Dalla battaglia della Molinella a quella per Rimini

Con l’improvvisa scomparsa di Francesco Sforza (1466) e con Jacopo Piccinino che era riuscito a raggiungere e finanche a battere nella disgrazia il Maletesta (trucidato come fu in una segreta per volere del re napoletano a causa degli innumerevoli tradimenti), nessun condottiero poteva dirsi pari in prestigio a Federico, cosa che fruttò all’urbinate parecchio denaro.

Venezia, però, aveva per le mani lo sfidante perfetto, vale a dire il suo vecchio capitano generale Bartolomeo Colleoni. Ora, non che la Serenissima smaniasse per ritrovarsi contro il più illustre uomo d’arme del tempo, ma le si era appena presentata una ghiottissima occasione: alcuni esiliati “di lusso” rifugiatisi nelle sue terre stavano preparando una spedizione per ritornare a Firenze.

E dal momento che si era da poco verificato un cambiamento di teste negli altri potentati italiani (e certo nessuno tra Milano, Firenze e Napoli poteva dirsi soddisfatto della mutazione), perché non approfittare di questa debolezza temporanea dei concorrenti per assestare loro un bel colpo e accrescere ulteriormente la propria influenza sulla terraferma?

Ecco allora cosa combinò la Repubblica del leone: scucì moneta generosamente e diede in prestito il proprio capitano ai malcontenti, ma – visti i rischi  – allo stesso momento si prodigò nel simulare una rottura con il Colleoni. Insomma, i veneziani avevano studiato il modo di guadagnare se le cose fossero andate per il verso giusto e, altrimenti, di non perdere alcunché.

Federico contro un’invisibile Venezia

Bartolomeo avanzava veloce in capo a un forte esercito verso la Toscana, ma ancora più spediti dinnanzi a lui viaggiavano i denari buoni a farsi alleate un gran numero di signorie minori. E tra queste, caso particolare, quella del Manfredi, che dovette ritenere  più vincolante il contratto economicamente più vantaggioso anziché quello stipulato per primo. Come se niente fosse, insomma, il faentino aveva abbandonato la confederazione formata da Milano, Firenze e Napoli per passare armi e bagagli alle dipendenze degli esiliati.

Federico, che dei confederati era il capitano generale, non dovette prenderla granché bene e così per prima assediò proprio Faenza. E mentre i rudi feltreschi stavano regalando ai romagnoli più di un qualche motivo per grattarsi la testa, fece la sua comparsa sulla scena un gentiluomo, un mediatore veneziano che richiedeva un colloquio al conte d’Urbino.

Il condottiero rifiutò d’ascoltare in privato il lagunare per non turbare la sensibilità dei propri alleati, ma fu costretto a concedere a costui un’udienza pubblica, dove si parlò solamente della cattiva e ingiusta sorte toccata al Manfredi. Quello non detto in sede ufficiale, il gentiluomo lo confidò però al segretario del conte allorché questi – per la dovuta cortesia – lo dovette scortare fino ai suoi alloggi dopo la pacata (e un po’ evanescente) discussione: l’uomo sciorinò numeri esorbitanti perché Federico passasse al servizio della Serenissima.

La risposta del Montefeltro fu educata ma ferma, e transitò sempre per la penna del suo segretario: mai si sarebbe rimangiato la parola data.

La sottile e melliflua diplomazia di Venezia aveva fallito, ora toccava di dire alla spada.

Statua realizzata dal Verrocchio e ritraente Bartolomeo Colleoni, Venezia.
Statua realizzata dal Verrocchio e ritraente Bartolomeo Colleoni, Venezia.

Verso la battaglia della Molinella

L’esercito confederato si mise dunque alla ricerca di quello certo più grande del Colleoni e lo trovò dalle parti di Budrio, non diretto nel fiorentino bensì verso Milano.

Per la verità si può anche dire che fu l’astuto Bartolomeo a farsi trovare, e il dove non fu un caso: la zona paludosa che avrebbe dovuto far da sfondo al parapiglia dava sicuramente man forte alla fanteria (punto di forza degli esiliati) e certo non giovava agli attacchi della potente cavalleria agli ordini del conte di Urbino.

Venezia non si era sbagliata: il Colleoni era lo sfidante perfetto, e lo dovette capire – a sue spese – anche il Montefeltro. La battaglia che andò prendendo forma quel caldo giorno di luglio, conosciuta come la battaglia della Molinella, durò la bellezza di dieci ore e viene a tutt’oggi ricordata come una delle più cruente del periodo con le sue centinaia di morti e migliaia di feriti.

