La Congiura dei Serafini e Piero della Francesca

A Urbino, nel luglio 1444, si consumò un fatto capace di influenzare gli equilibri geopolitici e socio-culturali dell’Italia Rinascimentale, un avvenimento che secondo un numero sempre crescente di studiosi troverebbe il suo silente narratore in un enigmatico dipinto di Piero del Borgo di San Sepolcro, artista meglio noto come Piero della Francesca.

L’opera in questione, conosciuta come LA FLAGELLAZIONE DI CRISTO, nel corso degli anni è stata oggetto di numerose e diversissime interpretazioni, di cui la più suggestiva è forse quella (introdotta da Bernd Roeck con il saggio Piero della Francesca e l’assassino) che mette il dipinto in relazione alla Congiura dei Serafini, congiura che portò ODDANTONIO DA MONTEFELTRO ad un’atroce morte e il fratellastro Federico al potere (ti consiglio, prima di proseguire la lettura, di cliccare sul link per meglio comprendere quanto segue).

Di più. Non sono pochi coloro che vorrebbero la tavola del maestro di San Sepolcro unica testimone dell’efferato crimine che costò la vita al primo duca urbinate, una testimone che se osservata sotto la giusta luce conduce fino all’assassino o, più correttamente, al mandante dell’omicidio.

Guardando il dipinto

La Flagellazione, realizzata secondo rigide proporzioni matematiche, avvicina due momenti storici distinti nel tempo ma compatibili tra loro. Nel dipinto figurano infatti due squarci di vita posti su piani differenti, sovrapponibili tuttavia per circostanze e personaggi.

A sinistra, piuttosto lontano dallo spettatore, se ne sta un Pilato indifferente, che dal suo trono osserva il Cristo venire spietatamente flagellato. La scena si svolge all’interno di un pretorio illuminato da una strana luce proveniente da destra.

In primo piano, sulla destra, notiamo invece tre uomini raccolti in un silenzioso crocchio, dai cui abiti si evince essere contemporanei al pittore. Le loro ombre rivelano che la luce proviene da sinistra.

Ora, al fine di risolvere la proporzione matematica e ottenere il viso dell’omicida è importante comprendere chi siano i personaggi e in che “proporzione” stiano tra loro.

La vittima

Osservando il dipinto notiamo che il Cristo ed il giovane scalzo con la veste rossa sono entrambi al centro del rispettivo piano pittorico e che i loro corpi hanno la medesima postura. Gli sguardi di ambedue sono rivolti verso qualcosa di superiore, di altro. Pur essendo su piani pittorici differenti, per ambientazione spazio-temporale e per origine della luce, si ha una perfetta sovrapposizione tra le due figure.

La proporzione mostra che il giovane scalzo, come Cristo, è espressione della flagellazione subita a torto e la veste rossa evidenzia il martirio. Mentre l’assenza di calzature indica che il giovane biondo è persona deceduta.

E allora la prima domanda da porsi è: chi è il giovane scalzo?

Dal confronto con i ritratti custoditi presso la Biblioteca Comunale durantina, i magazzini dei Musei civici di Pesaro ed il Kunsthistoriches Museum di Vienna, si può affermare con quasi assoluta certezza che il giovane scalzo martirizzato sia Oddantonio.

Inoltre, sembra che codesto principe, così come avvenne per il padre, sia stato tumulato scalzo e con addosso una veste modesta e disadorna.

Il ritratto del giovane duca custodito presso il Kunsthistoriches Museum con a fianco il ragazzo dalla tunica rossa presente nel dipinto di Piero: la somiglianza è innegabile.

Pilato e la Flagellazione

Individuata la vittima, occorre procedere alla ricerca dell’assassino.

Osservando il piano pittorico della flagellazione, riconosciamo immediatamente Pilato nell’uomo seduto sul seggio con lo skiadion in testa e la barba alla greca (sphenopogon). Lo sguardo è freddo e disinteressato, quasi che la cruda scena che gli si para davanti sia solamente una delle tante incombenze derivanti dal proprio incarico.

