La storia di Urbino, i fatti che hanno reso grande la città

Innumerevoli, le pagine dedicate alla storia di Urbino. Un racconto straordinario, una narrazione in cui le vicende dei popoli e le vite di esseri umani del tutto fuori dal comune si mescolano, si sommano le une alle altre e rendono quantomeno difficoltoso riassumere il tutto in un articolo. Un articolo on-line, per di più, che per sua natura non può che essere breve. Ma visitare la splendida Città dei Duchi senza conoscerne i fatti che hanno contribuito a caratterizzarla nel lungo corso degli anni sarebbe una scoperta a metà. E allora, questa è una sfida che deve essere accettata. Pronti? Si parte!

La storia di Urbino: le origini della città

L’inizio della storia di Urbino è cosa persa negli abissi del tempo, da far risalire almeno ai tempi delle popolazioni umbro-picene. Narrazione però decisamente troppo frammentaria per poterne dire a dovere.

La Urbino che oggi conosciamo altri non è che l’antica città fortificata alla quale i romani diedero il nome di Urvinum Metaurense. Ma se è sicuro che l’abitato divenuto municipio nel 46 a.C. godesse già allora di una certa consistenza urbana, più incerte sono le radici del toponimo Urvinum. Secondo i più il termine deriverebbe da urvum (aratro), secondo altri da urvus (cioè ricurvo) o da urbs bina (vale a dire città doppia, in quanto si dispone su due colli).

Dopo i romani, il dominio sulla città fu cosa dei goti. Questi mantennero il potere fino al 538, quando i bizantini agli ordini del generale Belisario presero l’abitato per sete. Bizantini e longobardi attaccarono a contendersi il territorio, gli scontri si protrassero almeno fino a che Carlo Magno non mise tutti d’accordo sbaragliando eserciti e piani degli avversari con la sua celebre discesa in Italia.

Nell’ VIII° secolo l’Impero donò diversi territori alla Chiesa, Urbino compresa, anche se di fatto il governo papale da queste parti rimase di pura facciata.

Veduta su Urbino

Veduta su Urbino

La storia di Urbino: il tempo dei Montefeltro

La scarsa presa del pontefice su queste terre è dimostrata anche dal fatto che Urbino, almeno in principio, si schierò apertamente con la fazione ghibellina (a favore, cioè, dell’imperatore). Un fedelissimo dell’Imperatore era pure Antonio da Montefeltro, a cui – come ricompensa per i servigi resi – Federico Barbarossa concesse il titolo di Vicario Imperiale sulla città nel 1150. Fu un altro Imperatore, un altro Federico (Federico II° di Svevia), a dare forma concreta alla nomina: correva l’anno 1213 quando a Taddeo e Buonconte da Montefeltro toccò il feudo urbinate.

Ma se in teoria tutto era pronto per instaurare un effettivo potere, nella pratica i Montefeltro dovettero attendere altri vent’anni perché le resistenze degli abitanti ai nuovi signori venissero meno e il dominio feltresco su Urbino cosa stabile.

A succedere a Buonconte fu Montefeltrano e, a questi, Guido il Vecchio. Sì, è quel Guido che chi legge la Divina Commedia trova ad abbrustolire nelle fiamme per via della non lusinghiera qualità a lui attribuita dal sommo poeta di consigliere fraudolento. Venne poi il turno di un Federico, ben più sfortunato del suo celebre discendente, dal momento che venne trucidato assieme al figlio maggiore nel corso della rivolta popolare del 1323.

Le premesse per un grande avvenire

La congiura però non mise fine alla dinastia feltresca, al più ne cambiò gli interpreti. Il potere finì così nelle mani di Nolfo, figlio e fratello degli assassinati. Egli, si può dire, non ebbe vita facile. Anzitutto per via del rapporto tormentato con le genti del posto e poi a causa degli screzi intercorsi con il cardinale Egidio Alvarez Carrillo de Albornoz (inviato dalla Santa Sede per ristabilirne l’autorità), situazioni che lo costrinsero a subire anche la cacciata dalla città.

Insomma, il carattere ferreo dell’Albornoz e la sua calcolata diplomazia furono rospi che il Montefeltro cacciò giù a fatica. Tuttavia l’amara medicina non solo curò il malato dei mali evidenti, fu rimedio che a lungo termine andò oltre ogni aspettativa: se il cardinale allontanò Nolfo dalle sue terre, ne riconobbe al contempo nel 1355 la custodia civitas di Urbino e di Cagli, fatto che portava con sé tanti onori quanti oneri. Fu con tutta probabilità il timore di perdere questa prestigiosa investitura a far sì che i signori urbinati prendessero a governare con più ponderatezza.