Uno scontro che, come detto, dovette restare a lungo impresso anche nella mente del capitano urbinate, dato che a momenti ci lasciava le penne. Accadde infatti che un attacco dei feltreschi venisse bloccato dagli uomini del Colleoni, fatto che fece ripiegare pesantemente quell’ala di confederati. E Federico, per meglio trattenere la sua gente si gettò nel vivo della confusa lotta. Nel caos un fante riuscì a squarciare la pancia del suo cavallo, cosa che lo fece rotolare in terra, disorientato.

Il Montefeltro venne riconosciuto e preso di mira da buona parte degli avversari, e questa volta dovette concedere la parte dell’eroe alla sua guardia di cavalieri e lance spezzate che si fece lui attorno per nasconderlo ai colpi, un martirio che durò fino a che non si riuscì nuovamente ad issarlo su di un nuovo animale.

Si può dire che la battaglia, con la cavalleria feltresca che non riusciva a spiegarsi sul perfido campo di battaglia e la fanteria degli esiliati sgomenta sotto i colpi dell’artiglieria rivale (era la prima volta che questa veniva usata in Italia per operazioni diverse dall’assedio), si andò concludendo con una sorta di pareggio. Tuttavia non possiamo non notare che a conti fatti Federico era riuscito nell’intento di difendere le terre di chi veniva aggredito, il Colleoni non era invece stato capace di nuocere veramente né a Milano né a Firenze.

Feltreschi e riminesi insieme contro Roma

Dopo che ebbe annullato anche lo sforzo di Bartolomeo Colleoni, le offerte di lavoro di sicuro non mancavano per Federico. E siccome tutti lo volevano, il condottiero poteva permettersi non solo di richiedere lauti compensi, ma anche di ottenere qualche beneficio in qualità di Signore di uno Stato. E i fatti di Rimini ne sono un esempio.

Accadde infatti che l’ormai innocuo Sigismondo Malatesta morì e, come da giuramento, tutti i suoi beni sarebbero dovuti tornare alla Chiesa. Solo che Isotta, terza moglie ed erede universale del riminese, non aveva firmato nulla a riguardo ed era ben decisa a tenersi castello e ricchezze.

Dal momento che Paolo II aveva alle sue dipendenze niente meno che Roberto Malatesta pensò di fare un capolavoro tattico nel servirsene per riprendere Rimini con le buone e a costo quasi zero. E in effetti Roberto entrò nella città adriatica senza alcuna difficoltà, solo che non la rimise nelle mani del pontefice, piuttosto vi si trincerò assieme alla matrigna Isotta.

Era troppo per il Papa, un affronto che richiedeva vendetta repentina. Così, di lì a poco, l’esercito pontificio venne a mettere Rimini sotto assedio. A comandare i soldati della Chiesa non era però più Federico (che si era rifiutato di rinnovare la condotta) bensì suo suocero Alessandro Sforza, coadiuvato dal vecchio compagno di battaglie Napoleone Orsini. Anzi, a dirla tutta, il Montefeltro provava una certa simpatia per Roberto e di contro non poteva proprio soffrire Paolo II. Soprattutto, diciamocelo, preferiva avere per vicino un principe debole che un Papa forte.

E in qualche maniera il conte urbinate riuscì a ottenere l’appoggio dei confederati. Dal momento però che nessuno voleva una guerra aperta con il papato (il quale era ora per giunta appoggiato da Venezia), la condizione posta era quella che si procedesse unicamente nel difendere Rimini evitando accuratamente di aggredire per primi gli avversari.

L'immagine di Paolo II su di una medaglia
L’immagine di Paolo II su di una medaglia

La battaglia di Rimini

Quando Federico arrivò nella città dei Malatesta (con molto ritardo, visto che aveva dovuto attendere l’arrivo delle truppe del duca di Calabria prima di muoversi) buona parte delle mura aveva già subito pesanti gragnole di colpi e la parte più periferica della città era già stata messa a ferro e fuoco. Alessandro Sforza, però, nel vedere arrivare il genero dovette ritirarsi velocemente – per non finire tra il martello e l’incudine – e spostare l’accampamento su un colle a oltre tre chilometri dalla città.

Il breve periodo che seguì di inattività dei due eserciti diede da un lato la stura ai rimbrotti del Papa che accusava il povero Sforza reo, a suo dire, di impiegare un’eternità per prendere Rimini; dall’altro Federico propose di scacciare definitivamente la minaccia con un attacco, ma si rispose lui che non era una soluzione a cui poter ricorrere e si disquisì a lungo su ciò che si poteva o non si poteva fare in una guerra difensiva. Anzi, tecnicamente, gli si fece notare, dal momento che gli avversari hanno tolto il campo da sotto le mura… l’assedio si può considerare concluso e l’esercito confederato non ha più motivo di restare.

