Allo Aliphante el cor l’Aquila morse

Benvenuti in questo nuovo racconto dedicato alla vita del Signore urbinate Federico. Ci eravamo lasciati con uno scampato pericolo e le potenze ecclesiastica e napoletana infiammate dagli ultimi rivoltosi favorevoli agli Angiò.

E da lì riprendiamo.

Fuoco

Federico si trovava a Roma quando giunse la notizia che il Malatesta aveva approfittato della sua assenza per tornare a far sua Mondavio. La cosa, per il vero, non dovette stupirlo più del necessario.

Chi invece ne rimase oltremodo infastidito fu Pio II, incredulo dinnanzi a quel Sigismondo che senza alcuna remora s’era ripreso quanto la stessa Chiesa gli aveva tolto in qualità di pegno (in attesa che ripagasse l’ingente somma dovuta al Re di Napoli come spese di guerra).

Fuori di sé per l’affronto subito, il Papa convocò un concistoro (1460) che portò il Signore di Rimini alla scomunica e, conseguenza ancor più grave, alla perdita – quantomeno sulla carta – dei suoi beni e territori.

Fu allo stesso Montefeltro che venne dato compito di rendere operativa la sentenza. Tuttavia questi dovette rimandare a miglior data il proposito, visto che c’erano prima da recuperare e mettere in sicurezza i possedimenti del re di Napoli e della Santa Sede stessa, compiti per cui veniva lautamente remunerato.

L’estate successiva non si era ancora riusciti a mettere le mani su Sigismondo che questi nel frattempo, in mancanza di alternative, s’era riavvicinato al partito angioino. In capo all’esercito che della fazione francese restava nella Marca, il riminese aveva letteralmente sbaragliato l’esercito pontificio a Nidastore (2 luglio 1461), esasperando ancor di più il già esasperato Pio II.

Era troppo. Venne aperto un nuovo processo ai danni del Malatesta in cui lo si accusava delle peggiori cose: stupro, incendio, rapina, strage, lesa maestà, omicidio, adulterio, incesto, falso in moneta, spergiuro, tradimento, sacrilegio ed eresia.

Tutto qua? Affatto. Al riminese venne attribuito un fatto ancor più grave, un fatto dalla difesa insostenibile, soprattutto agli occhi d’un pontefice come Pio II, un Papa che per sogno nel cassetto aveva quello d’una crociata contro i turchi. In buona sostanza, al condottiero romagnolo venne contestato un abboccamento con gli ottomani: egli, mettendo a disposizione i suoi porti, avrebbe spianato a Maometto II la strada che portava alla conquista dell’Occidente.

La condanna venne formulata il 27 aprile del 1462 e non prevedeva appelli: Sigismondo Pandolfo Malatesta doveva ardere tra le fiamme. Siccome l’uomo non era  in mano pontificia, ci si dovette adattare almeno per il momento a dare in pasto alle lingue di fuoco solamente la sua effigie. Per dare esempio e divertimento a quanta più folla possibile, si fecero bruciare tre diversi fantocci riproducenti l’accusato: uno sulla gradinata di San Pietro, un altro al Campidoglio e il terzo a Campo dei Fiori.

Pio II ad Ancona per affrettare la Crociata. Pinturicchio, Libreria Piccolomini, Duomo di Siena.

La battaglia del Cesano

Il Malatesta in carne e ossa, tuttavia, non se la passava poi tanto male. Anzi, lontano dal volersi rannicchiare in un anfratto buio e nascosto, stava di nuovo studiando con gli angioini il modo di tornare a mettere in difficoltà il re napoletano. Ma prima di dare il là alle operazioni aveva preteso un piccolo favore: utilizzare il formidabile esercito che gli veniva messo a disposizione per riappropriarsi pure di Senigallia.

Il conte d’Urbino , informato della situazione di pericolo e cosciente che col grosso dell’esercito al seguito non sarebbe riuscito a raggiungere la città adriatica prima di un paio di giorni, decise di inviare un veloce messaggero che la storia ricorda con il nome di Corso.

Questo Corso avrebbe dovuto portare alla guarnigione senigalliese l’ordine di resistere fino al giorno successivo, vale a dire fino all’arrivo di Federico. Solo che il soldato venne catturato lungo la via, portato al cospetto del Signore di Rimini e da questi fatto incarcerare.

