Federico da Montefeltro, una vita fuori dall’ordinario

Chi era Federico da Montefeltro? E a cosa costui deve la longevità della sua fama? Federico da Montefeltro fu Signore del piccolo Stato di Urbino e certo si dimostrò carismatico condottiero, finissimo stratega e guerriero capace di guidare alla vittoria eserciti su cui nessuno scommettitore avveduto avrebbe puntato moneta. Fu anche protettore d’artisti e divenne, per mezzo dei maestri che ne hanno riprodotto i peculiarissimi tratti in creazioni immortali, opera d’arte egli stesso. Nondimeno, Federico fu uno dei grandi protagonisti del Rinascimento, basti pensare a quella perla d’architettura dal valore inestimabile che ha lasciato in eredità ai posteri e che il mondo conosce come Palazzo Ducale di Urbino.

Ancora, il più celebre tra i duchi d’Urbino è un modello di Principe del tutto nuovo: in un universo – quello tardomedievale – dove violenza e sopruso sono il biglietto da visita dei Signori, egli, senza rinunciare all’autorevolezza, riesce a mostrarsi magnanimo, accessibile, giusto, umano.

Palazzo Ducale di Urbino, splendida dimora di Federico da Montefeltro

Palazzo Ducale di Urbino, splendida dimora di Federico da Montefeltro

Non è un azzardo affermare che Federico si prodigò, per quanto in suo potere, nell’alleviare le sofferenze dei bisognosi, facendo delle sue terre uno Stato dove la povertà era quasi del tutto assente, un’isola prospera in un mare burrascoso. Curioso, se non del tutto sbalorditivo per l’epoca, il fatto riportato da alcune cronache a lui coeve: pare avesse al soldo delle spie il cui compito, stranamente, non era quello di tenere d’occhio gli spostamenti dei nemici, ma d’informarsi sull’andamento degli affari di artigiani e commercianti feltreschi… e se le cose non fossero andate come avrebbero dovuto, sarebbe apparso nelle botteghe degli spiati un cliente con un consistente ordinativo. Era solitamente un acquirente spedito lì in incognito da Federico stesso: nulla si doveva sapere del vero committente, il lavoro ha un volto decisamente più nobile della carità.

Certo, Federico da Montefeltro non fu l’unico governante amato dalla propria gente, così come non fu l’unico mecenate o il solo benefattore. Per questo mondo sono passati condottieri in gran numero, e probabilmente qualcuno finanche più capace di lui. La questione però è che Federico non fu una sola di queste cose, le fu tutte assieme.

Di sicuro non hanno torto gli studiosi che sostengono che il Montefeltro avesse anche un volto rapace, freddo, calcolatore; egli fu abile, attraverso i suoi artisti e letterati, a tramandare a noi contemporanei un’immagine di sé un tantino contraffatta, dove le macchie sono state in gran parte lavate via e i pregi accentuati. Ma questa intuizione, che ha trasformato l’uomo in eroe senza eguali, è un’ulteriore dimostrazione della grandezza e della lungimiranza di Federico da Montefeltro.

Una piccola premessa per il lettore

Avrei potuto, anzi mi sarebbe costato assai meno in termini di fatica, ridurre la vita di Federico da Montefeltro ad un’arida sequenza di fatti salienti, un distillato di avvenimenti sì completo ma privo di colore, come tanto piace a Google e ai suoi misteriosi algoritmi. L’incredibile nella vita di costui, tuttavia, si mostra tanto nei grandi eventi che nelle piccole sfumature di un carattere, meraviglie, queste ultime, forse ancora più interessanti in quanto meno conosciute e accessibili.

E io, pace ai motori di ricerca, voglio parlarne, desidero dire bene e fino in fondo di questo uomo che ha reso grande il piccolo pezzetto di terra assieme aspro e incantevole nel quale io che scrivo affondo le mie radici: il Montefeltro. Il lettore, dunque, non troverà di seguito un articolo, ma la prima di una serie di storie che messe assieme dovrebbero dare l’idea di chi fu davvero Federico da Montefeltro.

Buona lettura.

Battista Sforza e Federico da Montefeltro. Bassorilievo attribuito al Laurana. Musei Civici Pesaro.

Battista Sforza e Federico da Montefeltro. Bassorilievo attribuito al Laurana. Musei Civici Pesaro.

Il giovane Federico da Montefeltro

Era il 7 giugno 1422 quando il fortilizio di Petroia, nei pressi di Gubbio, si riempì delle prime grida di un bimbetto: era Federico da Montefeltro che avvisava il mondo della sua venuta. Se è vero che la nascita di costui fu accolta con gioia, non è menzogna l’affermare che del piccolo non si fece un gran parlare, che lo si tenne quasi nascosto.

Non ci sono dubbi né sul giorno né sul luogo della nascita, più oscuro è invece il chi fu a donare la vita a quello che poco più di un decennio dopo divenne uno dei condottieri più rinomati del suo tempo.

