Colbordolo, un territorio dai due volti

Quello di Colbordolo è territorio capace di spiazzare il visitatore, di lasciarlo a bocca aperta per due volte nello spazio d’un attimo.

Cosa aspettarsi, infatti, da un luogo che i documenti attestano fondato nel XIII° secolo e il cui toponimo va inteso come ‘piccolo borgo sul colle’? Ciò che giunti al culmine del poggio ci si immagina di trovare è senz’altro un paese dal sapore antico, magari di quelli coi fiori ad agghindare ogni finestra e il laterizio che – sul far del tramonto – si tinge dei colori caldi dell’ultimo bacio del sole che muore dietro le colline.

Eccola, la sorpresa: di tutto questo vi è ben poco. L’unico elemento sopravvissuto alla frenesia del dopoguerra, e buono a ricordare lo ieri del posto, è la porta cittadina sovrastata da un peculiare campanile. Oltrepassando la bella arcata, e i motori per il condizionamento dell’aria che le sbucano accanto come destrieri più improbabili che fidi, si accede a quello che era il castello vero e proprio. Altro giro, altro regalo: l’intonaco ha lavato via dalle case ogni traccia di antichità.

Di certo, però, un borgo nato nella burrascosa epoca medievale e cresciuto su di un’altura al fine di poter dominare con lo sguardo un pezzo di terra piuttosto vasto non può che godere di uno strepitoso panorama. E allora l’occhio viene lasciato libero di correre giù per tremende discese, di rotolare fino al fondo della valle del Foglia. E di cogliere tutto il grigio d’una estesa zona industriale.

Tutto qua, dunque, Colbordolo? Affatto.

Dicevamo di un territorio capace di far penzolare la mandibola del forestiero per due volte. Della prima, cioè di quella legata alle aspettative disattese, vi ho già detto. Ora vi racconto della seconda, ovvero di quando il visitatore si renderà conto d’esser finito in uno dei luoghi più poetici della Provincia.

La porta d'accesso al castello di Colbordolo sormontata da campanile
La porta d’accesso al castello di Colbordolo sormontata da campanile

Colbordolo e i suoi tesori nascosti

Un primo guizzo di bellezza, di vitalità culturale, buono a lenire la delusione lo si trova già nel centro storico, appena fuori le mura castellane: è il Centro di Documentazione Giovanni Santi, dedicato all’attività letteraria e artistica del padre di Raffaello che proprio a Colbordolo trovò i natali nel lontano 1435. Il Centro di Documentazione è dal 2019 anche punto di partenza di un ideale percorso detto Parco delle Muse e delle Ninfe, 28 tappe che si snodano sul territorio e che sono legate alla figura del Santi e ai temi delle ninfe, dell’acqua e del paesaggio.

La vera anima di Colbordolo, un’anima romantica e dai contorni ben definiti, è in ogni caso da ricercarsi lontano dal castello e dai luoghi dove l’uomo moderno ha dimenticato l’umiltà, il vivere in maniera frugale, il profondo legame che è necessario mantenere con la terra che l’ospita.

Colbordolo è, in effetti, una specie di simbolo di questa eterna battaglia che vede ricchezza e comodità contrapporsi a semplicità e minuta meraviglia. E il riassunto di questa guerra senza polvere da sparo sta nei panorami: se da un lato lo sguardo è – come detto- obbligato a cozzare giù da basso contro tremendi capannoni e strade sovraccariche di mezzi, dall’altro (volgendosi alla valle dell’Apsa) può archiviare tutto l’incanto d’una generosissima natura e di una vita d’altri tempi che non la sovrasta ma le scorre a fianco.

Mulino di Pontevecchio

Piccola poesia contadina per chi guarda

Dicevamo di belle vedute, e la migliore dista non più di una breve arrampicata d’automobile, il tempo di raggiungere la pineta del Monte di Colbordolo. Da questa caratteristica meta di scampagnate estive è pressoché impossibile non accorgersi dell’amena bellezza del paesaggio che ci circonda e del piccolo castello che ci si para davanti: è il CASTELLO DI MONTEFABBRI, un pezzo di autentico medioevo che spesso ha rubato la scena al vecchio capoluogo comunale (oggi Colbordolo è soggetto all’amministrazione di Vallefoglia) e che, nonostante i pochi abitanti, viene a pieno titolo annoverato tra ‘I Borghi più Belli d’Italia’.

Oltrepassati la pineta e lo strepitoso borgo murato, la strada conduce dalle parti del Mulino di Pontevecchio, un’infrastruttura realizzata sul finire del XV° secolo su progetto di Francesco Paciotti comprendente originariamente solo i locali di molitura e l’abitazione del mugnaio. Pian piano la struttura è cresciuta d’importanza, tanto da ospitare nel ‘600 diverse botteghe artigiane e un’osteria (al suo interno è oggi allestito un museo sulla vita contadina).

A monte del mulino (a poche decine di metri dallo stesso) è visibile ciò che resta di un ponte probabilmente realizzato ai tempi di Guidobaldo I. E’ una costruzione spezzata dalla furia della seconda guerra mondiale, oggi inutile a fini pratici, ma che porta con sé, specie nelle serate avvolte di nebbia, un fascino senza pari.

La via per Coldelce

E’ dalle parti di Cappone, frazione di Colbordolo finché questi si poteva vantare d’esser Comune, che si apre una stradicciola secondaria che porta alla destra del torrente Apsa.

Pian piano gli alberi prendono a bordare la via e mano a mano che l’auto ingoia asfalto, le querce si fanno più grandi e numerose. In un sobbalzo che ha il retrogusto d’una magia, ci si accorge dell’odore pungente di terra umida e foglie che ha invaso l’abitacolo e che l’ordinata vegetazione che accompagnava il percorso fino a un attimo fa si è fatta bosco. E il nostro breve viaggio diviene un tuffo fuori dal tempo e dalla vicina civiltà.

La via però continua e una piccola sorpresa ci attende. Un dono invisibile per chi va di fretta, che si può cogliere solo se qualcuno ti ha dato la giusta imbeccata (io l’ho letto sul volume Sotto gli occhi del Duca di Daniele Sacco): si tratta di visi scolpiti nel tufo, piccole sculture che sembrano omaggiare i luoghi e che per certi versi – come dice l’autore del libricino – richiamano un non so ché legato alla sacralità della natura.

Poco distante da questo minuto prodigio di arte povera se ne sta il borghetto di Coldelce con la sua bella chiesetta (oggi di proprietà privata) e il piccolo cimitero abbandonato.

I volti scolpiti lungo la via per Coldelce
I volti scolpiti lungo la via per Coldelce

Chiesa di Sant’Eracliano

D’un tratto l’asfalto abbandona la via, ma proseguire (se le condizioni della strada dovute alla stagione lo permettono) non è un’idea da scartare. Il premio alla costanza è un’immagine davvero suggestiva e che vede un grande edificio sacro emergere nel bel mezzo del bosco: è la Chiesa di Sant’Eracliano.

Ad una prima occhiata il luogo di fede pare integro, ma alle prese con uno sguardo più ravvicinato e attento la struttura non riesce a nascondere lo stato di abbandono in cui versa.

Nonostante il campanile crollato per metà, le mura sbrecciate e i pezzi di cielo che fanno capolino dalle finestre rotte, Sant’Eracliano ha un fascino tutto suo e pare volerci ricordare di come anche le più magnifiche opere dell’ingegno umano poco possano contro l’impeto della natura e del tempo.

Chiesa di Sant’Eracliano

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