Quando il monocolo condottiero si presentò dunque sotto le mura, trovò una città che aveva già ceduto alle lusinghe e alle minacce del vecchio padrone malatestiano. Il conte allora si arrangiò come meglio poté, facendo organizzare il campo in modo che il guado sul Misa fosse sotto il suo controllo e i rifornimenti alla città ostacolati. Non solo, Federico aveva posizionato le sue genti talmente vicine a quelle del Malatesta da lasciare al nemico soltanto due opzioni: battersi o chiudersi dentro le mura dell’abitato.

Abbiamo detto che quello sotto il comando di Sigismondo era un esercito formidabile. E in effetti per numero e per armamenti lo era senz’altro, ma – composto di soli mercenari – era anche poco disciplinato e ancor meno legato alla causa. E i cattivi pensieri, per il riminese, certo non diminuivano col sapere buona parte degli abbeveratoi cittadini sotto il tiro dei feltreschi e gli approvvigionamenti d’altro tipo resi oltremodo difficili.

Il Malatesta si fece dunque portare dinnanzi il caporale precedentemente catturato e rese lui la libertà con il patto che questi riferisse un nuovo messaggio al suo padrone e conte d’Urbino. Il buon Corso ascoltò e, tornato all’accampamento dei suoi, riportò le parole del riminese con calore, tanto l’avevano convinto. In sostanza, Sigismondo rimproverava al rivale di fare gli interessi del Papa e non quelli dei piccoli principi come lo erano loro e lo ammoniva del fatto che una volta raggiunto l’obiettivo, il pontefice lo avrebbe scaricato; a quel punto non ci sarebbe stato più nessuno pronto a difenderlo. Perché dunque combattersi? Rimini e Urbino divise erano poca cosa, ma assieme sarebbero state invincibili.

Federico gelò l’entusiasmo di Corso con il sorriso sornione di chi la sa ancora più lunga e disse a voce alta, in modo che tutti lo potessero sentire, che non era lì in qualità di conte d’Urbino, ma come capitano generale della Chiesa. Le parole udite, dovette giudicare in cuor suo il Montefeltro, non erano proprie di chi cerca amicizia, ma quelle di chi ha paura.

E in effetti l’uomo da un occhio solo ci aveva visto meglio di tanti altri: senza nessun preavviso, col favore delle tenebre, Sigismondo e i suoi abbandonarono il campo in gran silenzio per dirigersi alla volta di Fano.

Ma le sentinelle di Urbino erano attente e corsero a darne notizia al loro capo, il quale si vestì e armò in tutta fretta per poi andare incontro al formidabile nemico con le sole squadre già pronte, vale a dire quella a guardia del campo e un’altra formata da balestrieri a cavallo. Il resto dell’esercito si sarebbe mosso il prima possibile sotto il comando del fidato Napoleone Orsini.

Federico e il suo manipolo di uomini raggiunsero le truppe rivali che, intente a guadare il fiume Cesano, risultavano divise in due tronconi. Il conte diede l’ordine di fare gran chiasso di trombe e di tamburi e di gridare molte volte il grido di battaglia “Feltro! Feltro!” per far credere di essere più numerosi. La qual cosa gettò inizialmente nel panico l’avversario che, nonostante assai più numeroso, si mosse male e fu costretto a subire le prime offensive.

Poco alla volta, però, Sigismondo si rese conto d’essere alle prese con un pugno appena di antagonisti e trovò presto il modo di tenergli testa. Stava giusto riorganizzando la colonna di uomini, divisa in due dalle acque e impacciata sotto il peso dei bagagli, che si materializzarono lui dinnanzi le altre squadre della Chiesa e d’Urbino al comando di Napoleone Orsini: impossibilitato a riorganizzare le difese, costretto a rispondere ai colpi combattendo dal basso verso l’alto per via della conformazione del terreno, il riminese non poté far altro che dare l’ordine di raggiungere alla meno peggio la piana di Marotta.

Il condottiero romagnolo riuscì in qualche modo, con le truppe guidate dall’urbinate che gragnolavano di colpi la sua retroguardia, a raggiungere un luogo idoneo a riorganizzare i suoi uomini. Ma sugli occhi di questi non si faticava affatto a leggere il panico più totale.

Il Malatesta, il figlio Roberto e il luogotenente Savello si misero anima a corpo per tenere compatto l’esercito, ma questo, sotto i colpi e sotto la baldanza della gente d’Urbino prese a sciamare in mille direzioni.