L’allora Signore urbinate Guidantonio da Montefeltro, nei ventisette anni di matrimonio, si era certo messo d’impegno nel tentativo di generare un erede, ma sotto le lenzuola le sue armi, in tutta evidenza, risultarono assolutamente inefficaci dinnanzi all’arido ventre della consorte Rengarda Malatesta. Alla fine il tanto atteso rametto riuscì a spuntare nell’albero genealogico del casato feltresco, ma non fu merito di Rengarda. C’è chi, tra gli storici, indica come mamma di Federico da Montefeltro una signora d’Urbino senza meglio precisare, altri ne vorrebbero per madre una donna di Gubbio che la storia non è riuscita a ricordare.

Ecco spiegata la bolla di silenzio che si era creata attorno al piccolino: un figlio concepito fuori dal letto genitoriale, per quanto a quei tempi non infrequente, era comunque un boccone amaro da mandar giù per la sposa tradita, un boccone tuttavia necessariamente da masticare, dal momento che avrebbe permesso alla dinastia dei Montefeltro di continuare a vivere contro ogni previsione.

Questa accoglienza freddina sarebbe ancor più giustificata se fosse veritiera una terza ipotesi, tra l’altro l’ipotesi più accreditata: ovvero che Guidantonio fosse nonno e non padre di Federico, che a sua volta sarebbe nato dall’unione di Aura (lei sì, figlia illegittima del Conte) con il condottiero Bernardino Ubaldini della Carda.

Gubbio, città natale di Federico da Montefeltro

Gubbio, città natale di Federico da Montefeltro

Più il cielo è buio, più l’astro splende: la formazione di Federico da Montefeltro

Ci vollero due anni e la morte della contessa Rengarda affinché il piccolo Federico potesse apparire a corte. La strada per il giovane Montefeltro sembrava allora spianata: finanche Caterina Colonna, la nuova moglie di Guidantonio, lo accolse a braccia aperte. La donna lo coccolò, l’amò almeno fino a che non ebbe un figlio suo: era il 1427 quando nacque Oddantonio.

A quel punto, Federico passò in secondo piano per ciò che concerne la successione e prese ad essere trascurato dai familiari come fosse un abito liso nelle mani di una nobildonna o un giocattolo venuto a noia in quelle di un pargolo ormai cresciuto. In fin dei conti, se vogliamo, il matrimonio programmato per lui dal (forse) padre con la piccola Gentile Brancaleoni fu una manna dal cielo. Egli non aveva ancora compiuto cinque anni quando venne spedito a Mercatello sul Metauro, dove la futura suocera lo trattò con amore materno e procurò lui un’educazione di prim’ordine. Inutile dire che questa unione portò in dote ai feltreschi non pochi vantaggi, su tutti l’annessione del detto castello e di una ventina di abitati limitrofi.

Tra Venezia e Mantova

Certo il periodo trascorso in quel piccolo centro piantato negli Appennini dovette rappresentare per il piccolo Federico da Montefeltro un’epoca felice, di cui però egli non dovette godere a lungo. Era sorto infatti uno screzio tra suo padre e Papa Eugenio IV, cosicché Federico venne inviato a Venezia in qualità di ostaggio e vi sarebbe dovuto restare, a testimoniare la buona fede della parte urbinate, almeno finché la contesa non avesse trovato risoluzione.

Quello che sembrava un tiro mancino giocato dalla sorte al piccolo Montefeltro si mostrò presto per quello che in realtà era: un colpo di fortuna. Nella città lagunare egli poté aprire gli occhi su un mondo cosmopolita e approfondire le sue conoscenze in fatto di commercio e politica.

Fu la peste ad allontanarlo dalla Serenissima e a condurlo alla corte dei Gonzaga.

Ca' Foscari, Venezia

Ca’ Foscari, Venezia – By Ca’ Foscari Digital Week – Flickr: Digital Week – 4, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=22877768

A Mantova lo attendeva un grande onore. L’Imperatore Sigismondo, dopo essere stato incoronato a Roma, stava tornando in Germania e transitando per le varie corti italiane ne riceveva ospitalità, ospitalità che il Cesare ricambiava elargendo onoreficenze come se non ci fosse un domani. Fu proprio in una di queste occasioni che Federico da Montefeltro venne creato cavaliere.

Questa pubblica distinzione non fu l’unico elemento che il figlio illegittimo di Guidantonio poté apportare al suo curriculum nei due anni trascorsi nella città nata sulle sponde del Mincio. Ebbe infatti qui modo di frequentare le lezioni tenute da Vittorino da Feltre presso la celebre scuola Ca’ Zoiosa. Vittorino era, in fatto di istruzione, un pioniere, un illuminato. Il maestro non aveva per obiettivo quello di riempire di nozioni le teste degli allievi, bensì quello di preparare i ragazzi alla vita. A Ca’ Zoiosa si apprendeva il greco, il latino, la musica, il disegno, le scienze, ma uno spazio l’aveva anche l’arte delle armi, così come l’avevano la caccia e la pesca. Certo, vigevano regole severe, ma genio e creatività non solo erano tollerati, venivano addirittura premiati. Anche qui l’intelletto di Federico da Montefeltro riuscì a distinguersi.

