Montelocco e San Leo: l’aquila feltresca affila gli artigli

Benvenuto nel secondo dei racconti che ho voluto dedicare al più celebre tra i duchi d’Urbino. Ci eravamo lasciati con Federico che, dopo aver appreso nozioni di politica nella cosmopolita Venezia ed essersi dimostrato brillante allievo presso la prestigiosa scuola mantovana di Ca’ Zoiosa, aveva voluto assaporare la guerra a fianco di un condottiero ricordato dalla storia come ‘il Piccinino’.

Benché la fazione per la quale prestava servizio si era scoperta inferiore a quella avversa, l’urbinate aveva comunque trovato il modo di distinguersi:

  • Si era rivelato uomo di parola. Rifiutando – quando le sorti del conflitto erano ormai segnate – il vantaggioso cambio di casacca che veniva lui offerto, aveva mostrato lealtà. Qualità, questa, pressoché sconosciuta tra i comandanti dell’epoca.
  • Nel dir di no, aveva comunque dato prova di capacità diplomatiche di tutto rispetto.
  • Per quanto giovane, si era battuto egregiamente sui diversi campi di battaglia, talmente bene da figurare stratega migliore rispetto persino ai suoi più navigati maestri d’arme.

Ti consiglio, se te lo sei perso, di gettare ugualmente un’occhiata al capitolo iniziale incentrato sui primi anni della VITA DI FEDERICO DI MONTEFELTRO prima di procedere alla lettura di quanto segue.

Federico da Montefeltro ritratto da Piero della Francesca nella Pala di Brera

Federico da Montefeltro ritratto da Piero della Francesca nella Pala di Brera

Mai fidarsi di un Maletesta: la lezione di Montelocco

Molto utili erano nel corso del ‘400 i matrimoni tra gli esponenti delle varie signorie. Questi, infatti, non di rado contribuivano a rinsaldare alleanze o ad affievolire motivi di screzio. Qualche volta, però, l’effetto che producevano era l’opposto di quello desiderato. Le controindicazioni si manifestavano in special modo quando da queste unioni qualcuno aveva tutto da guadagnare e altri tutto da perdere. Se poi ci mettiamo che nella nostra storia figura anche quella vecchia volpe di Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, non si faticherà a comprendere l’andazzo che da lì a poco dovettero prendere gli eventi.

Facendo sposare Federico con Gentile Brancaleoni e l’altra sua figlia Violante con Novello Malatesta di Cesena, il Conte Guido da Montefeltro aveva creduto di poter portare stabilità nel piccolo Stato urbinate. Ma si sbagliava di grosso.

Violante, infatti, aveva visto concedersi da Papa Eugenio IV° alcuni diritti di vicariato sulle terre feltresche. E il riminese, uomo assieme geniale e freddo calcolatore, proprio da questi intendeva trarre beneficio. Anzitutto, Sigismondo convinse Alberigo Brancaleoni che la dote portata in dono dalla parente Gentile alla casata dei Montefeltro l’aveva danneggiato oltremodo. Lo persuase finanche della malafede di Federico. Quando poi lo vide carico di risentimento al punto giusto, fornì lui sottobanco le armi necessarie per impossessarsi delle fortezze di Santa Croce e Montelocco.

Il giovane condottiero urbinate accorse istantaneamente in difesa dei domini paterni. Riprese Santa Croce senza troppo penare, ma dovette fermare il suo impeto sotto le mura di Montelocco, difesa com’era dal Brancaleoni stesso e da un gran numero di militi.

Federico raffigurato su una medaglia

Federico raffigurato su una medaglia

La battaglia di Montelocco

Federico mise la fortezza sotto assedio, dividendo le truppe in tre distinti accampamenti per meglio controllare le vie di approvvigionamento al castello. E questo fu un errore. Egli infatti non aveva tenuto conto di Sigismondo Pandolfo Maletesta.

A proposito, che stava combinando nel frattempo il riminese? Apparentemente nulla, anzi aveva fatto recapitare una lettera al condottiero urbinate dove si professava assolutamente neutrale. Per mezzo della stessa, lasciava addirittura intendere la possibilità di un suo intervento armato contro il Brancaleoni qualora se ne fosse intravista la necessità.

Questo era il viso diurno del Malatesta. Ma la vera personalità di costui doveva emergere di lì a poco col calare delle tenebre. Fu a notte fonda, infatti, che il riminese – irriconoscibile tra i soldati di Francesco da Piagnano e di Gregorio d’Anghiari – scagliò le sue truppe contro uno degli accampamenti feltreschi. Scelse per preda il campo peggio in arnese e comandato dal luogotenente meno esperto. Un’imboscata, quasi. Un’imboscata buona a portare devastazione e a dare la stura a quella che i libri ricordano come la Battaglia di Montelocco.

Federico, guidato più dalle orecchie che dagli occhi, accorse immediatamente per difendere il difendibile. All’alba, appena prima di essere ferito da una freccia, dovette accorgersi della mattanza subita dai suoi. Riuscì contro ogni previsione a scamparla, e trovò rifugio nel terzo accampamento.

Sigismondo Pandolfo Malatesta nel ritratto di Piero della Francesca

Sigismondo Pandolfo Malatesta nel ritratto di Piero della Francesca

Un’eroica controffensiva

I malatestiani, convinti della morte del capo nemico, presero – se possibile – a picchiare ancor più forte. Federico, dal canto suo, stava cercando di convincere i suoi a passare al contrattacco. Ma quel che ottenne in risposta non fu molto diverso da un mugugno.

