Intorno alla battaglia del Tordino

Benvenuto, caro lettore, nel quinto dei racconti che ho voluto dedicare alla storia di Federico, il più illustre duca urbinate, e che ci porta – non prima di aver conosciuto alcuni curiosi particolari circa i tentativi di riappacificazione tra il Montefeltro e il Malatesta – a scoprire l’evolversi dell’incredibile battaglia del Tordino.

Nel PRECEDENTE EPISODIO abbiamo visto di come le italiche diatribe fossero state bruscamente interrotte da quell’evento più che sbalorditivo che fu la caduta di Costantinopoli. Abbiamo anche detto che Papa Nicolò V riuscì ad ottenere una tregua piuttosto stabile, utile a formare una lega che univa quasi tutti i potentati d’Italia al fine di difendersi dai turchi.

Da questa inedita alleanza vennero escluse soltanto Genova (per veto napoletano) e alcune signorie minori. E tra queste ultime, l’accorto Montefeltro, fece in modo figurasse anche quella governata dal rivale Sigismondo.

Sangue Marcio e scaramucce

Accortosi d’esser stato messo da parte, Malatesta prese a rimuginare, a farsi venire i nervi a fior di pelle e, infine, tentò d’alleviare la frustrazione sollevando nuove rivolte popolari nelle terre del rivale come già aveva fatto in passato.

Il condottiero feltresco, che in quel momento non disponeva di artiglieria, non poté ribattere alla provocazione che mettendosi d’impegno nel rovinare le campagne del riminese. Fu certo, in termini bellici, un’azione di poco conto… ma non altrettanto parlando d’economia. E, infatti, Sigismondo di lì a poco pregò il duca Borso d’Este di intervenire al fine di placare la nuova discordia.

Il ferrarese, governante pacato e uomo gioviale, fece più che bene il suo dovere. Così, nel marzo del 1457, tra Rimini e Urbino venne stipulata una tregua. Una tregua che però non dovette durare a lungo, dal momento che appena venuto meno il pericolo, Sigismondo riprese la sua sottile diplomazia: quella che voleva staccare ad uno ad uno gli abitati dell’urbinate dal loro signore.

Ancora di più, Federico capì che questo tira e molla con l’elefante non avrebbe avuto mai termine se non tranciando di netto la testa alla bestia. E così il monocolo uomo d’arme prese a girare i potentati d’Italia in cerca d’un qualcuno che gli prestasse esercito e mezzi per togliersi definitivamente il pensiero.

Egli, per la verità, visitando le corti del nord, non aveva trovato ancora alcun supporto, ma il suo viaggio mise non poco in allarme il nemico riminese che, di nuovo, chiese e ottenne la mediazione del duca di Ferrara.

Castello Estense – Ferrara

Borso d’Este e un tentativo di pace caduto nel grottesco

Fu forse più per riguardo al duca che non per l’effettiva speranza di trovare un accordo duraturo col Malatesta che l’urbinate aveva accettato l’invito che lo conduceva a Ferrara. Sia come sia, i due rivali si incontrarono presso una delle residenze del buon Borso d’Este e, dopo essere stati da questi esortati alla mitezza, attaccarono a dibattere.

Il primo a prender parola fu Sigismondo. Egli snocciolò una in fila all’altra le sue accuse, accuse che di tanto in tanto sbirciava da un memorandum redatto al fine di non dimenticarsene nessuna.

Il Montefeltro, appena toccò a lui di dire, domandò con ironia tanto elegante quanto velenosa se l’altro non volesse andare in un’altra stanza per leggere più comodamente e attentamente quanto c’era scritto sul foglio, vedi mai qualcosa gli fosse sfuggito di mente. Poi ribatté punto su punto circa i peccati che gli si addossavano, correggendo l’antagonista su questo e su quello, e infine chiese a Sigismondo se non fosse il caso – al fine di meglio informare il pubblico sul chi fossero le parti in causa –  di chiarire una volta di più circa la macchinazione da questi organizzata per sottrarre Pesaro ad Alessandro Sforza.

