Federico e Sigismondo: alle origini dell’odio

Che Federico e Sigismondo non sarebbero mai andati d’amore e d’accordo lo si era capito già dai tempi della battaglia di Montelocco, quando il riminese si finse neutrale per poi appoggiare in gran segreto la rivolta del Brancaleoni ai danni d’Urbino.

Che Federico non era tipo tenero e accomodante lo raccontò invece la successiva e incredibile presa di San Leo.

Ma allora non era l’odio, era piuttosto la reciproca antipatia di soldati occupati in schieramenti avversi che a vicenda si erano giocati tiri mancini. Certo, bisogna aggiungere la concorrenza spietata che i due attaccarono a farsi per ottenere condotte, ma nemmeno così la proverbiale conflittualità – “il torneo mostruoso tra due uomini, gli ultimi cavalieri che si affrontano nel crepuscolo del medioevo” come dicono poeticamente Roeck e Tonnesmann – riesce a trovare spiegazione razionale.

E allora l’inizio dell’atroce disputa è da ricercarsi altrove, vale a dire nel diritto e nell’onore.

Sigismondo nell’opera di Piero della Francesca – Tempio Malatestiano, Rimini

Che la sfida abbia inizio!

Nel 1444, a seguito della MORTE DI ODDANTONIO DA MONTEFELTRO (decesso avvenuto in circostanze tutt’altro che chiare), Federico salì al potere. Non è del tutto provato che si trattò di un colpo di mano, tuttavia da questa successione più di qualcuno ebbe parecchio da perdere e poco da guadagnare: si tratta delle genti in qualche maniera legate al defunto, uomini e donne che – nel vincolo della parentela o degli affetti – avevano sperato di ricavare dalla tragedia qualcosa di buono per se stessi.

E invece Federico aveva fatto tutto suo. Ma certo l’animo del conte, figlio illegittimo e principe non proprio saldo nel diritto, doveva essere attraversato da un gran numero di tormenti. Tanto più che i sedicenti defraudati avevano trovato un campione attorno al quale far crocchio: Sigismondo, signore di Rimini, che a sua volta sperava di trarre beneficio dalla presunta debolezza derivante dalla traballante linea dinastica dell’urbinate.

Era uomo temibile, il Malatesta. E non soltanto per via del suo essere tanto geniale quanto instabile di nervi: era scafato stratega in battaglia e non meno brillante architetto di sotterfugi. Ci troviamo, in sostanza, al cospetto di una sorta di cavaliere dall’anima nera, la cui fama si mostrava sovente bastevole ad atterrire chi si trovava a dover averci qualcosa a che spartire.

Una compravendita al retrogusto d’affronto

L’essere umano all’epoca più intimorito dall’ombra lunga di Sigismondo era probabilmente suo cugino Galeazzo, signore delle terre pesaresi. Egli era allarmato non già dalla guerra che avrebbe potuto lui portare in casa il parente, piuttosto dalla possibilità che questi lasciasse al veleno il compito di chiudere ogni questione.

Galeazzo, che in tutta evidenza teneva più alla vita che non ai possedimenti, decise di cavarsi d’impiccio vendendo le sue terre (siamo nel 1445). E sperò di trovare un acquirente nel conte d’Urbino.

La proposta per Federico era molto allettante, tanto più che Pesaro disponeva dell’affaccio sul mare di cui Urbino era sprovvista. Purtroppo il Montefeltro non era ancora lo strapagato condottiero che poi divenne, ma un giovane governante alle prese col vuoto lasciato dal predecessore nelle casse statali. L’esponente feltresco riuscì tuttavia a trarre profitto dagli eventi: acquistò a buon mercato Fossombrone e, per mezzo di intermediazione, mise la città adriatica nelle mani di Alessandro Sforza, fratello del più celebre Francesco.

Per riassumere, in un sol colpo il bravo negoziatore aveva ampliato il suo Stato, trovato un vicino determinato ma non aggressivo, rinsaldato i legami con i potenti Sforza e mandato in frantumi il sogno di Sigismondo Pandolfo Malatesta di vedere collegati i possedimenti romagnoli a quelli marchigiani.

