San Crescentino, storia del cavaliere che uccise il drago

Ogni urbinate, quando nel discorso finisce San Crescentino, sa di cosa si parla. E come potrebbe essere altrimenti? Egli è infatti il Patrono della bella Città dei Duchi. Eppure non tutti conoscono la sua incredibile storia, una storia che pare una fiaba.

E allora, forza, andiamo a scoprire le gesta di questo grandioso personaggio!

Chi era San Crescentino?

Nei primi secoli dopo la venuta di Gesù, il mondo non doveva essere poi questo granché. Non per i cristiani, almeno. Il Verbo Divino era sì già stato proferito ma – complice l’ostilità della classe dirigente romana – non certo ancora diffuso a dovere. I fedeli si trovavano quindi a vivere una vita piuttosto strana e triste, una vita in cui la loro offerta di verità veniva sovente rifiutata, se non addirittura schernita, dagli altri esseri umani. Era per loro difficile portare la parola di Dio laddove le menti erano chiuse, o peggio, avvolte nelle tenebre del paganesimo.

La Chiesa, tuttavia, trovò presto la soluzione: se la teoria non attecchiva, si sarebbe armata di fatti. Piuttosto che gli insegnamenti, furono le gesta dei suoi grandi eroi a far breccia nei cuori, a portare la luce del Vangelo nella notte delle coscienze. Ed è proprio nella ristretta cerchia di questi valorosi che si colloca la figura di Crescenziano (detto poi Crescentino dagli urbinati).

San Crescentino, figlio di nobili cristiani, era nato a Roma nel 276. Ancora giovanissimo entrò a far parte di un prestigioso corpo militare, vale a dire della I° Legione – Prima Coorte, il cui Comandante era San Sebastiano. Fu proprio qui che questi due amatissimi personaggi della Chiesa si conobbero e, assieme, presero a diffondere le idee della nuova fede.

Ma questo periodo felice non dovette protrarsi a lungo. Diocleziano, infatti, non tardò a emanare un editto con il quale proibiva ai militari di professare la religione cristiana. La sorte riservata ai trasgressori era la morte. Nei casi più fortunati, l’esilio.

Statua del Martire all'esterno del Duomo di Urbino

Statua del Martire all’esterno del Duomo di Urbino

San Crescentino e il drago

Fu così che Crescenziano, ancora ventunenne, dovette lasciare Roma e riparare con tutta la famiglia in quel di Perugia. Il dolore e l’umiliazione: questi furono probabilmente gli ingredienti della ricetta di morte che, di lì a poco, dovette far fuori i genitori del futuro martire.

Rimasto orfano, e venuti meno i freni impostigli da chi aveva donato lui la vita, San Crescentino prese a dispensare parte delle sue ricchezze ai poveri. Ma ciò, in tutta evidenza, non dovette bastare a saziare il tarlo che ormai da tempo aveva attaccato a tormentarlo, a mordergli la coscienza.

Fu allora che il Santo decise di abbandonare Perugia per dirigersi a Tiferno (l’odierna Città di Castello). L’intento? Quello di convertire la comunità locale, comunità ancora del tutto a digiuno di nozioni cristiane. Diede qui la stura a una gran quantità di discorsi, si dedicò anima e corpo alla diffusione degli insegnamenti cristiani, ma in questo modo non riportò all’ovile di Dio che qualche decina di pecorelle smarrite: troppo poco.

L’occasione di fare il colpo grosso non tardò tuttavia a manifestarsi. E lo fece con le sembianze di un orribile e malvagio drago, il quale divorava greggi, devastava le campagne e – con il suo alito pestilenziale che rimaneva sospeso per giorni nell’aria al suo passaggio – ammorbava esseri umani in gran quantità.

Dove altri vedevano solamente terrore e disperazione, San Crescentino colse la presenza di una possibilità. Indossò quindi l’armatura e, al galoppo, andò incontro al mostro che, grazie all’aiuto Divino e alla sua maestria nell’uso delle armi, sconfisse.

Una vittoria impensabile, quella riportata dall’abile cavaliere, che le genti di Tiferno avevano seguito con sguardo trepidante al riparo delle mura cittadine. Tanto i cristiani che erano rimasti sospesi in una bolla d’ansia, quanto gli idolatri che avevano deciso di gustarsi lo spettacolo d’un pazzo – che andava raccontando in giro favole senza né capo né coda – deciso a lanciarsi dritto dritto nella fauci della fiera, rimasero prima sbigottiti dall’esito dello scontro, e poi si lasciarono pervadere da una gioia incontenibile. Tutti, ora, avevano preso a porsi la stessa domanda e a darsi la medesima risposta: e se in fin dei conti quello straniero a cavallo sapesse davvero quel che dice? Forse conviene starlo a sentire.