E’ vero che Senigallia non cadde. Ma è altrettanto certo che le 30 squadre di Sigismondo non avevano saputo tenere a bada le 12 del Montefeltro: la fama di grande uomo d’armi che precedeva il Malatesta nei luoghi che contano era stata sepolta quel giorno.

Senigallia oggi: rocca roveresca

La fine del Malatesta

“Allo Aliphante el cor l’Aquila morse” doveva scrivere, a proposito della battaglia del Cesano, il buon Giovanni Santi.

Tuttavia, il fatto d’aver visto un esercito dissolverglisi tra le mani non doveva rappresentare il colpo più duro per il signore romagnolo: un soldato si può sempre pagare e una truppa in egual modo ricostruire.

Questo lo sapeva bene anche Federico che ora, forte delle truppe pontificie oltre che delle sue, si stava adoperando per togliere dal pugno serrato di Sigismondo le macchine produttrici di ricchezza, voleva cioè spogliarlo di paesi e città.

In realtà prendere per assedio tutte le piazzeforti di una signoria sarebbe stato processo difficile e macchinoso, cosa capace di occupare anni e anni. Ancora una volta, però, il genio di Federico dovette saltare a piè pari nei libri di strategia militare: dove non poteva la forza si sarebbero usati l’inganno e la paura.

In effetti quello che più premeva agli abitanti delle città assediate era di salvare la pelle, stessa cosa si poteva dire per i soldati a difesa della rocca: perché, dunque, non premiare il tradimento?

A Barchi, per esempio, l’Urbinate mandò a dire ai cittadini che il paese si sarebbe salvato dal sacco se questi avessero aperto le porte anche contro il parere della guarnigione militare. Allo stesso tempo, Federico fece avvisare i soldati asserragliati nella rocca che l’abitato sarebbe stato messo a ferro e fuoco, ma che loro avrebbero avuto salva la vita se si fossero arresi per primi.

La lotta del disonore venne vinta in tempi record dai militari, che furono disarmati e mandati via. Tuttavia il conte fu magnanimo anche con i barchiesi, disperati per non aver issato per primi bandiera bianca: sì, la truppa sarebbe entrata nel castello e avrebbe avuto il suo bottino di guerra, ma preventivamente le genti furono fatte uscire con quanto di valore potevano tenere tra le braccia.

A Montefiore, che era comandata nientemeno che da Giovanni Malatesta (figlio di Sigismondo), alcuni rappresentanti della cittadinanza chiesero e ottennero un colloquio segreto con Federico, e subito mostrarono l’intenzione di arrendersi. Ma, sapendo di poterne cavare ancora di più, il conte non accettò: avrebbe volentieri evitato di spargere il sangue innocente della popolazione, disse, se questa a sua volta avesse contribuito a risparmiare quello dei sui soldati… In sostanza, il Montefeltro bombardò le mura e fece finta di assaltare il castello, costringendo così gli uomini di Giovanni a uscire dalla rocca per controbattere. E con le guardie fuori, i cittadini si adoperarono come promesso per prendere la rocca sguarnita e a cederla agli urbinati.

A Verucchio, storica fortezza malatestiana, le cose si presentarono più complesse: benché la cittadina avesse già capitolato, la sovrastante rocca risultava a tutti gli effetti imprendibile e la sua guarnigione estremamente combattiva. Allora che architettò il conte? Fece recapitare al castellano una lettera con firma e sigilli di Novello Malatesta, falsi ma più che credibili a occhio inesperto, dove si chiedeva lui se per far fronte all’assedio avesse bisogno di qualche rinforzo. Egli rispose che sì, qualche spada in più di certo non avrebbe potuto far male. Non poteva sapere, l’ignaro castellano, che gli uomini che di lì a poco bussarono alla sua porta non erano amici, ma i sedici più rudi e forti dell’intero esercito feltresco. Soldati fidati che in breve, approfittando della sorpresa, riuscirono ad aprire le porte al resto dei compagni.

In questa maniera e in pochissimo tempo, Sigismondo si vide privato del grosso delle terre.

Un bassorilievo raffigurante Roberto Malatesta. Museo del Louvre.

L’ultimo assedio

Nel 1463 già tutto l’entroterra era nella solide mani di Federico e del legato pontificio che l’accompagnava nella campagna, rimanevano però da prendere i porti, vale a dire ciò che più difficilmente si riesce ad ottenere con un assedio.

