Sant’Andrea di Suasa, un borgo a misura d’uomo

E’ una cartolina, Sant’Andrea di Suasa. Anzi due.

Osservare il borgo di lontano, quella piccola nave rossiccia, di laterizio, mentre solca il suo mare di campi coltivati è gesto che porta con sé il sapore tipico del medioevo.

Il borgo ancora del tutto avvolto nelle sue mura di epoca malatestiana

L’immagine che si ricava percorrendone gli stretti vicoli è invece quella d’un Italia che ormai esiste solamente nelle fotografie, in quegli scatti d’inizio novecento carichi di significato e quotidianità, arrivati ai giorni nostri su libri e riviste da un pezzo fuori commercio. E non me ne vogliano gli abitanti del piccolo castello se dico che la Sant’Andrea di Suasa che preferisco è proprio questa, se una volta tanto mi faccio rapire più dall’oggi che da una storia – sia pure – millenaria.

D’altra parte, quanta meraviglia c’è in un mazzo di chiavi lasciato a penzolare dalla serratura? O in una ragazza che senza pensarci troppo ficca lo stendino coi panni da far asciugare al sole nel bel mezzo dell’acciottolato, perché se quel pezzetto di via è di tutti è pure un po’ suo? E in quelle nonnine che accostano le sedie mezze sfondate alla facciata del palazzo nobiliare, quello con l’intonaco ridotto a un velo, e ridono e parlano e fanno crocchio come bambine appena prima d’un dispetto? Quanta bellezza c’è in tutto questo, nel sentire che tutto va come dovrebbe andare?

Il fatto è che Sant’Andrea di Suasa non è una frazione come un’altra, è una casa, è la casa di una comunità che coraggiosamente resiste. O almeno ci prova.

Una delle peculiari vie che si trovano entro il castello

Cenni storici sul borgo

E’ un fatto di un millennio e mezzo fa, quello che portò alla fondazione del primo nucleo abitativo di Sant’Andrea di Suasa. Fu infatti nei primi anni del quinto secolo che i visigoti, guidati da Re Alarico, distrussero la leggendaria città di Suasa. Agli sconfitti non restò altro che la fuga, uno sciamare in fretta e furia nel tentativo di trovare rifugio sulle alture circostanti. E uno di questi poggi salvifici fu appunto quello dove oggi sorge il nostro bel borgo.

Per la verità, Sant’Andrea rimase un gruppetto di case, un centro di modesta importanza, fino a ché nell’alto medioevo i benedettini del monastero di San Lorenzo in Campo non accolsero il villaggio sotto la loro ala protettrice.

Lo splendido arco d’accesso sormontato dal bel campanile aggiunto dopo il medioevo. Un tempo la porta era dotata di ponte levatoio.

Documenti raccontano che già nel 1150 l’abitato poteva vantare un Priore. Questo elemento sta a significare che, seppure soggetto a Fano, il paese godeva di una certa autonomia.

Nel 1303 Pandolfo e Ferrantino Malatesta occuparono con la forza la lingua di terra che collega Fano a Mondavio, Sant’Andrea di Suasa compresa. Il dominio malatestiano (fatta salve una breve parentesi in cui toccò di governare al Rettore della Marca) si protrasse fino al 1463, anno in cui il potere passò nelle mani di Giovanni della Rovere.

Con la morte di Guidobaldo da Montefeltro avvenuta nel 1508, l’intero Ducato urbinate divenne cosa della famiglia roveresca fino al 1631, quando l’ultimo duca si spense e il territorio tornò alla Chiesa. Nel 1869 Sant’Andrea di Suasa dovette rinunciare all’essere Comune per divenire frazione di Mondavio.

Lo stemma di Giovanni Della Rovere inglobato tra i laterizi sopra la porta. Sono ancora visibili l’abbreviazione IO DUX e l’albero di Rovere simbolo della nobile casata.

Scopri con Google Maps come arrivare a Sant’Andrea di Suasa

Ancora uno scorcio di Sant’Andrea di Suasa. Sullo sfondo un mare di campi bagnati dal sole. Nella giornate più terse lo sguardo arriva a cogliere nettamente il profilo del Monte Catria.

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