Federico II Novello fu VI° conte di Urbino, ma il suo potere si espresse solamente sulla carta dal momento che non riuscì a riappropriarsi dei possedimenti sottratti al padre. L’impresa riuscì però qualche anno più tardi (a seguito della morte dell’Albornoz) a suo figlio, Antonio II° da Montefeltro, valoroso uomo d’arme. Fu poi la volta di Guidantonio, abile condottiero come suo padre e saggio uomo politico, che riuscì ad ampliare i confini dello Stato, a fare di Urbino luogo aperto alla cultura e a dare nuovo impulso all’economia.

Palazzo Ducale, luogo che in sé racchiude un notevole frammento della storia di Urbino

Palazzo Ducale, luogo che in sé racchiude un notevole frammento della storia di Urbino

Urbino si fa Ducato

Nel 1443, alla morte di Guidantonio, fu il figlio che questi aveva avuto dalla seconda moglie Caterina Colonna a divenire prima Conte e poi – su concessione di Papa Eugenio IV° – primo Duca d’Urbino. Il suo nome era Oddantonio da Montefeltro.

La giovane età (il nuovo principe salì al potere a soli diciassette anni) e i pessimi consiglieri scelti (a tal proposito si pensa ci sia lo zampino dei Malatesta) lo portarono ad una rapida e brutale fine. Mal sopportato dagli urbinati per via dell’innalzamento delle tasse e per un comportamento che si dice andasse ben oltre i limiti della decenza, fu assassinato la notte del 22 luglio 1444 e il suo corpo fatto a pezzi dalla gente.

Federico da Montefeltro

Urbino stava rischiando grosso: il vuoto di potere era già sfociato in una pericolosa anarchia e l’odiatissimo Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, attendeva appena dietro l’angolo il momento propizio per arraffare la succulenta preda.

Venne così fatto chiamare Federico III da Montefeltro – figlio illegittimo di Guidantonio – e, dopo una breve contrattazione che comprendeva l’immunità per gli assassini del fratellastro, questi venne acclamato dagli urbinati nuovo Signore della città.

Per la verità, non sono pochi gli storici che affermano che la congiura ai danni di Oddantonio sia stata ordita proprio dallo stesso Federico. I fatti che successivamente vennero attribuiti al più celebre personaggio nella storia di Urbino furono tuttavia ancor più eclatanti, tanto sensazionali da trasformare questa macchia in un alone tutt’altro che evidente, in un peccatuccio – se mai fu commesso – di poco conto.

Egli, con i lauti compensi ricevuti in cambio di prestazioni militari, riuscì a fare di Urbino una terra prospera, un’isola felice circondata da quel mare burrascoso che era l’Italia dell’epoca. L’ingente fortuna accumulata, derivata tanto dalla spada quanto dalla diplomazia, gli consentì di espandere il suo dominio su nuove città, città che seppe fortificare a dovere e abbellire a dismisura grazie all’aiuto di ingegneri e artisti di prim’ordine.

E’ possibile, per saperne di più, leggere il post inerente la figura di Federico III da Montefeltro. In questa sede ci limiteremo ad affermare che questi fu grande mecenate, abilissimo condottiero e fine uomo politico.

Guidobaldo e la fine della casata feltresca

Guidobaldo da Montefeltro fu governante assennato e, soprattutto, un grande uomo. Forse meno carismatico ma di cultura almeno pari, se non superiore, al celebre padre. Un Duca che possedeva due soli difetti: una salute cagionevole e una sfortuna disarmante.

Egli fece della corte urbinate luogo di incontro per i più grandi intelletti del tempo (è proprio questa, anche se evidentemente idealizzata, la corte che Baldassarre Castiglione identifica come perfetta nello stranoto Libro del Cortegiano), riordinò il Collegio dei Dottori (ponendo così le basi per quella che è l’odierna Università degli Studi di Urbino), si adoperò in numerosi lavori pubblici e tentò con ogni mezzo di alleviare le sofferenze della popolazione istituendo efficientissimi organismi di tutela per i poveri (organismi, questi, che nemmeno avevano sfiorato le menti di altri principi a lui coevi).