L’immagine sottostante è tratta da WIKIMEDIA COMMONS

S. Crescentino uccide il drago (Marco Benefial, 1747)

S. Crescentino uccide il drago (Marco Benefial, 1747)

Una piccola curiosità circa l’epico scontro

Piuttosto affascinante la versione della leggenda di San Crescentino e il drago che ci dà Daniele Sacco nel suo La Provincia dei Centoborghi. Secondo lo scrittore, l’impari duello non sarebbe avvenuto in un imprecisato luogo nelle campagne di Città di Castello, bensì in territorio cantianese, più precisamente nella piana dove oggi sorge la bella Pieve intitolata, guarda un po’, a San Crescentino.

Era proprio qui, infatti, che il mostro – a detta dell’autore – era solito posizionarsi. Vale a dire a metà strada tra i villaggi I Conti e Ca Balbano. Il fine dell’avido drago? Quello di farsi pagare un pedaggio, un tributo consistente in un dono che gli abitanti erano costretti a lasciargli per poter transitare. Venne però il giorno in cui la bramosia del drago crebbe a dismisura e il traffico di uomini e merci venne del tutto interdetto. E chi si avventurava nell’attraversamento veniva mangiato in un sol boccone.

Poi, però, la fiera dovette imbattersi in San Crescentino. Il legionario cercò di convincerla a lasciarlo passare e a smettere di infastidire la gente del luogo ma, quando apprese che questa non voleva sentire ragioni, la sfidò e l’uccise.

Pieve di San Crescentino a Cantiano

Pieve di San Crescentino a Cantiano

Il Martirio del cavaliere

Ben presto la prodezza di Crescentino volò rapida di bocca in bocca fino a giungere alle orecchie di Diocleziano. L’imperatore, conscio dell’ascendente che il cavaliere aveva ormai sul popolo, ordinò a Flacco (Prefetto dell’Etruria) di convincerlo a rinunciare alla fede cristiana.

Il Prefetto promise a San Crescentino una morte atroce, se questi non fosse venuto incontro al desiderio di Diocleziano. Per tutta risposta, l’uccisore del drago si adoperò con maggiore zelo nel convertire le anime a Dio.

Fuori di sé dalla rabbia, Flacco fece condurre il cristiano presso il tempio di Giove, e qui comandò lui di sottomettersi alla volontà degli Dei.

La risposta non dovette piacere particolarmente al Prefetto, dal momento che poco dopo ritroviamo il giovane legionario nel bel mezzo di un rogo. Ma le fiamme non ebbero affatto a nuocere a San Crescentino che, in quel putiferio, prese a intonare le lodi al Signore.

Ciò, se possibile, fece imbufalire ancor di più l’aguzzino. San Crescentino venne denudato, incaprettato, e trascinato per le strade. Infine, il 1 giugno 303, venne decapitato.

Nella notte, alcuni seguaci del martire recuperarono il corpo del loro beniamino per seppellirlo dalle parti della selva de’ Saddi.

Una curiosità è rappresentata dal fatto che proprio in mezzo a questo terreno boschivo venne in seguito eretta una Pieve, Pieve che fino poco tempo fa ospitava alcune ossa del drago. Ma si sa, gli uomini di scienza preferiscono la cruda realtà al romanticismo delle leggende, e così hanno pensato bene di analizzare i resti del mostro. Risultato? Appartenevano a un antico mastodonte.

Diocleziano, busto

Diocleziano, busto

San Crescentino Patrono urbinate

Ma che ci azzecca la bella Città di URBINO con tutta questa storia? Presto detto.

Nel 1068 la Chiesa urbinate era retta da un vescovo molto influente, conosciuto come Mainardo. Egli, volendo impreziosire la Cattedrale che si sarebbe di lì a poco andata costruendo entro le mura della futura Capitale dello Stato di Montefeltro, pensò di rivolgersi a Fulcone, vescovo di Tiferno.

Fulcone non si fece pregare più di tanto e promise in dono all’amico le Sacre Reliquie di San Crescentino (ad eccezione della testa, che volle tenere per sé e per i fedeli della sua comunità).

Mainardo e molti dei suoi concittadini partirono alla volta di Città di Castello nel rigidissimo dicembre del detto anno, e fu solo con grande fatica che riuscirono a svalicare l’innevato Appennino. Giunti a destinazione traslarono le ossa del Santo in una piccola urna e si rimisero in cammino verso casa.

I tifernati, però, pensando a un furto anziché a un dono, presero a dar dietro agli urbinati promettendo uno scontro all’ultimo sangue pur di riavere il loro amato Santo. Proprio quando la combriccola di Mainardo stava per essere raggiunta, una fitta nebbia (documentata da numerose fonti storiche) attaccò improvvisamente ad avvolgere gli inseguitori.

Ed è così che oggi San Crescentino è Patrono di Urbino. Un Patrono piuttosto benvoluto, che sul finire del ‘700 seppe persino ispirare la vittoriosa rivolta contro le truppe napoleoniche.

Ma questa è (quasi) un’altra storia.

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