Francesco Sforza nella medaglia del Pisanello
Francesco Sforza nella medaglia del Pisanello

Un esercito di scontenti

Istantaneamente – dopo che Galeazzo si era liberato di oneri, onori e terre – il riminese informò tramite missiva l’urbinate circa la sua volontà di sfidarlo a duello, proposito che però non ebbe seguito.

Il Malatesta non fu tuttavia l’unico a rimanere scottato dagli eventi, tanto più che nello stesso momento in cui Alessandro si fece signore di Pesaro, l’altro Sforza (Francesco) si stava costruendo un suo principato occupando la Marca d’Ancona.

In breve, però, la situazione per l’accoppiata Sforza-Montefeltro volse al peggio: la gente dei territori conquistati attaccò a rivoltarsi contro il nuovo padrone. Al contempo, Sigismondo prese a soffiare su di un fuoco già ardente e riuscì ad aizzare ancor di più Filippo Maria Visconti, duca di Milano, contro l’odiato genero Francesco. Va detto che anche il Re di Napoli, Alfonso V d’Aragona, non era particolarmente lieto di vedere il potente Sforza sempre più vicino ai suoi domini.

L’animo che più doveva ribollire d’inquietudine era però quello del Papa, di quell’Eugenio IV che da una parte aveva visto il passaggio di mano di Pesaro e Fossombrone (città dipendenti dalla Santa Sede) senza il suo consenso e, dall’altra, non si rassegnava a vedere il condottiero lombardo scorrazzare da dominatore nelle terre pontificie.

Federico venne scomunicato per la sua condotta. Ma questo non dovette sembrargli il problema più grande, dal momento che di lì a poco finì invischiato a fianco degli Sforza in una guerra contro mezza Italia, con l’appoggio delle sole Firenze e Venezia.

Il piano di Eugenio IV e dei suoi alleati era quello di privare fin da subito Francesco del suo migliore aiutante: Federico. I feltreschi però, benché attaccati simultaneamente da truppe perugine e pontificie, resistettero su tutti i fronti e diedero così modo ai fiorentini di congiungersi alle genti fedeli allo Sforza (mentre più a nord Venezia bloccava l’avanzata dei milanesi).

I due schieramenti si trovarono faccia a faccia dalle parti di Tavoleto. L’esercito pontificio, con Sigismondo nei panni di capitano generale, benché più volte provocato non si mosse a battaglia. Neppure la nuova sfida a duello, questa volta lanciata dal Montefeltro, convinse il signore di Rimini ad abbandonare l’accampamento.

Venne l’inverno e il freddo placò anche i più bollenti spiriti: l’11 marzo 1447 fu la pace.

Papa Eugenio IV - Duomo di Firenze
Papa Eugenio IV – Duomo di Firenze

La rivolta forsempronese

Con le loro firme i signori d’Italia avevano sì posto fine alla guerra, ma non alla bramosia e alle reciproche scorrettezze. Men che meno si potevano dire domati gli animi del Malatesta e del Montefeltro. In settembre, Sigismondo Pandolfo – forte dell’appoggio di alcuni locali – fomentò e sostenne una rivolta in quel di Fossombrone. Riuscì a penetrare in città e a prendere finanche la cittadella, ma la sua nutrita truppa si dovette arrestare sotto la rocca, la cui guarnigione restava fedele a Urbino.

Ci vollero tre giorni appena perché Federico si riappropriasse di quanto gli era stato tolto, tanto era poderoso l’esercito che aveva messo assieme. Esercito che, avendo preso d’assalto l’abitato, si trovava in diritto di saccheggiarlo. Pur rientrando Fossombrone tra i possedimenti del conte d’Urbino, questi non volle venir meno a consuetudine e parola data: lasciò che la città venisse messa a ferro e fuoco per due dì, e avanzò un’unica richiesta, ovvero che fosse salvaguardata l’onestà delle donne che avevano trovato rifugio nelle chiese.

Tradimento al Re!

Quello che conobbe le gesta di Federico e Sigismondo è riconosciuto dagli appassionati di storia come uno dei periodi di massima instabilità. In effetti, dalla pace del 1447, alla situazione bastò lo spazio d’un attimo per cambiare radicalmente.

