IL TORRIONE DI CAGLI E LA FORTEZZA SCOMPARSA

Non solo simbolo cittadino, ma vanto per l’intera comunità odierna dell’antico Ducato d’Urbino: è il torrione di Cagli. D’altro canto, come potrebbe essere altrimenti? Da queste parti le pietre parlano, parlano e narrano l’ingegno, l’eleganza, la forza della gente che ha vissuto, e che ancora vive, questi luoghi. E allora, se vi va, andiamo a dare un’occhiata più da vicino a questo piccolo capolavoro d’architettura, a scoprirne i retroscena e gli incredibili segreti.

La storia del torrione di Cagli comincia prima della sua costruzione

Siamo attorno all’anno mille, quando una facoltosa famiglia, la cui nobiltà si può leggere più chiaramente sul filo della spada piuttosto che nel sangue, prende a edificare il suo dominio: è la casa dei Montefeltro. Per dirla chiaramente, si tratta di una stirpe guerriera, di una famiglia di prepotenti usurpatori che trovano nella violenza la più efficace via per accrescere gradualmente il potere esercitato. In effetti, gran parte delle energie della casata viene convogliata prima nell’arraffare e poi nel legittimare, con mezzi più o meno leciti, le proprie conquiste.

E’ con Federico da Montefeltro che si ha un cambiamento di rotta davvero sostanzioso circa la politica feltresca. Questi sale al potere nel 1444 a seguito dell’assassinio del fratellastro Oddantonio. Quello che gli capita tra le mani è un piccolo Stato le cui casse sono state quasi del tutto svuotate dai capricci e dagli sperperi del suo predecessore. Tutto sommato, però, il territorio che si accinge a governare presenta grandi potenzialità: l’agricoltura si basa su sistemi all’avanguardia e dona cibo in gran quantità, i commerci sono floridi e, con il cessare delle lotte tra guelfi e ghibellini, le popolazioni locali hanno ritrovato coesione.

A tutto ciò si somma il fiume d’oro che presto comincerà a scorrere nelle terre di Montefeltro grazie alle prestazioni militari di Federico e della sua temibile Legione Feltria, prestazioni sempre più richieste e lautamente pagate.

Non è tutto, c’è un altro elemento da tenere in considerazione, un fattore che contribuirà in maniera determinante a far grande il piccolo Stato di Montefeltro. Il nuovo Signore urbinate è diverso dagli altri governanti: è vero, quella che metterà in campo è una politica accentratrice, a volte spietata e dal volto assolutamente pratico, ma è generoso coi sudditi e le sue fortune sono direttamente proporzionali a quelle della sua gente.

Questa ricchezza diffusa, la magnanimità assolutamente insolita, si riflettono nel popolo in collaborazione attiva alla causa e in un senso d’appartenenza mai visto prima (vedi la Battaglia dei Coppi di Frontino).

La rocca e il torrione di Cagli, costruzioni inevitabili

E’ uno stato fiorente, quello che gravita attorno alla sua capitale Urbino, ma ha due problemi: un territorio poco vasto e un’esigua popolazione. In questo contesto si può intuire l’importanza di Cagli, che con i suoi 10.000 tra uomini e donne – dopo Urbino e Gubbio – è la terza città più popolosa del Ducato. Si pensi, per fare un raffronto, agli 80.000 abitanti di Roma e ai 50.000 di Bologna.

La questione emerge in tutta la sua gravità nel 1478, quando le valorose truppe feltresche sono impegnate nella lotta contro Firenze: stanno avanzando come leoni indomabili, conquistano castello dopo castello, e sono arrivate a minacciare da vicino la capitale toscana, ignare, tuttavia, del fatto che il nemico è penetrato da Gubbio e sta mettendo a ferro e fuoco il Ducato sguarnito. Il problema viene risolto dalla pace firmata tra Firenze e lo Stato Pontificio, ma ora è più chiaro che mai che urge trovare una soluzione.

