1797. La Rivolta del Santo

Siamo nel 1796 e buona parte del nord Italia è nelle mani di Napoleone Bonaparte. Nessuna città, grande o piccola che sia, osa contraddire le volontà del generale francese.

Agli inizi del 1797 le armate del conquistatore venuto dal di là delle Alpi si preparano a varcare i confini delle terre papali, precedute come di consueto da una propaganda capillare. Libertà e il termine ricorrente della grande campagna bellico-pubblicitaria, una parola che suona come una felice promessa per il futuro, ma che nella realtà dei fatti è da leggersi più come un invito a non fidarsi delle istituzioni vigenti che in altra maniera.

In una manciata di giorni le più importanti città della Romagna issano bandiera bianca. E a seguire ecco sventolare il pallido vessillo anche su Pesaro e Fano.

Il 7 febbraio l’Arcivescovo Berioli, forse conoscendo il carattere focoso delle genti dell’antico Ducato, invia da Pesaro una lettera al popolo d’Urbino perché non si mostri ostile ai francesi. Molto più deciso e stringato è invece il proclama di Napoleone stesso arrivato in città il giorno successivo: gli urbinati devono fare atto di sottomissione oppure il loro abitato conoscerà l’occupazione militare.

Antoine Jean Gros, Napoléon à la bataille d'Eylau, 1808

Antoine Jean Gros, Napoléon à la bataille d’Eylau, 1808

Le spoliazioni francesi ad Urbino

Di malavoglia il popolo segue il consiglio, o meglio la supplica, del Monsignore. Solo tre dì, tuttavia, ed ecco piovergli in testa la prima richiesta dei ‘liberatori’: un contributo alla causa sotto forma di generi alimentari, bestie e foraggio. E la settimana dopo una seconda, di analoga portata.

Il 21 febbraio la città conosce il generale Dorel in persona che, cordiale e benefico come una grandinata, attacca a mettere le mani su qualunque cosa incapace di correre più veloce di lui e dei suoi uomini. E’ così che Palazzo Albani, Palazzo Ducale e gli altri edifici storici vengono depredati d’ogni cosa. Persino al Monte di Pietà tocca di vedersi svaligiato. Basta così? Affatto. Il Dorel intima ai rappresentanti del clero la cessione degli ori e degli argenti conservati nelle chiese cittadine, e per portare a termine il doloroso compito non concede loro che due ore.

Agli urbinati non resta altro che stringere i pugni, masticare le labbra e guardare sconsolati il convoglio di ottanta carri, colmo delle loro ricchezze, delle loro tradizioni, della loro storia, muovere in direzione di Pesaro.

Ma il Dorel, non ancora pervaso d’aver portato nella città che fu culla del Rinascimento ‘libertà’ a sufficienza, il 23 dello stesso mese fa pervenire alla comunità una nuova ordinanza dove richiede cavalli e buoi in gran numero.

Veduta su Urbino

Veduta su Urbino

L’inizio della rivolta

Se l’indignazione e il rancore in quel di Urbino sono forti, gli animi delle genti risiedenti nelle valli circostanti non sembrano affatto più quieti. La popolazione della vicina Auditore è la prima ad opporsi all’atteggiamento da conquistatori mostrato dai francesi, e lo fa ponendosi come uno scudo tra i soldati di Napoleone e un concittadino da questi ricercato. Ma è a Urbania che lo stesso 23 febbraio si accende la scintilla buona a dar fuoco all’intero arsenale: alcuni durantini, stanchi dei continui soprusi, fanno secchi due commissari francesi.

La notizia prende a correre di bocca in bocca e la sera arriva a spargersi tra gli urbinati, riaccendendone la fierezza. Gli argini del buonsenso e della convenienza crollano sotto il piccone del risentimento, un fiume di rabbia attacca a scorrere per le vie del centro storico. Tra l’altro il Berioli, l’unico che potrebbe in qualche misura interrompere il crescendo dei toni, non è in città: è stato chiamato a Pesaro per rispondere alle lagnanze del Dorel, accuse che vorrebbero l’Arcivescovo responsabile d’aver nascosto ai ‘liberatori’ alcuni tesori cittadini.

La notte, si sa, porta consiglio. Ma per gli uomini e le donne d’Urbino si tratta d’una notte insonne, e il consiglio non è affatto ragionevole. Con il sorgere del sole scoppia la sommossa: i contadini accorrono dalle campagne, le teste più calde della Massa Trabaria e del Montefeltro giungono a dar manforte, la guardia repubblicana viene travolta, le insegne francesi abbassate in favore degli stemmi pontifici. Un grido echeggia per vicoli e vie fino a raggiungere e contagiare i paesi limitrofi: quello tipico delle guerre papali, al quale però gli urbinati aggiungono del loro, inserendovi pure l’amato patrono-guerriero SAN CRESCENTINO.

