Giuseppe Musolino, il brigante chiamato Re dell’Aspromonte

Uno spaccone, un paranoico, un eroe delle lotte presocialiste, un assassino privo di pietà, un romantico benefattore, un mafioso. Questi sono solo alcuni degli aggettivi utilizzati dalla stampa nel tentativo di rimandare ai lettori l’immagine leggendaria di colui che la storia conosce come ‘il Re dell’Aspromonte’, ovvero il brigante Musolino.

Giuseppe, questo il nome del fuorilegge, nasce a Santo Stefano in Aspromonte il 24 settembre 1876 e, ancora giovanissimo, si macchia di diversi crimini. Si pensi che, appena undicenne, viene tradotto in carcere – dove soggiornerà per tre anni – con l’accusa d’aver tolto la vita a un suo compagno.

Tuttavia, la storia che ha reso celebre il brigante Musolino è un’altra, una storia che affonda le sue radici nel pieno dell’anno 1897.

Giuseppe Musolino in una foto d’epoca

La storia del brigante Musolino

E’ la sera del 28 ottobre e l’osteria della Frasca risuona di voci, di quelle che imprecano per la brutta mano di carte, di quelle un po’ impastate che ordinano l’ennesimo bicchiere e di quelle che tra una risata e l’altra stipulano accordi più o meno leciti.

Tra le tante parole che si possono udire nella bettola, alcune sembrano più colorite e affilate delle altre: sono quelle che i fratelli Stefano e Vincenzo Zoccoli adoperano per ribattere alle ingiurie di Antonio Filastò e, appunto, del Musolino. Il diverbio si trasforma presto in rissa, fatto non proprio insolito in quel di Santo Stefano. Un avvenimento, insomma, che tanto nella memoria degli interessati quanto nella stampa locale avrebbe certo dovuto conoscere un oblio piuttosto celere.

Se solo, però, la cosa fosse finita lì.

E’ un colpo di fucile a squarciare l’alba del giorno a venire e a dare la stura a una delle più incredibili storie di sangue dell’Italia intera, una fucilata che tuttavia non colpisce il bersaglio – il ventottenne Vincenzo Zoccoli – che di striscio.

I carabinieri, certo facilitati nel compito dal cappello di Musolino rinvenuto sul luogo del tentato omicidio, identificano subito gli aggressori. Antonio Filastò e Nicola Travia vengono arrestati, ma il loro compare Giuseppe è già scappato.

Scovato sei mesi più tardi in un borgo non lontano da Santo Stefano, Musolino viene acciuffato dalla guardia municipale Alessio Chirico e portato a Reggio Calabria per essere processato.

Amedeo Nazzari nel film ‘Il Brigante Musolino’ (1950). Regia di Mario Camerini.

Se per caso al paese torno…

Si proclama innocente, Giuseppe Musolino. La Corte d’Assise di Reggio Calabria però la deve pensare in maniera differente, dal momento che accetta le false testimonianze di Rocco Zoccoli e Stefano Crea che affermano d’aver sentito l’imputato adirato per il bersaglio fallito e non prende invece in considerazione le prove d’estraneità ai fatti apportate dallo stesso.

Il 28 settembre arriva la sentenza: ventuno anni di carcere.

Appreso il responso, stando a quanto si racconta, Musolino prende a canticchiare la canzone del brigante Nino Martino e sottolinea con enfasi la strofa che tradotta in italiano suonerebbe:

“N’ebbero allegrezza quel giorno

quando i giurati condannato mi hanno

ma se per caso al paese torno

quegli occhi che risero piangeranno”

Finito il motivetto, i denti dell’accusato si stringono, i pugni si chiudono con forza e una rabbia cieca esplode. Ne ha per tutti, Musolino. Ne ha per Zoccoli, al quale promette un giorno o l’altro di mangiargli il fegato e di venderne le restanti carni come fossero quelle d’una bestia da macello. Ne ha per la guardia Chirico che lo ha arrestato e pure per il proprio avvocato, quel Biagio Caramagna, a suo dire, reo di averlo volutamente trascurato per proteggere il cugino Giuseppe Travia, cioè colui che ha sparato davvero.

Il picciotto Giuseppe

Ma davvero un gioco da osteria, per quanto finito male, può portare fino al tentativo di uccidere? In effetti, c’è dell’altro.

Padre e zio di Giuseppe Musolino, proprio in quegli ultimi anni del XIX° secolo, fanno di Santo Stefano una roccaforte della picciotteria organizzata, una sorta di istituzione parastatale con tanto di tribunale e fondo sociale. Tra gli oltre centocinquanta affiliati figura anche Vincenzo Zoccoli che, tuttavia, per timore della Legge, manifesta l’intenzione di dissociarsi.

Questa presa di posizione costa a Vincenzo, oltre alla pallettata, anche la fama di traditore e l’odio degli altri appartenenti l’organizzazione criminale che la sera, all’osteria del paese, danno lui il benvenuto apostrofandolo come carogna e come infame.

Benché il tentato omicidio sia stato trattato dalla Corte d’Assise come la degenerazione d’una lite, è evidente che ci troviamo davanti a un’aggressione di stampo mafioso.