Colpito nell’orgoglio, il riminese s’infiammò e portò il discorso sulla vergogna che doveva provare Federico per non aver accettato i suoi cartelli di sfida, ma si sentì spiegare che di solito l’onta spetta a chi provoca e non viene e poi a chi, provocato, taglia la corda.

Era troppo. Il Malatesta portò la mano alla spada e si gettò contro il rivale minacciando di cavargli le budella dal corpo e l’altro, schizzando come una molla addosso al primo, si prodigò in un’analoga promessa di morte. Ne scaturì una gran baruffa che gli uomini di Borso faticarono non poco a contenere.

I due vennero poi condotti quasi a forza nelle rispettive stanze dove, passata la notte a rimuginare sulla pessima figura fatta, entrambi maturarono l’intenzione di prodigarsi in infinite scuse da rivolgere al generoso duca ferrarese non appena l’ora fosse divenuta ragionevole.

Ritratto di Borso d’Este

Sigismondo, la spada di Napoli e la Croce di Roma

Dopo l’incontro-scontro di Ferrara, Federico era più che mai deciso a schiacciare definitivamente l’odiato antagonista. E così, ripreso il suo giro di visite, trovò un potente alleato nel napoletano Alfonso d’Aragona che, guarda un po’, disponeva di Jacopo Piccinino, condottiero che non potendo saccheggiare città nemiche per via della pace di Lodi,  s’impegnava di gran lena nel mettere a soqquadro quelle del suo padrone.

Purtroppo per il Montefeltro, però, il Re di Napoli morì prima che il progetto trovasse compimento. E, a distanza di pochi giorni, toccò di seguirlo nella tomba anche all’altro grande sostegno dell’urbinate: Papa Callisto III.

Svolte che furono le pratiche di successione in quel di Napoli, Ferdinando I (figlio d’Alfonso V) tornò a far sua la parola data dal padre: Federico e il Piccinino ripresero assieme le fortezze di Tavoleto, Maiolo, Pennabilli, Macerata e Sant’Agata Feltria, ma si dovettero arrestare ben presto. Il Regno di Ferdinando I si trovava infatti in pericolo, un pericolo che possedeva il volto dei baroni rivoltosi che avevano preso ad appoggiare la causa angioina, e ora Jacopo serviva lì.

La partita Montefeltro-Malatesta era dunque di nuovo interrotta.

Tuttavia, in quel 1458, i problemi per Sigismondo non erano affatto finiti: il nuovo Papa Pio II aveva in mente di organizzare una crociata per schiacciare i turchi. Un progetto ambizioso per il quale serviva lui di avere la pace in Italia. Il pontefice si stava quindi adoperando per appianare i vari contrasti tra quello e quell’altro signore e di certo l’astio tra Rimini e Urbino non giovava alla causa.

Pio II convocò i due rivali a Mantova e benché Federico non si presentò, l’ebbe in qualche modo vinta.

Il Pontefice non si mostrò affatto magnanimo nei confronti del Malatesta e quando questi, stizzito, volle ricordargli che non era stato vinto e che per tanto non meritava un simile trattamento, Pio II, per niente incline al lasciarsi intimidire, rincarò la dose, accusandolo di nascondersi dietro una gran quantità di parole, parole che venivano immancabilmente smentite dalla sua condotta. L’uomo a capo della Chiesa arrivò persino ad esprimersi con una velata minaccia: non si sarebbe sorpreso, argomentò infatti, nel vedere il suo interlocutore espiare un giorno la propria colpa con un esilio miserabile o, peggio, con una morte atroce.