Se la morte di Eugenio IV e la salita al soglio pontificio di Nicolò V valsero al conte d’Urbino l’annullamento della scomunica, la dipartita del Visconti non fece aprire le porte di Milano all’amico Francesco Sforza. La città lombarda, infatti, si proclamò repubblica (Repubblica Ambrosiana).

Saltarono vecchie alleanze e se ne siglarono di nuove. Ma gli equilibri erano ancora lontani dall’esser trovati. E in questa sorta di grande anarchia a far la parte del leone toccò a chi più di altri aveva mantenuto stabilità: non tardò molto il Re di Napoli a mettere nel suo mirino le terre toscane. Firenze, dal canto suo, si mostrò altrettanto lesta nell’inviare a Federico una proposta d’ingaggio e denaro in buona quantità.

Impiegò poco più di una settimana il condottiero urbinate a riprendere per conto dei fiorentini le città cadute nelle mani nemiche.

Di certo, però, il Malatesta non dovette starsene buono buono nel suo cantuccio ad applaudire gli strepitosi successi del rivale. Anzi. Forte del prestigio conferitogli dalla condotta napoletana aizzò nuovamente le popolazioni del forsempronese contro il loro lontano signore e col denaro ottenuto dalla stessa arruolò truppe a sufficienza per attaccare direttamente lo Stato feltresco.

Ai rimbrotti di Alfonso d’Aragona che lo voleva a fronteggiare il conte d’Urbino in Toscana, rispose il riminese che la sua era un’azione pensata per attirare contro di sé il Montefeltro e privare così Firenze della sua guida. E Federico che combinò? Niente. Certo ribollente di rabbia, ma lucido, mandò a dire che avrebbe mantenuto fede alla condotta e che a Urbino non si sarebbe visto né un suo uomo né un suo cavallo.

Il diversivo, se di diversivo si può parlare, non funzionò e il collerico Alfonso intimò al Malatesta di venire ad occuparsi delle faccende per le quali era pagato e di non pensare solo alle proprie. Il richiamo cadde tuttavia nel vuoto, dal momento che Sigismondo – preso quanto poteva dai napoletani – andò a bussare alla porta di Firenze, la stessa Firenze nelle cui schiere militava Federico.

La porta e la borsa della Repubblica si aprirono.

Alfonso V d'Aragona - Palazzo Reale, Napoli
Alfonso V d’Aragona – Palazzo Reale, Napoli

La carta di Piombino

Non si può certo dire che il conte d’Urbino fosse entusiasta dell’evolversi della situazione, ma da professionista ben pagato accettò di condividere il bastone di comando col rivale.

Se l’inizio dell’avventura fu il peggiore tra quelli possibili, con i due condottieri che non cessavano di contraddirsi l’un l’altro, venne anche il momento – incredibile a dirsi – dei sorrisi.

Sigismondo e Federico erano impegnati a difendere Piombino dall’assedio di Alfonso V d’Aragona, quando il primo domandò un colloquio privato al secondo. Cosa aveva da dirgli? Che era dispiaciuto per la mancata acquisizione di Pesaro. Soprattutto era amareggiato che la città adriatica fosse finita in mano ad Alessandro Sforza, a suo dire un personaggio indegno e inaffidabile.

Il conte urbinate subito manifestò il suo fastidio e l’intenzione di troncare sul nascere la discussione, dal momento che il signore di Pesaro era suo amico e protetto. Non avrebbe creduto a una sola parola tra quelle uscite di bocca al riminese.

E allora il Malatesta tirò fuori una carta, una carta con tanto di sigillo, e chiese a Federico se non riconoscesse la grafia: non c’erano dubbi, la mano dello scrivente era quella dello Sforza. Allo stesso modo, non c’erano dubbi neppure sul contenuto del documento: si trattava di un patto segreto tra Sigismondo e Alessandro nel quale i due signori si impegnavano ad attaccare congiuntamente Urbino e a dividere equamente quanto sarebbero riusciti a conquistare.

Il Montefeltro, basito e deluso, non mosse allora obiezioni alla successiva proposta del condottiero romagnolo che prevedeva – quando i tempi fossero stati maturi – una guerra contro il traditore: Pesaro sarebbe andata a Sigismondo che in cambio avrebbe ceduto a terza persona alcune fortezze sottratte di recente all’altro.

