San Pier Damiani: l’uomo, il santo, il riformatore

Il secolo XI fu periodo di estrema decadenza per la Chiesa, un momento di crisi profonda segnato da corruzione e abusi d’ogni sorta. Ed è in questa situazione di totale degrado che un manipolo di uomini coraggiosi e determinati si mise a lottare per rimettere il treno della Storia della Chiesa nel binario a lui più consono.

Tra le teste che andarono a comporre questo sparuto esercito di Dio, la più illuminata fu con tutta probabilità quella di san Pier Damiani, umile e impavido eremita avellanita.

Ma chi era san Pier Damiani? E perché la sua seppur schiva figura risulta ancora oggi così venerata e importante?

Non ci resta che andare a scoprirlo!

San Pier Damiani nel dipinto di Andrea Barbiania, Biblioteca Classense di Ravenna
San Pier Damiani nel dipinto di Andrea Barbiani, Biblioteca Classense di Ravenna

Pier Damiani e gli anni della giovinezza

Pietro, questo il nome di battesimo del santo, nasce a Ravenna tra la fine del 1006 e il principio del 1007.

Ultimo d’una moltitudine di fratelli, non si può certo dire che l’impatto col mondo sia per lui dei migliori: la sua famiglia è di nobili origini ma decaduta, costretta alla miseria più nera. Subito dopo il parto, la madre, pentita d’avere dato vita a un’ulteriore bocca da sfamare, si rifiuta di concedere lui ogni forma di sostentamento e consolazione: è solo con il rimprovero di una donna a servizio d’un prete che costei prende a toccarlo e ad allattarlo.

Ma il ritrovato amore materno dura appena lo spazio di un attimo, in breve il piccolo rimane orfano di entrambi i genitori. Ad accudirlo è dunque Rodelinda. Sotto la custodia della sorella maggiore trascorre un periodo ricco di privazioni ma felice, che tuttavia si mostrerà presto per quello che è: una parentesi tutt’altro che duratura.

I giorni bui incombono nuovamente sul bimbo quando un fratello di indole malvagia (di cui il nome non ha saputo resistere al tempo trascorso), fingendo di volersi occupare di lui, lo accoglie in casa per affibbiargli i lavori più duri e i servizi più umilianti, picchiandolo quasi quotidianamente e costringendolo alla fame. Curiosa, a tal proposito, è l’annotazione di Giovanni da Lodi, primo biografo di san Pier Damiani, che commenta così la situazione: “certo il Signore permetteva che il suo soldato fosse maltrattato perché si esercitasse nella milizia spirituale, per vincere il mondo”.

San Pier Damiani offre la Regola camaldolese alla Vergine – Pietro da Cortona – Toledo Museum of Art.
Immagine soggetta a Licenza CC tratta da WIKIMEDIA COMMONS

Gli studi

A trarre il ragazzino in salvo dalla prepotenza e dalla cattiveria è un altro fratello, di nome Damiano. Questi, arciprete, nell’apprendere le condizioni in cui versa Pietro ne è sconvolto al punto di decidere di prenderlo sotto la sua ala protettrice. E’ una sorta di secondo padre, il buon Damiano, ed è forse per riconoscenza che il santo negli anni a venire affiancherà il nome del suo salvatore al proprio.

Sia come sia, l’arciprete deve presto constatare che Pietro, mentre è semischiavo presso il precedente “tutore”, di studi non ne ha proprio fatti. E così, un po’ per rimediare alla situazione di analfabetismo in cui si trova il fratello minore e un po’ per allontanarlo dai brutti ricordi di Ravenna, lo iscrive ad una scuola presso la vicina Faenza. Qui San Pier Damiani resta quattro anni (1022-1025) e impara a leggere, a scrivere e a far di conto. I risultati ottenuti grazie tanto alla dedizione quanto all’innata curiosità, lo incoraggiano a proseguire negli studi.

Dopo Faenza vengono dunque gli studi di arti liberali a Parma (1026-1032) dove apprende grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, musica e astronomia. Anche in questa nuova sede si mostra studente brillantissimo e, finito il tempo dell’apprendere, si dà all’insegnamento presso la sua città natale.

La sua è ormai una figura famosa, ricercata, pagata a peso d’oro. Ma proprio all’apice del successo, l’allora ventisettenne Pier Damiani comincia a provare disgusto per la vita frivola, lontana dal vero senso delle cose, che conduce. Al contempo subisce il fascino d’un concittadino, un uomo di fede che la storia ricorda come San Romualdo e di cui anni dopo lo stesso Pietro scriverà la biografia. In particolare è interessato alla concezione che costui ha di ‘vita santa’: la regola del riformatore Romualdo consiste, in estrema sintesi, nella riscoperta e nella valorizzazione dell’eremitismo, nel digiuno e nella penitenza, nel lavoro e nell’assidua preghiera.