Sigismondo non poté che piegarsi. Gli toccò di rinunciare a Pergola e a Pietrarubbia che finirono nelle mani di Federico. Non solo, venne lui inflitta un’ammenda esorbitante per risarcire il Re di Napoli delle spese sostenute per la guerra e, dal momento che nessuno pensava veramente che egli fosse in grado di ripagare il debito, Senigallia e Mondavio gli furono tolte e date al Pontefice a mo’ di pegno.

L’insperato successo calmò il Montefeltro e gli lavò di testa parecchi grattacapi, tanto che gli riuscì di trovare – a distanza di due anni dalla dipartita della prima moglie Gentile Brancaleoni – il tempo di sposarsi nuovamente con la tredicenne Battista Sforza, figlia di Alessandro e nipote di Francesco Sforza. La dispensa papale arrivò il 2 ottobre 1459 e le nozze vennero celebrate di lì a poco, vale a dire il 10 febbraio.

Nel frattempo, in novembre, Pio II, profittando del buon umore dello sposo, aveva organizzato un nuovo incontro tra questi e il riminese per riappacificare definitivamente gli animi.

Il volto di Pio II scolpito su di un’antica medaglia

Tra angioini e aragonesi

Le spade dei due cavalieri, anche questa volta, dovettero tuttavia attendere ben poco nel fodero. I baroni napoletani avevano infatti maturato l’idea di acclamare il francese Giovanni d’Angiò come signore della Campania, cosa che di certo fu mal digerita dal legittimo sovrano Ferdinando I d’Aragona.

Ben presto la situazione degenerò e a Federico, che svolgeva la carica di capitano generale del re di Napoli, toccò di vedersela contro i baroni in rivolta, contro i francesi e contro i genovesi. Nel contrastare le forze favorevoli agli Angiò (nelle cui file militavano anche i signori di Rimini e Camerino), l’urbinate poteva contare sull’appoggio del duca di Milano, del Papa e del condottiero che nuovamente Ferdinando aveva messo ai suoi ordini: Jacopo Piccinino.

Ma Jacopo, come molti uomini d’arme del suo tempo, aveva visto nella parte francese molti più soldi e possibilità di successo. E così, di punto in bianco, cambiò campo. Intenzionato a raggiungere Napoli per riunirsi con le altre forze angioine, si trovava negli Abruzzi, accampato dalle parti del Fiume Tordino, quando il suo esercito venne intercettato da quello guidato dal Montefeltro.

Fu lo stallo: il conte d’Urbino, consapevole della superiorità nemica, non voleva gettare la truppa in una battaglia impari; il Piccinino, dal canto suo, non intendeva affatto logorare la sua forza impiegandola in una battaglia minore, così lontano dall’obiettivo.

Agli schieramenti non restarono dunque che l’inattività e la noia, fattori che era d’uso all’epoca attenuare organizzando giostre tra esponenti degli eserciti contrapposti. Per evitare che l’esercizio cavalleresco degenerasse e che gli amici corressero a rinforzo dell’uno o dell’altro pretendente, veniva organizzato un servizio d’ordine che faceva capo a un uomo autorevole.

Nel nostro caso l’uomo autorevole altri non era che Federico, il quale per placare gli umori che si stavano fin troppo accalorando attorno alla contesa volle gettarsi col suo cavallo addosso a uno degli scalmanati. Solo che la bestia balzò fin troppo energicamente e, nella ricaduta, una delle parti metalliche che andavano a comporre la sella finì per ferire il cavaliere.

Busto di Ferdinando I d’Aragona

Battaglia del Tordino

Costretto sul giaciglio e impossibilitato a muoversi, il conte d’Urbino vedeva la sua tenda divenire meta d’eccitatissimi uomini d’alto rango che, con orgoglio, descrivevano lui gli andamenti favorevoli del torneo. Ben presto costoro, ringalluzziti dalla vittoria, presero a proporre l’organizzazione della battaglia vera. Il condottiero disse che non pensava proprio di muovere contro lo schieramento nemico ed esortò tutti a non lasciarsi troppo trasportare dall’entusiasmo.