Chi sia Pilato è piuttosto noto, cioè colui che ordinò la flagellazione e l’uccisione del Cristo. Meno lampante è però la soluzione alla seguente proporzione: Cristo sta a Pilato come Oddantonio sta a… ?

In questo caso, Piero ci aiuta. L’uomo in primo piano con il turbante e lo sphenopogon è il mandante dell’omicidio di Oddantonio.

Chiaramente l’artista, al fine di evitare ritorsioni, ha occultato l’immagine e l’identità dell’omicida. E di primo acchito, la sensazione che ci troviamo a provare noi moderni investigatori non è molto diversa da quella che vive chi si trova in alto mare in una giornata di bonaccia con le stelle coperte dalle nubi.

Piero, tuttavia, non abbandona né naviganti né i moderni curiosi. All’uomo con la barba fa indossare una cappa rossa e delle calzature gialle. Un’indicazione impercettibile, ma per un marinaio navigato è una rotta sicura. In effetti c’è solo un personaggio legato a Cristo che viene solitamente raffigurato con un mantello o un abito rosso e calzature gialle: Giuda Iscariota, un traditore con tanto di certificazione biblica.

Si noti inoltre che nel piano della flagellazione ritroviamo una figura con il turbante che ha, con prospettive differenti, la stessa postura dell’uomo con la barba. Insomma Giuda è vicino a Pilato e assiste alla flagellazione.

Tutto qua? Affatto.

Bacio di Giuda, Ludovico Carracci (1589/90)

La Legenda Aurea

Dal testo di Jacopo da Varazze la Legenda Aurea emergono molte analogie tra le vite di Pilato e  di Giuda… Provare per credere.

Pylatus è figlio illegittimo, nato dall’unione tra Re Tyrus e Pyla, figlia del mugnaio Atus. Quando Pylatus giunse a corte all’età di tre anni dovette fare i conti con il figlio legittimo di Tyrus, un figlio che il sovrano ebbe con la regina dopo la nascita di Pylatus.

Nel tempo l’amarezza e l’invidia crebbero, conducendo Pylatus ad uccidere il fratellastro. Il Re piuttosto che togliere la vita anche a Pylatus, come voleva l’Assemblea, decise di inviarlo come tributo nella lontana Roma.

Giuda, invece, venne trovato all’interno di una cesta sulla spiaggia dalla Regina dell’isola di Scarioth. I genitori naturali di Giuda, Ruben e Ciborea, a seguito di un sogno che vedeva il loro futuro figlio capace di rovinare il loro intero popolo, decisero di affidarlo, ancora in fasce, al mare.

La Regina, priva di erede al trono, lo spacciò per suo figlio. Successivamente la sovrana di Scarioth ebbe un figlio legittimo, e così Giuda, divenuto il secondo, iniziò a picchiare continuamente l’erede legittimo. La regina, stanca della situazione, rivelò la realtà su Giuda. Questi uccise il fratellastro e, per evitare l’esecuzione della pena capitale, scappò a Gerusalemme con coloro che portavano il tributo.

Due vite, quelle di Pilato e di Giuda, se non uguali, molto simili. Tanto simili che i due finirono per incontrarsi a Gerusalemme, ove strinsero stretti rapporti.

Il mandante della Congiura dei Serafini

Se il detto “non c’è due senza tre” porta in seno del vero, è possibile che Piero abbia detto il volto del mandante dell’omicidio senza mai nominarlo, semplicemente riferendosi a un terzo uomo dai trascorsi non troppo dissimili da quelli propri tanto a Pilato quanto a Giuda.

E chi potrebbe essere?

Forse qualcuno che fu accolto a Urbino come figlio illegittimo di Guidantonio, anche se in realtà i suoi veri genitori erano altri.

Qualcuno che dopo le seconde nozze del padre adottivo divenne un “bastardo” e fu allontanato per tornare solamente quando, ad un anno dal matrimonio, non v’erano discendenti maschi.

Qualcuno inviato a forza lontano dalla propria terra, spedito in qualità di ostaggio prima a Venezia e poi a Mantova.

