più noto familiare. Non per quanto riguarda la strategia militare, almeno.

Asdrubale se ne sta in Spagna, a sorvegliarne i ricchi territori. Si lancia spesso in battaglia, ottenendo risultati alterni. E da quando un nuovo generale romano, quel Publio Cornelio Scipione al quale verrà presto affibbiato l’appellativo di ‘L’Africano’, ha fatto la sua comparsa sulla penisola iberica, le cose sono peggiorate. E di molto.

Il più giovane dei Barca si rende presto conto di non poter in alcun modo contrastare l’abilità – diplomatica ancor prima che militare – di Scipione. E allora decide che se non può più martellare l’avversario alle costole, lo colpirà direttamente al cuore: si riunirà col fratello e assieme marceranno direttamente su Roma.

Come Annibale, anche Asdrubale giungerà in Italia attraverso le Alpi. E ci riuscirà egregiamente, con meno perdite e ancor più celermente.

Ma il cartaginese commette presto un errore imperdonabile: quello di assediare Piacenza. Come al solito, i punici si dimostrano tutt’altro che maestri nelle tecniche di assedio e la Repubblica non tarda a muovere loro contro formidabili contingenti.

Agli africani non resta altro da fare se non togliere le tende in fretta e furia e dirigersi verso sud, alla volta di Fanum Fortunae (l’odierna Fano). Proprio qui trovano però ad attenderli le legioni comandate da Livio Salinatore. Le forze dei due eserciti, grosso modo, si equivalgono. Né l’uno né l’altro sembra intenzionato a dare battaglia. Il romano non intende ripetere nuovamente lo sbaglio perpetrato dai suoi predecessori poco avvezzi alla prudenza, il cartaginese non vuole mettere a repentaglio le speranze che su di lui nutre il fratello. Presto entrambe le fazioni si ritirano nei rispettivi accampamenti.

Ma dov’è Annibale? Si trova dalle parti di Canosa, sorvegliato a vista dall’esercito comandato da Caio Claudio Nerone. Sono proprio gli uomini di quest’ultimo a fare il colpaccio: questi infatti intercettano i messaggeri inviati da Asdrubale e li costringono a rivelare i piani cartaginesi, piani che prevedono un ricongiungimento delle forze africane in Umbria.

Nerone lascia uno sparuto contingente a tenere d’occhio le mosse dell’ignaro Annibale e muove il grosso dell’esercito verso Fano, dove entra di soppiatto nell’accampamento di Livio Salinatore.

Borgo Pace, dove i torrenti Meta e Auro si uniscono per dar vita al glorioso fiume che dà nome alla Battaglia del Metauro

Borgo Pace, dove i torrenti Meta e Auro si uniscono per dar vita al glorioso fiume che dà nome alla Battaglia del Metauro

22 giugno 207 a.C: il giorno che tenne la storia col fiato sospeso

I romani possono contare su un maggior numero di uomini e ora tentare il colpo a sorpresa è tutt’altro che impossibile.

D’accordo, Asdrubale non è astuto come il fratello, ma nemmeno si può dire sia uno sprovveduto: è un generale navigato e la foglia l’ha già mangiata da un pezzo. E così, con il favore delle tenebre, prende a risalire la Via Flaminia coi suoi. Qui viene però abbandonato – o forse tradito – dalle guide. E perde tempo prezioso nella ricerca di un guado, tempo speso invece utilmente dalle legioni per raggiungerlo.

Non si conosce esattamente l’area dove venne combattuta la celebre Battaglia del Metauro: ogni studioso ha le sue teorie in merito. Tuttavia, se fino non troppo tempo fa gli storici erano inclini a suggerire il fermignanese come più probabile teatro degli scontri, oggi sono invece propensi ad indicare un territorio più prossimo alla foce del fiume marchigiano, un territorio compreso tra i comuni di San Costanzo e di Colli al Metauro. A tal proposito è molto curioso un toponimo di una località vicina: quel Barchi che sembra dovere molto alla stirpe dei Barca e che in molti giurano sia riconducibile alla sepoltura di Asdrubale.

Quello che è certo è invece il fatto che una volta venuti a contatto, il parapiglia tra i due eserciti è inevitabile.

Focus sulla Battaglia del Metauro

Asdrubale, colto di sorpresa, schiera in fretta e furia gli uomini sul terreno accidentato, dividendoli in tre gruppi. Sul fianco sinistro posiziona i più deboli Galli, al centro i Liguri (con davanti gli elefanti) e sul lato destro, sotto il suo diretto comando, gli Ispanici.

I romani si schierano in maniera speculare agli avversari: le truppe di Nerone davanti ai Galli, quelle del pretore Porcio in mezzo e, dinnanzi a quelli di Asdrubale, i soldati del console Livio.

I primi a gettarsi nella mischia sono gli esuberanti Ispanici, seguiti a ruota dagli elefanti e dai Liguri. Impazza la battaglia, e le forze in campo paiono in equilibrio. Anzi, lo sfacelo portato dai pachidermi sembra dare un leggero vantaggio ai punici.

Dal fianco sinistro, però, i problemi non tardano ad arrivare: i Galli e gli uomini di Nerone, divisi come sono da un dirupo (dirupo identificato dall’esperto di storia militare Paul K. Davis come quello di Sant’Andrea), non riescono a venire alle mani. Ma mentre gli uomini al soldo di Cartagine se ne stanno lì fermi, impossibilitati nel movimento dalla conformazione del luogo e dal blocco formato dai Liguri, il comandante romano lascia un piccolo contingente a tenere d’occhio gli immobili nemici e porta il grosso delle truppe altrove. Nerone può infatti spostarsi agilmente dietro le linee e conduce i suoi dalla parte opposta del campo di combattimento a dar manforte al console Livio.

Gli Ispanici, presi nella morsa dei due schieramenti, cedono. L’effetto domino si abbatte poi sui liguri. Come se non bastasse, gli elefanti, in tutto quel marasma, si imbizzarriscono al punto da dover essere abbattuti dai loro conducenti.

E’ la fine. E Asdrubale lo sa. Il cartaginese si getta a cavallo nel vivo della battaglia, intenzionato a lavar via l’onta della sconfitta con il proprio sangue. Otterrà quel che vuole: la morte.

Battaglia del Metauro, ipotetica disposizione degli eserciti

Battaglia del Metauro, ipotetica disposizione degli eserciti

Dopo la disfatta del Metauro

E’ un sacco lanciato da un cavaliere romano oltre lo steccato dell’accampamento a rivelare ad Annibale l’infausto esito della Battaglia del Metauro, un sacco contenente la testa di suo fratello minore.

Il più celebre figlio di Amilcare sa bene che Cartagine non può inviare lui rinforzi via mare, vista la superiorità romana sulle acque. E ora, nel modo più doloroso, comprende che nemmeno da terra arriveranno gli agognati aiuti: è solo, solo come non è stato mai.

Tutto è perduto.

BIBLIOGRAFIA

  • P. K. DAVIS – Le cento battaglie che hanno cambiato la storia – Newton Compton, 2003
  • AA.VV – La Battaglia del Metauro, tradizione e studi – QuattroVenti, 2002
  • R. GIACOBBO e L. ZERBINI – Il segreto di Annibale – RaiEri, 2018
  • AA.VV – La Battaglia del Metauro: testi, tesi, ipotesi – Minardi, 1994

 

 

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