Il Torrione di Cagli e il sistema difensivo cittadino

Il Torrione di Cagli e il sistema difensivo cittadino

Servirebbe qualcosa che permetta di rallentare l’eventuale avanzata dell’avversario entro il territorio e che al contempo dia modo a pochi di difendersi da molti. E’ di Federico l’idea di creare un sistema di rocche potentissime, fortilizi come non se ne sono mai visti prima, capaci non solo di permettere una difesa efficace riguardo alle tradizionali tattiche d’assalto e d’assedio, ma addirittura di garantire sicurezza contro le nuove armi da fuoco. E solo un uomo può essere all’altezza di trasformare il grandioso, utopico pensiero in cosa pratica, è l’architetto più geniale del suo e di tanti altri tempi: Francesco di Giorgio Martini. E rocca e torrione di Cagli rappresentano per costui il primo progetto realizzato ex-novo, partendo da zero.

Un’occhiata da vicino alla Rocca di Cagli

Signori, prendete un innovatore dall’impareggiabile talento, esperto nella ristrutturazione di rocche preesistenti e con sapere pratico maturato nel corso degli anni sui campi di battaglia; ditegli di realizzare un complesso difensivo e di metterci tutto l’entusiasmo di un progetto completamente suo. Dategli poi carta bianca. Cosa otterrete? Un capolavoro noto come la Rocca di Cagli.

Vista la posizione favorevole, capace di consentire un’ottima visuale sulla città e contemporaneamente sulle valli del Bosso e del Burano, è il colle dei Cappuccini il luogo scelto per ospitare l’innovativo fortilizio, i cui lavori prendono il via nell’anno 1480.

Il mastio, l’unico soggetto che potrebbe incorrere in un bombardamento, presenta un’insolita forma a triangolo e un’altezza di 35 metri. Nei punti più sensibili, le mura possono vantare uno spessore di ben dieci metri.

All’interno della struttura trovano spazio una cisterna, un mulino a mano, la stanza delle munizioni, la prigione, un forno e un magazzino. Il piano superiore è quello dove il castellano ha le sue stanze. Vi si può accedere dal primo cortile, quello riservato alle persone di cui più si fida colui che comanda la fortezza, ma solo passando attraverso strette scalinate, ponti e diverse porte, e comunque rimanendo sempre sotto lo sguardo vigile di chi si trova nel mastio.

Il cortile di cui dicevamo ne controlla un secondo, situato in direzione della città, riservato ai fanti. Anche questi sono collegati tra loro per mezzo di anguste gradinate intervallate da porte e ponti. Come dire, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

La struttura presenta negli angoli laterali due solidi torrioni che, grazie allo loro forma circolare combinata a quella romboidale della Rocca, riescono a garantire visibilità e protezione a 360°. Questi sono a loro volta aiutati dalla presenza di altri due torricini posti in prossimità dell’angolo rivolto verso la città, quello cioè più lontano dal mastio.

Il Torrione di Cagli, l’esterno

Il torrione ovoidale che sorge dabbasso nel centro cittadino non è una struttura a sé stante, ma è parte integrante del più complesso sistema difensivo. Esternamente sono ancora visibili gli attacchi alla cinta muraria cittadina. Quello che da fuori l’occhio non può cogliere è invece il cosiddetto Soccorso Coverto, un passaggio segreto sotterraneo studiato per garantire un collegamento sicuro tra rocca e città.

il Torrione di Cagli

il Torrione di Cagli

Il torrione di Cagli, che partendo dal fossato asciutto si slancia verso il cielo per una ventina di metri, è del tutto simile per forma ad una clessidra. La parte bassa, scarpata, è realizzata con pietra rosata proveniente dal vicino Furlo, mentre la parte alta, edificata in cotto, sporge per meglio garantire un’efficace difesa piombante. A dividere esternamente il cono inferiore da quello superiore rovesciato ci sono delle cordonature di colore più chiaro, un sussurro d’eleganza in un corpo che pareti spesse cinque metri rendono solidissimo. Proprio sopra il cordolo trova spazio una serie di ben 58 beccatelli che si intervallano a caditoie. Più su, tra il tetto e i beccatelli, si fanno notare le fuciliere intagliate in blocchi di pietra poi inseriti nella costruzione.

Il Torrione di Cagli, l’interno

Sono quattro i piani che compongono la struttura, tutti contraddistinti da un aspetto assolutamente spartano che ben si accorda alla funzione bellica.

Si accede al piano terra per mezzo di una piccola porta, rivolta verso la città, che un tempo era munita di ponte levatoio. Ancora visibile è il piccolo vano che ospitava l’argano. Quello che immediatamente, entrando, capita sotto gli occhi è uno stanzone di una trentina di metri quadri provvisto di cannoniere per un’efficace difesa radente.