Qualcuno che dovette sentirsi certo defraudato del proprio avvenire per colpa del fratellastro e che nella violenza trovò risposta alla frustrazione.

Qualcuno come Federico, il più conosciuto tra i duchi d’Urbino.

Va ricordato che quella dei Serafini non fu l’unica congiura architettata dal Signore urbinate. Egli contribuì attivamente anche alla congiura dei Pazzi di Firenze. Insomma, Federico era un personaggio di spicco del Rinascimento italiano e, come gli uomini del suo tempo, non era eccessivamente propenso a farsi degli scrupoli.

Tutto risolto, quindi? In realtà per diradare le nebbie attorno a questo antico fatto di cronaca nera, vanno sciolti altri enigmi.

Federico nel celebre ritratto di Piero della Francesca

Bernardino Ubaldini della Carda e il suo Alto corrispettivo

Il terzo ed ultimo uomo del crocchio è Bernardino Ubaldini della Carda, il vero padre di Federico. Gli indizi in tal senso sono: il cardo riprodotto nella trama dell’abito; i colori blu e oro della sopraveste, colori tipici degli stemmi della casata dei Della Carda; infine, il cappuccio rosso sulla spalla destra dello stesso, a significare la posizione di prestigio da egli ricoperta all’interno della corte.

Bernardino/Ruben guarda con gravità il figlio Federico/Giuda, che con la mano destra sembra nascondere le mele che, secondo la “Legenda Aurea”, Giuda rubò su richiesta di Pylatus. Nel libro di Jacopo da Varagine si legge che tra Giuda e il padrone del giardino, a seguito del detto furto, divampò una accesa discussione che finì con la morte del secondo. Purtroppo la vittima era Ruben, ma Giuda non sapeva e non seppe mai che quello che aveva ammazzato era suo padre. Nel dipinto le cime degli alberi poste dietro Oddantonio e protette dal muro di cinta alluderebbero proprio al giardino di Ruben.

Ma non è tutto: la mano sinistra di Federico/Giuda sembra voler calmare gli animi, richiamando la lite con Ruben, mentre lo sguardo è rivolto altrove e sfugge lo sguardo di Bernardino, zio di Oddantonio.

Benché osservando il piano pittorico della flagellazione non troviamo il correlativo di Bernardino/Ruben, portando attenzione alle luci è possibile risolvere l’enigma e assaporare il genio creativo di Piero.

La flagellazione riceve luce da destra, ma la strada a destra del pretorio è priva di luce. Altra particolarità è l’accesa luminosità del solo cassettone sopra Cristo. E’ lo sguardo di Cristo ad indicare dove si trovi il punto di luce, ossia all’altezza dei capitelli tra la seconda e la terza colonna. Siamo difronte ad una luce ultraterrena. Dio è vicino ai propri figli, siano essi Cristo o Pilato.

Bernardino, padre di Federico e zio di Oddantonio, trova il suo complementare in Dio.

Avviciniamoci con calma all’ultimo mistero celato dal dipinto, ossia… chi è il committente del dipinto?

I tre personaggi in primo piano

Il committente

Di certo, se questa tesi risponde al vero, Federico non può aver commissionato un dipinto che lo inchioda alle sue responsabilità.

Non a caso la Flagellazione entrò a Palazzo Ducale molti secoli dopo l’evento delittuoso. Secondo il Cinelli, la tavola di legno più celebre della storia dell’arte fu commissionata intorno al 1459 e rimase a Sansepolcro sino al 1680, dato che Piero svolse il lavoro con la sua proverbiale flemma artistica e dovette terminare l’opera dopo la morte o dopo il disastroso crollo economico del committente.

La Flagellazione atterrò, dopo vari passaggi, presso il Duomo di Urbino nel 1717, come attesta un documento relativo alla visita pastorale del 1725, e solo nel 1915 varcò la soglia del Palazzo ove prese definitiva dimora.

Sia come sia, due sono le ipotesi: la via di Rimini e la via di Roma.