Federico da Montefeltro va alla guerra

Apprese le scienze, la politica, le arti e l’uso delle armi, Federico, novello sposo di Gentile, volle far pratica della guerra. A quel tempo la Chiesa era divisa in fazioni che, non trovando nelle parole soluzione alla discordia, decisero di imporre i rispettivi punti di vista suonandosele di santa ragione.

Da una parte, a sostegno di Papa Eugenio IV, se nestavano fiorentini, napoletani di parte aragonese e alcuni mercenari di Venezia. La confederazione era comandata dal celebre condottiero Francesco Sforza, che per l’occasione se la sarebbe dovuta vedere contro le truppe di suo suocero Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, che, assieme a bolognesi e napoletani angioini, appoggiava il Concilio di Basilea. Federico scelse di impegnarsi nelle schiere del Piccinino, comandante dell’esercito favorevole al Concilio.

E perché questa decisione? Il motivo della scelta fatta dal giovane Federico da Montefeltro non è certo da ricercarsi in qualche ideologia particolare. Il fatto che nel medesimo campo si trovassero pure il cognato Guidaccio da Manfredi (Signore di Faenza) e Bernardino Ubaldini della Carda (che probabilmente fu suo padre biologico), avrà senz’altro avuto il suo peso, ma la presa di posizione fu senza ombra di dubbio dettata sopra ogni cosa dall’occasione che gli veniva offerta di fare esperienza sul campo di battaglia.

In realtà non fu una guerra significativa e neppure particolarmente cruenta. La storia ne tiene memoria più che altro per via della battaglia di Anghiari, immortalata da numerosi maestri (tra i quali Leonardo da Vinci) e derisa per la troppa prudenza dal Machiavelli.

Battaglia di Anghiari - By Anonymous Florentine Master - National Gallery of Ireland, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19459621

Battaglia di Anghiari – By Anonymous Florentine Master – National Gallery of Ireland – https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=19459621

L’aquila del Montefeltro spicca il volo: i primi successi di Federico

Ma se non furono scontri importanti per gli storici, lo furono invece per il Montefeltro. Anzitutto perché ebbe, ancora quindicenne, il suo primo comando: gli ottocento uomini d’arme alle dipendenze di Bernardino Ubaldini della Carda, alla morte di questi, passarono ai suoi ordini. Federico dovette gestire egregiamente la truppa, riuscendo abilmente a liberare l’esercito di Guidaccio Manfredi dalla morsa in cui l’avevano cinto i fiorentini. Guidaccio rimase piacevolmente colpito dalle capacità tattiche di Federico da Montefeltro, tanto che gli affidò i suoi soldati e scelse di ritirarsi tranquillamente entro i possedimenti faentini.

In secondo luogo, questa guerricciola gli diede modo di mostrare al mondo il valore della sua parola e lo spessore in campo diplomatico.

Il Piccinino non se la stava cavando bene, peggio: le sconfitte lo costrinsero ad una tregua. Federico era ad Urbino quando si vide spuntare in città un legato papale con in serbo una proposta affatto malvagia: quella di abbandonare una Milano ormai alle corde e saltare sul carro vincente, la Chiesa. D’altra parte i Montefeltro erano sempre stati fedeli al Papa e i loro stessi domini erano su suolo pontificio. Non da ultimo gli si offriva la possibilità di un ruolo di maggior prestigio e meglio pagato, senza dover stare alle dipendenze di un altro comandante.

Ora, non è difficile immaginare quali pensieri si dovettero agitare nella mente dell’inviato della Santa Sede nel sentirsi risponder di no, nell’udire un diniego a una proposta tanto allettante e per di più in un periodo storico in cui le due sole cose che avessero valore per una truppa mercenaria erano il denaro e la vittoria.

Per farla breve, quello che argomentò Federico da Montefeltro fu che non si sarebbe mai rimangiato la parola data, soprattutto nel momento più difficile per l’alleato. Certo, avrebbe preferito trovarsi al servizio della Chiesa e si sarebbe messo volentieri nelle mani del Pontefice appena scaduta la sua condotta.

Queste non erano parole di un adolescente tanto onesto quanto ingenuo, era la voce chiara di un condottiero che sapeva esattamente dove voleva arrivare.

 

Tra qualche giorno ti racconterò un’altra storia su Federico, ‘ Da conquistatore dell’imprendibile San Leo a Signore d’Urbino’… continua a passare per questo blog!

 

BIBLIOGRAFIA

  • B. ROECK– A. TONNESMANN, Federico da Montefeltro – Arte, Stato e mestiere delle armi, Einaudi, 2009
  • DENIS MACK SMITH, Federigo da Montefeltro, Quattroventi, 2005
  • ROBERT DE LA SIZERANNE, Federico di Montefeltro – capitano, principe, mecenate, Argalìa Editore Urbino, 1972

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