Il Montefeltro doveva dunque farsi in fretta venire un’idea, se voleva raggiungere l’obiettivo. Mandò allora a chiamare Roberto e lo istruì sul da farsi: se l’esercito confederato non poteva attaccare le Chiavi, allora avrebbe dovuto pensarci Rimini che col Papa era già in guerra! Ciò che il Malatesta doveva fare era di devastare il territorio di Mulazzano, territorio già dipendente da Roma e distante appena una passeggiata.

Il figlio di Sigismondo obbedì, e le richieste di soccorso degli aggrediti, come prevedibile, arrivarono fino alla Santa Sede. Paolo II montò su tutte le furie e attaccò a inviare, uno dopo l’altro, dispacci infuocati per e contro l’inerte Sforza: non solo – lo si accusava – non si è ancora presa la città, ma si sta per giunta perdendo Mulazzano!

Il capitano dei pontifici fu quindi suo malgrado costretto a intervenire per fermare le imprese di Roberto. Lungo la via, però, gli uomini di Alessandro e dell’Orsini si andarono ad imbattere in quelli comandati da Federico. Ora, dal momento che le truppe confederate parevano ben poca cosa, lo Sforza le provocò a battaglia. Il conte d’Urbino, tuttavia, ormai ‘del tutto convinto’ delle regole che dovevano appartenere a una guerra difensiva, non accettò le provocazioni (dopotutto non era mica in guerra col Papa, no?) e fece retrocedere il suo schieramento. Lo fece tanto spostare all’indietro che ben presto questo si andò a trovare in territorio riminese e, guardacaso, proprio tra un fiume e un colle che impedivano alla cavalleria veneziana di agire e, non di meno, dove per qualche ragione s’erano venuti a trovare un bel po’ di arcieri e pezzi d’artiglieria.

“Rimini è attaccata! Rimini è attaccata!” presero a gridare feltreschi e malatestiani, mentre una gragnuola di colpi attaccò a martoriare da ogni parte l’esercito del Papa che si era andato a incastrare in una trappola perfetta. Come se non bastasse, anche Roberto era tornato con le sue squadre a mettere il tappo a quella gigantesca bottiglia che doveva essere il campo di battaglia scelto dall’accorto signore d’Urbino.

Il nutrito esercito di Paolo II in breve – tra morti, feriti, prigionieri e sciamati via – smise di esistere.

Rimini invece, incredibilmente, era salva.

Castel Sismondo a Rimini

La pace dopo la tempesta

Senza più uomini da mandare in battaglia, il pontefice fu costretto a far buon viso a cattivo gioco, così non solo rinunciò all’intento di mandare anzitempo Roberto al Creatore, ma vagheggiò persino d’investirlo solennemente di Rimini e dei luoghi immediatamente vicini. Promessa che però non fu Paolo II a mantenere, bensì il suo successore -e personale amico di Federico- Sisto IV° della Rovere.

Frattanto il conte era tornato alla sua Urbino, ai suoi architetti, ai suoi artisti, ai suoi studiosi. Soprattutto, era tornato alla sua famiglia. L’estate del 1472 fu per questa davvero colma di gioia e, in effetti, gli eventi buoni a festeggiare non dovettero mancare: prima venne rinsaldata l’unione tra Malatesta e Montefeltro per mezzo del matrimonio che unì Isabella (figlia del monocolo conte) e Roberto Malatesta; e poi con giubilo ancor più grande si dovette ricevere la notizia che tutti aspettavano da tempo, e che voleva Battista Sforza aver dato alla luce – preceduto da sette sorelle – l’atteso maschio.

Il bimbo venne chiamato Guidobaldo, nome composto da Guido e da Ubaldo. Su Guido è chiaro il rimando alla tradizione di famiglia che voleva si assegnassero ai nuovi nati i nomi degli antenati (di Guido da Montefeltro parlò anche Dante nella sua Divina Commedia), mentre Ubaldo gode di due interpretazioni distinte: c’è chi sostiene fosse stato imposto in onore di una qualche intercessione di Sant’Ubaldo patrono di Gubbio e chi invece vorrebbe anch’esso legato alla tradizione di ricordare gli antenati… e, se pensiamo agli incerti natali di Federico, vengono subito alla mente la famiglia degli Ubaldini e quel Bernardino degli Ubaldini che in molti identificano come padre biologico del condottiero.

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