Intanto un uomo aveva attraversato le linee, giungendo al suo cospetto per supplicarlo d’intervenire a soccorso dei compagni che ancora si stavano battendo. Le parole che udì fecero bollire il poco sangue rimasto nelle vene del futuro Duca di Urbino e aizzarono il condottiero al punto che, non volendo sentire ragioni, questi si inerpicò con l’ammaccata armatura su di un cavallo manifestando la ferma intenzione di portare aiuto ai suoi militi. Lo avrebbe fatto anche da solo, lasciò intendere, se necessario.

La corsa del baio e del suo eroico fantino venne però interrotta sul nascere dall’arrivo di un messaggero: Matteo Grifoni, uno tra i più fidati uomini di Federico, stava giungendo da Sant’Angelo in Vado forte di tremila fanti. La notizia prese a passare di bocca in bocca e rincuorò i feltreschi al punto che si andarono a schierare, ad uno ad uno, a fianco del loro comandante.

La collera e il desiderio di rivalsa si tramutarono in armi fortissime nei cuori degli urbinati, armi talmente poderose che i malatestiani prima barcollarono sotto l’onda d’urto, poi si dispersero. Montelocco fu riconsegnata dal Brancaleoni ai legittimi proprietari nella nottata.

Di Sigismondo non vi era più traccia, ma Federico era troppo scaltro per non capire chi si nascondeva dietro l’inganno. Giurò vendetta, e l’occasione di averne non tardò a presentarsi.

Armi tipiche del periodo (custodite presso l'armeria di Mondavio)

Armi tipiche del periodo (custodite presso l’armeria di Mondavio)

L’incredibile presa di San Leo

Cosa, meglio della presa di San Leo, avrebbe messo in chiaro le cose? Quale gesto – simbolico, ancor prima che utile alla causa feltresca – sarebbe stato capace di far abbassare le mire proprie del Signore di Rimini come la conquista dell’antica capitale del Montefeltro (ora sotto lo stendardo malatestiano)?

Tra Federico e la vittoria c’era però un problema di non poco conto: San Leo stessa.

Ma che cos’era San Leo?

Dante Alighieri racconta della cittadella ambita dall’urbinate come del luogo più inaccessibile sulla terra dopo quello in cui lo trasse Virgilio.

In effetti, la fama di imprendibilità non era stata attribuita casualmente all’antica fortezza. San Leo, oggi come allora, sorge sulla cima appiattita di un tremendo sperone roccioso, una specie di mostruosità schizzata fuori dalla terra come per la pedata di un gigante prigioniero al suo interno.

Sarebbe stato impossibile prenderla con la forza, dal momento che il passaggio buono a raggiungerla era così angusto da permettere il transito solo in fila indiana. E questo ammesso che il tempo non l’avesse reso impraticabile.

Né la sete né la fame, preoccupavano poi San Leo. L’antica e minuta capitale vedeva scorrere entro le sue mura una sorgente d’acqua pura, mentre un gran campo di grano coltivato entro la piattaforma le avrebbe garantito nutrizione per un bel pezzo. A ciliegina sulla torta se ne stava poi una scoscesa vigna dalla quale soldati e abitanti avrebbero potuto attingere per realizzare buon vino.

Uno sguardo alla imprendibile San Leo

Uno sguardo alla imprendibile San Leo

Un piano ardito, un piano vincente

Che fare, dunque? L’unica mossa possibile era quella di puntare sull’astuzia. Non è infatti raro imbattersi in giocatori così ben serviti dal banco che, lasciatisi prendere la mano da troppa sicurezza, giocano male le proprie carte. E questo è proprio il caso dei militi a guardia del fortilizio malatestiano.

Matteo Grifoni e il giovane Federico ordirono un piano talmente pazzo, talmente geniale, che non avrebbe potuto che portare al successo. O al dramma.

Nella notte, il primo si arrampicò con venti dei suoi per la parte più aspra del picco. Fece poi inchiavacciare le abitazioni del borgo e rimase nascosto fino al rivelarsi dei primi bagliori prodotti dl sole, quando cioè le truppe urbinate giù da basso presero a far fracasso, a chiamare battaglia a gran voce dai piedi del monte.

I soldati alle dipendenze del Signore di Rimini uscirono dalla rocca per schierarsi a margine del sentiero che conduceva all’abitato. Più incuriositi, per la verità, che realmente preoccupati dal baccano prodotto da quella banda di matti giù in fondo nella radura.

Gli uomini comandati dal vadese Grifoni approfittarono dello scompiglio per penetrare nella rocca lasciata quasi del tutto sguarnita. I difensori, non vedendo accorrere in loro soccorso la popolazione, pensarono che fossero stati traditi (non immaginando affatto gli abitanti prigionieri entro le loro case) e alzarono le mani in segno di resa.

Quando dalle torri della grandiosa struttura difensiva presero a sventolare i vessilli della casata dei Montefeltro, anche le restanti truppe riminesi pensarono al tradimento e, credendo ormai tutto perduto, si diedero alla fuga.

Federico aveva campo libero. San Leo, splendida terra dei suoi avi, era di nuovo pezzetto dello Stato di Urbino.

Capitolo successivo: ODDANTONIO DA MONTEFELTRO, MORTE ATROCE D’UN PRINCIPE

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