Romualdo di Camaldoli da Johann Carl Loth – Gallerie dell’Accademia a Venezia. Oilo sul tela. Legato Renier, 1850

La conversione di san Pier Damiani

Per la verità, Pietro impiega diverso tempo per trasformare il suo desiderio di farsi soldato di Dio in cosa reale.

E’ un fatto molto curioso quello buono a fargli spiccare il volo verso nuova vita: il professore invita alla sua mensa un povero cieco e quando questi gli domanda del pane, Pier Damiani esita, gli offre il pane nero e tiene per sé il bianco. Appena iniziato a mangiare, una lisca di pesce si ferma nella gola del santo inibendogli il respiro. Tenta diverse volte di liberarsene, ma continua a soffocare. San Pier Damiani si cava dall’impiccio guardando in faccia il suo egoismo, il suo peccato: mettendo a disposizione del commensale il pane migliore ha miracolosamente salva la vita, la lisca smette di far presa sulla carne e scivola via.

A seguito di questo evento, Pietro viene ordinato prete in quel di Ravenna per mano dell’arcivescovo Gebeardo.

Ben presto, siamo nel 1035, ritroviamo san Pier Damiani nelle Marche, presso l’ EREMO DI SANTA CROCE IN FONTE AVELLANA, oggi luogo assai suggestivo e allora perfettamente rispondente al suo desiderio e ai suoi ideali di vita religiosa.

Si tratta di un eremo molto povero, isolato, lontano dalle pressioni ravennate ma non dalle angherie dei signorotti locali, nel quale si vive secondo la regola dettata dal beniamino San Romualdo.

Il distacco dell’ex insegnante dalla vita precedente è pressoché totale, ma egli non solo sopporta il nuovo stato di cose, anzi vi si applica con tanto slancio da lasciare basiti persino i monaci più anziani. Non di meno, il suo ingegno lo spinge fino a divenire un vero e proprio esperto della Sacra Scrittura. E così, per ordine del maestro, prende a istruire i confratelli circa la perfezione dello spirito e della vita monastica.

Eremo di Santa Croce

Un eremita errante

Non occorre che poco tempo perché la fama di pensatore e divulgatore dell’eremita ravennate oltrepassi le possenti mura avellanite. Infatti molti abati hanno preso a richiederne l’intervento per perfezionare la disciplina nei rispettivi monasteri. E tra questi vi è Guido, il religioso a capo del celebre e potente Monastero di Santa Maria nell’isola di Pomposa.

Il priore, siamo attorno al 1040, accorda a san Pier Damiani la possibilità di portare il suo sapere alla fondazione retta da Guido e lì il religioso trova ad attenderlo un cenobio composto di splendide costruzioni, di una ricchissima biblioteca e di proprietà ottimamente amministrate. Non di meno, la comunità di monaci è vasta e disciplinata.

Si può dire che a Pomposa il santo indossa al contempo le vesti del maestro e dell’allievo: se da un lato insegna la teoria, dall’altro apprende la pratica di una buona organizzazione. Il soggiorno nel rinomato cenobio è poi da ritenersi prolifico anche dal punto di vista letterario (le più antiche opere del santo pervenute fino ai giorni nostri risalgono proprio a quel periodo) e da quello delle relazioni e del prestigio.

Trascorsi due anni, il priore richiama Pietro presso l’eremo marchigiano per inviarlo subito dopo (1042) presso il vicino monastero di SAN VINCENZO IN PETRA PERTUSA. Come Pomposa, il cenobio di San Vincenzo è ricco di beni materiali e gode di una comunità numerosa che, tuttavia, non ha certo nella disciplina il suo tratto migliore.

La missione del santo è, ad ogni modo, vincente e, proprio durante questo duro soggiorno, trova il tempo di scrivere la vita di San Romualdo, uno dei più importanti testi delle letteratura monastica del periodo.

Abbazia di San Vincenzo

San Pier Damiani nuovo priore avellanita

Una sorta di tacito consenso dei monaci avellaniti è quello che spinge san Pier Damiani a divenire nel 1043, cioè alla morte del priore Guido, nuovo superiore dell’eremo di Santa Croce.

E’ un religioso tutto fuoco, il buon san Pier Damiani, e certo non è tipo da starsene con le mani in mano. Istantaneamente dà vita e forza alla sua regola, una regola contraddistinta dal rigore, dalla preghiera, dal digiuno, dalla fraterna carità e dalla più cieca obbedienza. E su tutto l’eremo: la piccola e solitaria cella dove i monaci si rifugiano è infatti eletto a luogo per eccellenza di incontro con Dio.

Forte poi del sapere appreso in quel di Pomposa circa l’amministrazione di una comunità, Pietro razionalizza il lavoro e aumenta le rendite derivanti dai beni già in possesso del luogo di fede. La nuova prosperità economica e l’accresciuta fama che attrae sempre più donazioni danno modo ai monaci di Santa Croce di ristrutturare gli edifici esistenti e di costruirne di nuovi: in particolare vengono istituite una buona biblioteca e uno scriptorium che di sicuro segnano un salto in avanti della famiglia avellanita sia in campo spirituale che culturale.