Dopo la rissa all’osteria della Frasca sono i capi della picciotteria, non Giuseppe, a decidere che la vita dello Zoccoli è già durata abbastanza. Allo stesso modo, non è Musolino – sebbene presente sulla scena del crimine – a premere il grilletto, compito toccato invece in sorte a Giuseppe Travia.

Il brigante Musolino

A seguito del processo, Giuseppe viene tradotto nel carcere di Locri. Leggenda o no, quel che si dice è che il devotissimo Musolino ha in San Giuseppe una guida d’eccezione, una guida talmente brillante da indicargli in sogno la maniera di evadere. Quel che è certo è che la mattina del 9 gennaio 1899, la cella viene trovata priva del suo inquilino.

Per il fuorilegge inizia un periodo di latitanza contraddistinto dall’appoggio della gente del posto – ricca o povera che sia – che in lui vede un simbolo, un uomo che combatte per salvarsi dalle ingiustizie e dalle false accuse dello Stato. Per i traditori, invece, viene il tempo del terrore, e le minacce espresse da Musolino al momento della sentenza prendono le sembianze di macabre promesse: solo nei primi mesi da fuggiasco, il brigante uccide cinque dei suoi accusatori, ne ferisce quattro e fa saltare in aria l’abitazione dello Zoccoli con la dinamite.

Una condotta, quella del brigante Musolino, che di certo non attirerebbe simpatie se costui, al contempo, non fosse capace di ammantare la sua figura di romanticismo. Si dice ad esempio che egli abbia fatto dono ad una povera ragazzetta dagli abiti laceri, mai veduta prima, della somma necessaria ad acquistare il miglior abito esposto nella bottega del paese. O anche che abbia risparmiato la vita a un giovane ufficiale perché troppo bello per essere cancellato dal mondo.

Tentativi di cattura

Sono tre le volte in cui le forze dell’ordine arrivano ad un passo dall’acciuffare il malvivente.

Nel primo tentativo giocano un ruolo da protagonista un paio di subagenti di emigrazione che lo convincono ad imbarcarsi clandestinamente su una nave e ad abbandonare l’Italia. Sulle prime Musolino accetta, salvo poi rimangiarsi la parola data. Si presenta volutamente in ritardo all’appuntamento e, quando vede che dell’imbarcazione non c’è traccia, stila altre due ricette di morte.

Si pensa allora di prendere il criminale facendo leva sulla sua grande passione: le donne. Viene organizzato un incontro tra Musolino e una ragazza da lui parecchio desiderata. Il nostro antieroe, però, si materializza nell’abitazione della giovane la notte precedente l’appuntamento, chiude in casa tutta la famiglia e sequestra la sua bella, tenendola con sé sui monti per tre giorni.

In un’altra occasione, le forze dell’ordine riescono ad assoldare il Princi, un confidente del brigante. Il falso amico invita Giuseppe presso la grotta di Mingoja per degustare assieme un piatto di maccheroni. Quello che Musolino non sa è che la portata è a base d’oppio e che i carabinieri hanno formato attorno a lui due cordoni di vigilanza. Solo che l’oppio è guasto e non funziona, inoltre una guardia, trovandosi il fuorilegge a cinque metri di distanza, esplode in un grido di paura che dà modo al latitante di rendersi conto del tranello. Musolino prontamente spara al Princi, si getta nel vicino dirupo, uccide un carabiniere facente parte del secondo cordone e fa perdere le sue tracce.

Uno scorcio della bella e celebre Gola del Furlo

Il ghigno cattivo della sorte attende il brigante Musolino al Furlo

Musolino non è più un semplice delinquente, piuttosto rappresenta ormai un’onta, una ferita aperta nell’orgoglio del giovane Stato italiano. Togliere di mezzo il Re dell’Aspromonte val bene per il Governo l’esorbitante spesa di un milione di lire, e tra le misure straordinarie vi è anche quella di mettere lui alle calcagna interi reparti di militari, i quali riescono a neutralizzare gli appoggi di cui il brigante gode in area calabrese.

Venuta a mancare ogni forma di supporto dalla sua gente, nel 1901, l’uomo più ricercato del momento decide di abbandonare la sua terra e di chiedere la grazia al re.

Il brigante Musolino si trova al PASSO DEL FURLO (Acqualagna, PU) quando, tuttavia, il destino sceglie di voltargli le spalle.

Antonio La Serra e Amerigo Feliziani, due carabinieri comandati da Antonio Mattei (padre di Enrico Mattei), stanno perlustrando la zona in cerca di alcuni banditi che qualche tempo prima hanno costretto un loro commilitone a rendere anzitempo l’anima a Dio. Giuseppe li vede e pensa invece che siano lì per lui. Così attacca a corre a perdifiato, scivola veloce tra le zolle, fende un vitigno, ma la caviglia d’un tratto gli è afferrata da un fil di ferro che lo fa prima ruzzolare e poi acciuffare.

Celebre è il commento che rivolge ai due militari: “quello che non poté un esercito, poté un filo”.

La storia di Giuseppe Musolino si conclude con otto anni di isolamento in carcere e un ergastolo che nel 1946, con l’infermità mentale riconosciutagli, muta in una detenzione forzata presso il manicomio di Reggio Calabria. Il leggendario brigante muore, completamente pazzo, il 22 gennaio 1956.

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