La Battaglia dei Coppi

La battaglia dei coppi di Frontino, ovvero quando i leoni si arrampicarono sui tetti.

Dire che tra i Montefeltro e i Malatesti non corresse buon sangue sarebbe dir nulla: le due famiglie non si potevano soffrire ormai da tempo e la conflittualità raggiunse l’apice all’epoca in cui il potere era nelle mani di Federico da Montefeltro da una parte, e in quelle di Sigismondo Pandolfo Malatesti dall’altra.

Ma nulla avrebbe potuto far presagire agli abitanti di Frontino quel che sarebbe accaduto di lì a poco, in quell’apparentemente tranquilla notte d’autunno che porta la data del 9 novembre 1451.

Quel caldo sole estivo che inonda i campi della sua ambra era ormai un ricordo, molto più prossimo, come suggerivano le giornate buie e le temperature sempre più rigide, era invece l’inverno. E l’inverno non è fatto per la guerra: guadare fiumi ghiacciati o in piena, trascinarsi nella neve con indosso una pesantissima armatura e al freddo assediare castelli che ormai dall’estate hanno incamerate al loro interno tutte le provviste di cui necessitano, è un qualcosa di più simile alla pazzia che non al coraggio.

Era d’uso allora stipulare tra eserciti contrapposti delle tregue armate, almeno fino al ritorno della primavera. E seguendo quella che tra gli uomini d’arme era ormai una tradizione, Federico, Duca d’Urbino, aveva domandato al Malatesti, Signore di Rimini, l’interruzione dei combattimenti. Come era prevedibile, Sigismondo acconsentì.

Ma non mantenne la parola data.

In maniera piuttosto subdola e, se vogliamo, poco avveduta, il riminese inviò un nutrito gruppo di soldati a Frontino con l’ordine di conquistarne il castello mentre gli abitanti erano immersi nel sonno.

Alcuni degli uomini al soldo di Sigismondo, approfittando dell’esiguo numero di guardie a difesa della cittadina e della scarsa attenzione di queste per via della tregua appena stipulata, riuscirono – grazie a delle scale – a scavalcare le mura senza essere notati. Una volta dentro il castello gli audaci malatestiani aprirono il portone ai compagni ancora fuori e, sgusciando silenziosi e guardinghi nella notte come vecchie volpi, presero a chiudere dall’esterno le entrate delle case, imprigionando così gli occupanti all’interno delle stesse.

Era un trucco vecchio ma efficace, molto utilizzato nel medioevo, che affondava la sua ragion d’essere in un’abitudine allora parecchio diffusa.

A quel tempo era d’uso tenere fuori dalle abitazioni dei lucchetti per poter serrare l’uscio dall’esterno ogniqualvolta si usciva e rendere in questo modo la vita dei ladri un po’ più complicata… e quella dei nemici più semplice, semplice come inchiavare un lucchetto già inserito nella porta; il sonno all’interno delle case era invece reso più sereno da una piccola trave che veniva posta orizzontalmente a sbarramento del portone.

Ad ogni modo, per tornare alla nostra storia, i malatestiani erano ormai vicini a prendere il castello che, beato, dormiva ancora di tutto gusto, quando una vecchietta piuttosto ansiosa sbarrò loro la strada per l’ormai quasi scontata vittoria. La donna, preoccupata per la figlia incinta, nonostante l’ora tarda era uscita di casa – una delle poche non ancora sprangate – con l’intenzione di verificare se tutto nell’abitazione del genero stesse andando per il verso giusto. Notando gente insolita e movimenti strani in giro per il paese, la signora aveva dato l’allarme.

I coraggiosi frontinesi schizzarono via dai letti come molle e, non potendo accorrere in strada, salirono sui tetti e presero a gettare sulle teste dei riminesi davvero di tutto, armi e attrezzi prima, e poi, quando ogni altro proiettile solido era terminato, attaccò a piovere coppi a tutt’andare. E prese così il via quella che passò alla storia, appunto, come ‘la battaglia dei coppi’.

Se da una parte la banda al soldo del Malatesti non voleva subire l’onta di perdere un fortilizio praticamente già conquistato contro un nemico armato unicamente di tegole, dall’altra gli abitanti del borgo non avevano la minima intenzione di finire nelle mani del più acerrimo nemico del loro amato Duca, che per di più aveva agito in maniera assolutamente disdicevole. Fu così che la battaglia si protrasse fino al mattino, quando cioè alcuni frontinesi riuscirono a uscire dalle loro case e a liberare via via tutti i concittadini.

Fu allora, in quell’alba frizzante, che per gli uomini di Sigismondo Pandolfo Malatesti, il sorriso della fortuna si tramutò nel ghigno cattivo della sorte, come un vino buono che diventa aceto. Mano a mano il numero dei frontinesi scesi in strada a combattere cresceva, mentre i feriti andavano ad assottigliare le schiere dei riminesi. Come se non bastasse, un bel gruppo richiamato dal gran fracasso proveniente dal castello arrivò dalle campagne a portare aiuto agli amici che vivevano nel borgo.

La sconfitta per l’esercito assalitore fu dura: alla fine degli scontri, tra i soldati fedeli a Sigismondo, si contarono due morti e decine di feriti. Sei uomini caddero vivi nelle mani dei frontinesi imbufaliti: cinque di questi furono crocifissi e umiliati pubblicamente, mentre il sesto fu incaprettato e trascinato fino ad Urbino dove, dinnanzi al duca in persona, dovette raccontare le malefatte e le bassezze delle proprie schiere.

Il duca Federico, sinceramente colpito dal coraggio e dalla fedeltà dimostrata dai frontinesi, li ricambiò con buone parole e, soprattutto, esentando l’intero castello dal pagamento delle tasse per dieci anni.

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