La via riminese

Parlare di Rimini significa parlare di Sigismondo Pandolfo Malatesta, nipote di Rengarda Malatesta e fratello di Domenico (Novello) Malatesta.

Gli elementi che conducono a Rimini sono riferiti alla circostanza che vede Battista e Antonio di Nicolò dei Prefetti di Vico, scampati alla pubblica decapitazione nel 1446 (furono scoperti mentre ordivano un attentato ai danni di Federico), cercare e trovare protezione presso Sigismondo.

Va ricordato che dopo la morte di Oddantonio, la signoria di Urbino competeva alle sorelle del defunto nel seguente ordine: Violante, Agnesina e Sveva. E, dal momento che Violante sposò Domenico (Novello) Malatesta, Urbino e i suoi territori avrebbero dovuto divenire cosa dei Malatesta.

Secondo i sostenitori di questa tesi, la decorazione di rose nel muro di cinta del giardino, posta all’altezza della spalla destra di Oddantonio, richiamerebbe quella presente alla base del Tempio Malatestiano. Ciò a sottolineare come Piero conoscesse Rimini e intrattenesse rapporti con Sigismondo.

La via romana

La via di Roma vuole invece che la colonna della Flagellazione rappresenti il martirio di un Colonna.

A tal proposito va detto che il Cardinale Giovanni Colonna, avo di Caterina Colonna (madre di Oddantonio), nel 1223 riportò da Gerusalemme alcuni frammenti della colonna della flagellazione.

Da non dimenticare che lo stesso stemma dei Colonna è appunto una colonna bianca su sfondo rosso.

Ma come sarebbe arrivato Piero alla famiglia romana dei Colonna?

E’ possibile che, per il tramite di Sigismondo Malatesta o di Leon Battista Alberti oppure di Lionello D’Este, Piero sia venuto in contatto con il Cardinale diacono Prospero Colonna, zio di Oddantonio, di Violante, di Sveva e di Agnesina.

L’incontro tra Prospero, uomo di riferimento per la cultura dell’epoca nonché persona attenta agli interessi del casato, e Piero è confermato dal dipinto il “Battesimo di Gesù”. In questo dipinto sono riprodotti tre angeli che, salvo le ali, richiamano il gruppo di statue chiamato le “Tre Grazie” e ritrovato nel giardino di Prospero. L’elemento pittorico del “Battesimo” indica come Piero abbia visto le Grazie dal vivo presso il giardino di Prospero.

Altro elemento a favore di Prospero quale committente della “Flagellazione” è la statua del dio sole posta sulla colonna del dipinto. La statua regge nella mano destra una verga, al posto della classica spada, ed una sfera nella mano sinistra.

La sfera, posta all’altezza della luce divina, rappresenta la mela di Paride. Una mela simbolo dell’immortalità dell’anima. Forse un’opera che Prospero voleva regalare ad una delle sue nipoti, con l’intento di farle ricordare l’immortalità dell’anima del fratello perduto.

Purtroppo non vi è alcun documento che ci consente di archiviare in maniera definitiva l’enigma in merito al committente di questa splendida opera.

Quel che è certo è che la Flagellazione, come le tante opere attribuite a Piero della Francesca, esprime la maestria, l’attenzione, la lucidità, la profonda cultura e la genialità di un artista senza pari.

Articolo di Matteo Piccini

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Una risposta

  1. ilfederico ha detto:

    Ringrazio il bravo Matteo Piccini per questo straordinario articolo atto a divulgare la chiavedi lettura data al dipinto dal Roeck. Personalmente, tuttavia, ritengo molto più verosimile una tesi derivante sempre da quella di Roeck, ma che si differenzia da questa in elementi importanti. In effetti, Piero della Francesca era a mio avviso troppo legato a Federico per trascinarlo in un’accusa così tremenda. Se poi consideriamo che Oddantonio fu portato ad agire in così malo modo dai due consiglieri fraudolenti in qualche modo a lui assegnati da Sigismondo Malatesta, la considerazione viene facile: i personaggi in primo piano sono Oddantonio, Manfredi Pio da Carpi e Tommaso Agnello (consiglieri/traditori/Giuda).

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