Vani piuttosto simili si trovano anche ai piani superiori. Quello del secondo si differenzia principalmente per la presenza di un camino e per il soffitto che è a capriate e non, come per i precedenti, con volta a botte. Da quest’ultimo piano si può accedere al ballatoio, largo oltre tre metri e mezzo. L’ampiezza totale è di ben centocinquanta metri quadrati. Il tetto, probabilmente presente fin dalla prima realizzazione, è a travature di legno.

L’interrato presenta due vani, di cui il più piccolo è quello che conduce al Soccorso Coverto.

Ci si può muovere all’interno del solidissimo edificio per mezzo di scale a chiocciola, passaggi volutamente angusti per consentire il passaggio di un solo uomo alla volta.

La cisterna, situata sotto l’edificio, si collega a tutti e quattro i livelli per mezzo di una conduttura verticale.

Il tradimento

Gli occhi di Federico non potranno compiacersi a lungo dell’eccezionale lavoro portato a termine dal suo pupillo Francesco di Giorgio Martini, dal momento che a pochi mesi dalla realizzazione del sofisticato complesso difensivo cagliese questi si chiuderanno per sempre, cullati dal riposo eterno. A succedergli è l’unico figlio maschio: Guidubaldo.

E’ proprio l’ultimo, forse il più sfortunato dei Montefeltro a doversi misurare con lo spauracchio dell’epoca: i Borgia. Sono poche le qualità che i vecchi libri di storia attribuiscono a Guidubaldo. Egli viene sovente e frettolosamente etichettato come impotente, malaticcio e balbuziente. In realtà, il giovane Duca è uomo assai colto e generoso. Ma studio e generosità poco possono contro l’inganno.

E’ il 1502 quando Cesare Borgia, detto il Valentino, prende ad aggredire le piccole signorie del centro Italia una ad una, con il fine di crearsi un suo, piuttosto esteso, dominio. Cesare gode del sostegno del padre, Papa Alessandro VI, e di quello del Re di Francia. Al suo soldo un esercito numeroso e formidabilmente armato.

Ma quali sono i rapporti del Valentino con il Ducato d’Urbino? Decisamente buoni, sembrerebbe. Il Borgia arriva persino a definire Guidubaldo l’unico fratello in tutto il suolo italiano e mai, mai un segno di aver qualcosa a pretendere sul piccolo Stato feltresco. Ma ecco, di punto in bianco, servita la trappola: con la scusa di un passaggio più veloce per raggiungere Camerino, le truppe del traditore occupano le città del Ducato.

Nobile è la fine

Guidubaldo è costretto a fuggire in tutta fretta dalla sua amata terra, destinazione Venezia. Ma il giovane Signore d’Urbino non se ne sta con le mani in mano: da il via ad un intenso lavoro diplomatico atto a rinsaldare vecchie alleanze e a isolare l’usurpatore. D’altra parte è ormai chiaro a tutti, la parola del Borgia ha il peso dell’aria che respira.

In settembre, a San Leo, la popolazione si rivolta contro il nuovo dominatore e ben presto il grido ‘Feltro! Feltro!’ si propaga per tutto il Ducato: la gente è pronta a dare la vita per l’amato Guidubaldo. Approfittando della sommossa, il Montefeltro e i suoi alleati strappano pezzo dopo pezzo lo Stato d’Urbino al Borgia e ad accoglierli, ovunque, una folla in tripudio.

Forse non è la tempra la qualità che il grande Federico ha trasmesso al figlio, ma l’intuito quello certo sì. Guidubaldo, indovinando un ritorno di fiamma del nemico, prende una decisione coraggiosa, clamorosa e del tutto inaspettata: dà ordine di demolire le fortezze più formidabili. D’altra canto meglio una rocca in disuso che non una in mano al nemico. Oggi l’unico superstite del complesso sistema difensivo cagliese è il torrione, della rocca non resta che qualche brandello di muro.

E’ d’obbligo, in un’epoca in cui i biglietti da visita dei Signori erano violenza e sopruso, rimarcare le parole che le cronache sembrano mettere in bocca a Guidubaldo, ovvero: ‘Non esiste rocca più forte del cuore della mia gente’.

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