E se l’eremo avellanita diviene centro monastico via via sempre più importante, la notorietà di San Pier Damiani viaggia di pari passo, fino a bussare alla porta di papi e imperatori, dai quali il santo è visto come una sorta di autorità locale in materia di fede e organizzazione monastica. E’, in sostanza, sia pure in maniera ufficiosa, il responsabile morale delle chiese di Marche, Umbria e Romagna.

Intrattiene una fitta corrispondenza con i monasteri di tutta l’Italia centrale, viaggia spesso per il territorio, fa visita ai vescovi e sovente li rimprovera per la scarsa passione o la poca organizzazione. Nei casi di negligenza più estrema o di simonia (come quelli di Pesaro, Fano e Osimo) arriva addirittura a fare pressione sulle alte sfere perché i religiosi indegni vengano rimossi dalle rispettive cariche.

Filiazioni di Santa Croce

Nel giro di pochi anni Fonte Avellana si fa una piccola potenza capace di richiamare nuove leve in gran numero. E da qui al realizzare fondazioni ad essa legate il passo è breve.

I luoghi di fede nati (o riorganizzati) entro la filiazione avellanita sono i seguenti:

  • Eremo di Suavicino
  • Eremo di Preggio
  • Eremo di Gamogna
  • Monastero di San Giovanni in Acereta
  • Monastero di San Gregorio in Conca
  • Eremo di San Salvatore in Monte Acuto
  • Abbazia di Santa Maria in Sitria
  • Eremo di Ocri
  • Eremo di Luceoli
  • Eremo di San Michele Arcangelo
  • Abbazia di Sant’Emiliano in Congiuntoli
  • Monastero di San Bartolomeo in Camporeggiano
  • Monastero di San Vincenzo in Petra Pertusa
Eremo di Gamogna

Cardinale vescovo

Sebbene gli scritti e le opinioni di san Pier Damiani siano tenute in forte considerazione da papi e imperatori (che sempre più frequente ne richiedono il consiglio e la presenza nel momento delle più alte decisioni), il ravennate di fatto non è che priore di uno dei tanti luoghi di fede sparsi per l’Italia. O, almeno lo è fino al 1057, quando Stefano IX lo nomina Cardinale vescovo di Ostia, ossia uno tra i sette uomini più influenti della Chiesa e a più stretto contatto col Papa.

Per la verità, non è con gioia che il santo accetta la nuova carica, anzi – attratto com’è dalla solitudine dell’eremo – più volte supplicherà i pontefici di potervi rinunciare.

Tuttavia, la nuova posizione gli consente di attuare con maggior vigore la sua attività riformatrice. In cosa essa consiste è presto detto: san Pier Damiani si fa promotore dell’allontanamento della politica dalle cose di fede (uno dei suoi maggiori crucci è la simonia, compravendita delle cariche che nasce proprio da questo insano rapporto); si spende con energia contro il nicolaismo (un’interpretazione decisamente lassista del celibato ecclesiastico); infine, tenta di imprimere alla vita monastica un orientamento di totale amore verso Dio e, per contro, affatto incline a mondanità e potere.

Cattedrale di Faenza, urna con i resti mortali di San Pier Damiani
Cattedrale di Faenza, urna con i resti mortali di San Pier Damiani

Morte di san Pier Damiani

Molte sono le missioni compiute dall’eremita ravennate per conto dei pontefici, tra le quali è d’obbligo citare almeno le più importanti, quali Milano, Cluny, Mantova e Firenze.

Un lavoro decisamente intenso e prezioso che, quasi a mo’ di premio, spinge Alessandro II a raccogliere la supplica di san Pier Damiani, ormai non più giovanissimo, di poter tornare all’amato monastero di Santa Croce.

Nel 1072, però, il buon monaco avellanita viene richiamato per ultima missione nella sua città natale. Il Papa lo invia a Ravenna per liberare l’abitato dalle censure nelle quali è incorso a causa di Enrico, arcivescovo scomunicato ma mai sottomesso. E ora che il religioso ribelle è morto, i tempi paiono maturi perché la città possa riconciliarsi con la Santa Sede.

E’ un popolo in festa, pronto nel fare ammenda circa le colpe del suo arcivescovo e ricevere l’assoluzione, quello che accoglie san Pier Damiani.

Terminata con successo la legazione, il santo prende la via per l’Eremo di Gamogna. Ma durante una sosta presso il monastero faentino di Santa Maria Foris Portam viene colto da febbre, una febbre che lo accompagnerà fino alla morte, avvenuta nella notte del 22 febbraio.

Oggi le spoglie di san Pier Damiani sono custodite presso la Cattedrale di Faenza.

BIBLIOGRAFIA

  • R. BENERICETTI – L’Eremo e la Cattedra – Ancora,2007
  • E. ARCHETTI GIAMPAOLINI – San Pier Damiani. Il coraggio di un riformatore – Viella, 2002

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