Ma quello proferito non fu, con tutta probabilità, il miglior discorso tenuto ai suoi dal buon Federico. In effetti di lì a poco, vale a dire sul finire del luglio 1460, si ebbe uno dei più rovinosi scontri dell’epoca tardomedievale: la battaglia del Tordino (anche conosciuta come battaglia di San Fabiano).

Il Piccinino aveva infatti appreso che gli aragonesi erano stati sbaragliati dalle parti di Sarno e che Napoli era già sul punto di cadere. Non essendoci dunque più bisogno di lui in Campania, e sapendo l’urbinate impossibilitato a combattere, aveva pensato di trovare almeno uno spicchio di gloria lì sul posto.

Jacopo aveva allora mandato due dozzine di uomini a sbeffeggiare l’avamposto feltresco. I rudi soldati del Montefeltro gli avevano ricacciati a suon di briscole al di là del fiume, ma una volta abbandonata la posizione questi si videro apparire dinnanzi una squadra ancor più grande.

Uno dei luogotenenti di Federico, forse Alessandro Sforza, diede ingenuamente ordine di prendere le armi. L’esercito favorevole agli aragonesi uscì dal campo in fretta e furia, senz’ordine, e si trovò presto nella morsa che il nemico aveva furbescamente stretto lui attorno.

Lo Sforza comandò una sortita alla cavalleria, ma questa, presa in mezzo alle file angioine rimase bloccata. Venne allora dato ordine di ritiro all’indietro. Ma ciò non fece che galvanizzare le truppe dell’accorto Jacopo, che continuavano a distribuire botte da orbi.

L’esercito assalito era ora allo sbando, pronto a pigliar la fuga e a disperdersi quando si vide il signore urbinate comparire senza armatura, a capo delle sole squadre di guardia del campo, e gettarsi col cavallo sul quale era stato penosamente issato a colpire a sorpresa il fianco angioino.

Federico condusse poi la sua misera truppa su un adiacente terreno ricco d’ostacoli e inadatto alla guerra, dove venne presto raggiunto da quanti dei suoi erano ancora in piedi.

Certo, quella della battaglia del Tordino, fu una disfatta militare per il Montefeltro. Una disfatta che però gli aveva messo indosso i panni dell’eroe.

Jacopo Piccinino, uno dei protagonisti della battaglia del Tordino
Jacopo Piccinino, uno dei protagonisti della battaglia del Tordino (immagine di Domenico Leonardo disponibile su licenza CC Attribution-Share Alike 4.0 International)

Dopo la battaglia del Tordino

Il condottiero marchigiano attese qualche giorno nel suo accampamento, più per non legittimare la vittoria di Jacopo che non per una reale speranza di modificare le sorti della guerra, e poi si spostò a nord. A Grottammare l’attendevano riposo e bel po’ di denaro proveniente dalle casse di Milano e della Santa Sede.

Il Piccinino mosse invece verso Roma, ma senza troppa convinzione. Ben presto l’esercito si sparpagliò in quella o quell’altra direzione.

Senza più veri scontri da affrontare, Federico e i suoi vennero impiegati come una sorta di forza dell’ordine, spediti come furono a ripigliar fortezze e a portare a più miti consigli i rivoltosi.

Almeno in questa fase, non furono per l’urbinate vittorie eclatanti, di quelle ottenute con la forza ed il coraggio. Egli, per riportare le pecore smarrite all’ovile, si limitò a giocare d’astuzia: fece cadere con l’inganno qualche città, e questo fu sufficiente a persuadere molti altri abitati del fatto che in fondo angioini e aragonesi se la potevano benissimo sbrigare tra loro.

Infine fu l’inverno e di guerra si smise di dire.

Ma in mezzo a tutto questo, cosa stava combinando il Malatesta? Ovviamente niente di buono.

Tra qualche tempo, un nuovo racconto circa la vita di Federico.

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