E il Montefeltro era ben conscio che prendere Fano sarebbe stata impresa complicatissima. La città era infatti ottimamente fortificata dal lato di terra, armata fino ai denti, rifornita via mare da Rimini e comandata da Roberto Malatesta – il figlio più grande e più ardito di Sigismondo -, il quale era tanto più determinato nella difesa dell’abitato in quanto vi si erano rifugiate con lui anche la madre e le sorelle.

Sulla città adriatica, oggi conosciuta come Città della Fortuna, andavano ad intrecciarsi le aspettative di tutti: quelle dei Malatesta che la ritenevano l’ultima ancora di salvezza e tutto avrebbero dato per conservarla; quelle di Federico, che vedeva finalmente la viva possibilità di mettere il punto finale a vent’anni di lotte ininterrotte con l’acerrimo nemico; e infine quelle del Papa, che ne attendeva ansiosamente la caduta per poi volgere lo sguardo verso Costantinopoli e l’idea di una nuova crociata.

Il conte tentò dunque di corrompere alcuni fanesi perché lo aiutassero nell’impresa, ma questi vennero scoperti e, per ordine di Roberto, impiccati. Non restava dunque che procedere, tra mille difficoltà, ad un’operazione militare in piena regola.

Il campo della Chiesa venne imbastito alla meno peggio, poco o per nulla protetto da difese naturali e, contemporaneamente, si pensò di far partire da Ancona una flottiglia buona a fermare quella di soccorso dei Malatesta. Le imbarcazioni pontificie ebbero la meglio, ma inspiegabilmente si videro impossibilitate all’inseguimento dei vinti dall’apparire di una nuove imbarcazioni: erano galere veneziane.

Il conseguente incidente diplomatico tra le Chiavi e il Leone, che quest’ultimo riuscì a spiegare solo con estrema difficoltà (perché tutto fu tranne che un incidente), diede il tempo a Roberto di acquisire nuove imbarcazioni e a Sigismondo di giungere in città con un enorme carico di viveri e di uomini.

Peggio ancora: l’accampamento pontificio fu di lì a breve inondato da un violento nubifragio e poi messo del tutto a soqquadro da una devastante sortita malatestiana.

Federico, tuttavia, resistette alle insistenze del legato pontificio – che era ben intenzionato a togliere le tende e tornarsene in quel di Roma – e fece realizzare un nuovo campo. Tanto più che l’uomo dall’occhio solo aveva fiutato l’errore che Sigismondo si affrettava a commettere: da quando egli era giunto a Fano, i rifornimenti tardavano ad arrivare. Il signore di Rimini pensò quindi di essere più utile come ingegnere logistico che come soldato e prese nuovamente la via riminese. Ma esortare un popolo a combattere e poi abbandonarlo (sia pure per il suo bene) di certo non ne innalza il morale, tuttaltro.

Pian piano, di nascosto, l’urbinate fece spingere le sue trincee a un passo dalle mura, fino a che i cannoni pontifici poterono centrare e abbattere una vecchia torre male in arnese e la circostante cortina (presso il celebre arco d’Augusto). Ancora cannonate e poi l’assalto: i feltreschi erano penetrati entro le mura.

In breve, appena dopo aver ricevuto promessa che col cambio di padrone non avrebbe perso le sue libertà comunali, la città si arrese.

Roberto, asserragliato nella rocca, resistette ancora tre giorni. Poi, consigliato dalla madre e dal gesto magnanimo che Federico aveva rivolto a suo fratello Giovanni in quel di Montefiore (lo aveva salvato dalle ire della truppa prima, dalle pretese economiche del rappresentatne della Santa Sede poi e infine liberato), si fece forza e raggiunse l’accampamento dei vincitori per chiedere salva la vita.

Il Montefeltro trattò Roberto e le sue donne col garbo e col rispetto che si doveva a chi di nobile condizione, virtù che non mostrarono invece il legato e la soldataglia. Così, prevenendo il pericolo, il signore d’Urbino ammutolì l’idea d’un riscatto che stava allargandosi nelle teste dei pontifici ficcando i prigionieri su un’imbarcazione diretta a Rimini e donando loro la libertà.

Ormai era chiaro: Sigismondo era definitivamente vinto. E tutte le carte nel suo mazzo vennero giocate, compresa l’intercessione di Venezia e la propria totale sottomissione alla Chiesa, per conservare Rimini, Cesena e poche altre fortezze che poi, alla sua morte, sarebbero tornate ad essere cosa dei papi di Roma.

Sull’altro lato, il conte vedeva allargato il suo dominio di oltre un centinaio di nuovi villaggi.

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