Quello che il signore di Rimini aveva accuratamente dimenticato di dire era che egli stesso aveva convinto preventivamente l’ingenuo Alessandro sul fatto che Federico si era pentito d’avergli procurato Pesaro ed era ora ferma intenzione dell’esponente feltresco appropriarsene.

Sì, il conte era stato ingannato.

Breve storia del naso di Federico e dei fatti che ad esso stanno attorno

Nel frattempo (1450) Francesco Sforza riuscì finalmente nel suo ardente desiderio: divenire duca di Milano. E le mani di costui, ora occupate nello stringere uno scettro, dovettero per forza di cose abbandonare il bastone di comando: e a chi affidarlo, dunque, se non al bravo e leale conte d’Urbino?

Federico per festeggiare l’ascesa sua e quella dell’amico diede ordine di organizzare a Urbino un gran torneo, torneo nel quale volle cimentarsi in prima persona sfidando Guidagnolo de’ Ranieri, gentiluomo feltresco e recente vincitore d’una giostra fiorentina.

Il campione si mostrò titubante nell’accettare la sfida lanciatagli dal suo signore, ma dovette cedere sotto l’insistenza e rassegnarsi a spezzare almeno una lancia. Solo che la lancia si spezzò fin troppo bene sulla visiera del conte e una grossa scheggia porto lui via di netto la base del naso e l’occhio destro.

E i guai non vengono mai soli.

Federico non si era ancora del tutto ripreso dal tremendo incidente che Sigismondo, approfittando anche dell’assenza di Alessandro Sforza, mosse le sue truppe alla volta di Pesaro. Gli era però passata di mente la clausola che voleva che egli rimettesse le fortezze recentemente tolte a Urbino nelle mani di una terza persona di fiducia e così il malconcio Montefeltro si lanciò sulla città adriatica per parare il colpo.

Con gli eserciti uno in fronte all’altro, toccò ai diplomatici veneziani intervenire per scongiurare il sorgere di un nuovo conflitto tra i due celebri uomini d’arme, i quali finirono col chiarire pubblicamente e non senza imbarazzo da parte di Alessandro, i sotterfugi che si erano andati agglomerando attorno a quella che oggi conosciamo come Città di Rossini.

Il conte urbinate nel celebre ritratto di Piero della Francesca (Galleria degli Uffizzi, Firenze)

Un nuovo capovolgimento di alleanze e… condotte

Ancora una volta, nel guazzabuglio politico dell’epoca (siamo nel 1451), si rimescolarono patti e antipatie. Firenze prese a temere l’alleata storica Venezia più dei nemici e così andò a cercare sostegno dalle parti di Milano. I veneti, dal canto loro, tentarono di riequilibrare le forze assumendo il Malatesta come capitano e avvicinandosi alle posizioni napoletane.

Dunque Federico e Sigismondo stavano per conoscere da rivali l’ennesimo campo di battaglia. Ma Francesco Sforza, consapevole della maestria in ambito bellico del signore di Rimini, lo soffiò a Venezia pagandolo profumatamente.

Ancora insieme? No. Questa volta il conte d’Urbino non volle sentire ragioni: da Sigismondo, disse, c’era più da temere avendolo come amico che come nemico. E così il monocolo condottiero, forte anche di una clausola di rescissione insita nel contratto a suo tempo stipulato con lo Sforza, passò al servizio di Alfonso d’Aragona.

La guerra, bisogna dirlo, non produsse alcun esito rilevante, interrotta come fu da un evento ancor più clamoroso: la caduta di Costantinopoli. Ora il nemico era un altro, un nemico poderoso e spietato che aveva per nome quello di Maometto II.

Papa Nicolò V, in qualche modo, riuscì ad ottenere una tregua generale e a formare una lega difensiva contro gli assalitori infedeli alla quale aderirono tutti i potentati d’Italia ad esclusione di Genova (per il veto imposto da Napoli) , di Rimini (probabilmente su richiesta di Federico stesso) e di quelli più piccoli.

Fine della diatriba Malatesta-Montefeltro? Proprio per niente, il meglio aveva ancora da venire.

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