Un diavolo dal volto umano: Urbino è nelle mani dei Borgia

Nel 1502 Urbino venne occupata con l’inganno da Cesare Borgia. Come tale disavventura era potuta accadere è presto detto.

Cesare, figlio del Pontefice Alessandro VI°, si trovava a capo di un munitissimo esercito. Il suo compito era quello di annientare le truppe di Milano, impresa che non poteva meglio riuscirgli. Il Borgia tuttavia non si arrestò, come prevedibile, su suolo lombardo e prese ad occupare diversi territori della Romagna. A questo punto chiese a Guidobaldo, lo stesso Guidobaldo che era solito definire ‘mio unico fratello nell’Italia intera’, il permesso di fare transitare per il Ducato le truppe dirette nel sud delle Marche. Il Signore urbinate, mal consigliato dal profondo senso di amicizia, acconsentì. Contemporaneamente il Papa dichiarò decadute le signorie sui cui territori il figlio aveva messo le mani. E si scatenò l’inferno.

Cenotafio di Guidobaldo da Montefeltro - particolare -San Bernardino

Cenotafio di Guidobaldo da Montefeltro – particolare -San Bernardino

Il duca fu costretto a riparare a Mantova prima e a Venezia poi, ma i rapporti diplomatici con le altre potenze non si arrestarono. La sommossa popolare che di lì a poco prese a incendiare le terre del ducato, con le genti che si rivoltarono contro l’usurpatore e ripresero le prime fortezze (Montecopiolo e San Leo) al grido di “Feltro! Feltro!”, convinse gli stati limitrofi preoccupatissimi di dover un giorno affrontare da soli il potente esercito del Borgia a fare perno attorno Guidobaldo. Pezzo dopo pezzo, le città sottratte tornarono nelle mani del Montefeltro.

I giochi, però, non erano ancora giunti al termine. Guidobaldo, indovinando un ritorno di fiamma dell’inarrestabile ex-amico, mise sul piatto una carta tanto azzardata quanto azzeccata. Una mossa che fu inizialmente vista come pura pazzia: fece demolire le rocche più forti del Ducato, asserendo che “non esiste rocca più imprendibile del cuore della mia gente”. Se questo gli impedì di fatto di difendere le sue terre, rese altrettanto impossibile il mantenimento delle stesse al Borgia.

E’ solo con la morte improvvisa di Alessandro VI che i Borgia si tolsero di mezzo e Guidobaldo poté far ritorno alla sua corte.

La storia di Urbino dai Della Rovere ai giorni nostri

Guidobaldo spirò a soli trentasei anni senza che dalla moglie avesse avuto eredi. A succedergli fu Francesco Maria I° Della Rovere, nipote suo e di Papa Giulio II°. Grazie a Francesco Maria la corte urbinate tornò a conoscere un periodo, se non paragonabile a quello feltresco, quantomeno propizio. Fu però la decisione presa di lì a poco (1523) di spostare la corte a Pesaro a declassare Urbino a città di provincia.

Non che quella roveresca fosse casata disinteressata alle sorti del Ducato: tutt’altro. Solo che non fu l’antica capitale a beneficiare di questo amore. Per Urbino iniziò, come detto, un periodo di decadimento che andò ben oltre il 1631 (anno in cui la dinastia dei Della Rovere si estinse e il piccolo Stato tornò alle dirette dipendenze della Santa Sede) e che si arrestò solamente nel XVIII° secolo.

Fu un urbinate a salire, nel 1701, al soglio pontificio: Clemente XI. Il pontefice si adoperò per restituire alla città lo splendore perduto, finanziando ristrutturazioni e costruzioni ex-novo. Ma questa fu solamente una felice parentesi.

Le spogliazioni per la città erano all’ordine del giorno e si intensificarono, se possibile, sul finire del secolo, quando questa venne occupata dai francesi.

Nel 1860 Urbino fu annessa al Regno d’Italia e da allora ne condivide la storia.

BIBLIOGRAFIA.

Di seguito l’elenco dei libri utili alla stesura dell’articolo sulla storia di Urbino:

  • C. INZERILLO – Urbino. I luoghi, gli itinerari, la storia – Edimond, 1997
  • R. DE LA SIZERANNE – Federico di Montefeltro – Argalìa Editore, 1972
  • F. FRATERNALI – Urbino insolita – Ciabocchi Editore, 2017
  • G. SCATENA – Il torrione in Cagli – Stibu, 1986
  • C. INZERILLO – Viaggio nel Ducato di Urbino – Edimond, 2009

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