Pare un incendio quello che prende a svilupparsi nel territorio, un incendio che arde più violentemente all’urlo “Viva Maria! Viva San Crescentino!”.

Statua del Martire all'esterno del Duomo di Urbino

Statua del Martire all’esterno del Duomo di Urbino

La grande Francia contro la piccola Urbino

Venuto a conoscenza della situazione che si va configurando ad Urbino, Dorel trattiene in ostaggio a Pesaro il Berioli e spedisce poco meno di cinquecento uomini a sedare la rivolta.

Ma i soldati non arriveranno mai a destinazione: la colonna viene intercettata e sconfitta dalle armi dei ribelli nei pressi di Gallo di Petriano.

Il comando francese, inferocito più che indispettito dalla testimonianza dei superstiti, non perde tempo e organizza una nuova spedizione. Questa volta le colonne sono due: una ha il compito di raggiungere la città natale di Raffaello passando per Montefabbri, l’altra per Fossombrone.

Il primo contingente giunge a Urbino la mattina del 28 febbraio, si apposta presso Santa Lucia e manda avanti quattro uomini a cavallo che reggono una bandiera bianca. L’intenzione dei francesi parrebbe dunque quella di parlamentare, ma gli urbinati non hanno molta voglia di ragionare con chi, a furia di chiacchiere, ha estorto ogni antica gloria della città. Semplicemente, sparano. Prima sui cavalieri, poi sul resto della truppa.

In qualche modo un cannone, niente più che un pezzo da museo, compare su di un bastione. Il primo colpo va a segno, il secondo è buono giusto per spaccare la vecchia e arrugginita bocca da fuoco e per convincere i militari del Dorel della presenza in città dell’artiglieria.

I francesi si ritirano e cercano salvezza in quel di Montefabbri. I rivoltosi, tuttavia, li accerchiano, li disarmano e li conducono a Urbino nella poco invidiabile veste di prigionieri. Ad attendere gli sventurati, una bolgia, una festa incattivita, dove il grido Viva Maria! Viva San Crescentino! risuona più forte che mai.

Tanta baldoria viene però interrotta bruscamente dall’arrivo di una notizia allarmante: la seconda colonna fedele a Napoleone, guidata dal generale Sahuguet, ha appena dato alle fiamme la parrocchia di Sant’Eufemia, ha giustiziato l’anziano parroco e ora punta dritta sulla città.

Il primo marzo l’esercito francese prende posto sui monti della Cesana e stabilisce il suo quartier generale nei pressi del CONVENTO DI SAN BERNARDINO, da dove inizia a cannoneggiare sull’abitato ribelle.

Complesso di San Bernardino

Complesso di San Bernardino

Gli insorti, respinta ogni trattativa di resa, organizzano la resistenza. O meglio, l’attacco. Dalle porte cittadine vengono fatte uscire, nella notte, tre colonne armate: due con l’obiettivo di prendere il nemico ai lati, l’altra con quello di affrontarlo frontalmente.

Al generale Sahuguet è sufficiente il rapporto di alcune spie circa il consistente numero di ribelli che lo sta per accerchiare a suggerirgli una poco onorevole ritirata. Urbino è libera.

Tutto qua? si domandano i locali, E’ solo questo e nulla più il grande esercito di Napoleone?. In effetti la vittoria ha dell’incredibile. Anzi, suona così strana da sembrare una sorta di miracolo. E quando si parla di eventi inspiegabili, la fantasia comincia a correre, e la tradizione trova pane per i suoi denti.

Ancora oggi si racconta di una voce che prese piede in quel periodo e che vorrebbe un guerriero a cavallo apparire a Sahuguet sulle mura cittadine, un cavaliere vestito di porpora che stringe in pugno una spada e viene accompagnato dalla Madonna e da decine di altri uomini in armi. Ovviamente il cavaliere irresistibile è San Crescentino.

Una leggenda, probabilmente. Una credenza, però, capace di accendere l’entusiasmo popolare al punto da spingere gli urbaniesi ad adottare il martire come loro comprotettore. Non solo, a ridosso dei giorni segnati dalla clamorosa vittoria, documenti attestano la vendita di oltre 50.000 immagini del Santo-guerriero in tutto il territorio.

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