Battaglia di Tagina o battaglia di Pagino?

Fu la sconfitta nella battaglia navale di Senigallia a sancire la definitiva perdita di controllo dei mari da parte degli Ostrogoti, con tutto guadagno per l’Impero Romano d’Oriente. Allo stesso modo tale scontro dirottò le violenze dalle acque alla terraferma e in breve i due schieramenti tornarono a fronteggiarsi – secondo i più – presso Tagina, l’odierna Gualdo Tadino (per approfondimenti sulla tesi più gettonata si veda QUESTO ARTICOLO).

Non mancano però altre ipotesi circa i luoghi che videro gli ultimi fuochi della Guerra Gotica. E di queste una tra le più interessanti è quella avanzata da Leonello Bei nel suo La battaglia di Pagino già detta di Tagina e la nascita dell’Abbazia di San Vincenzo al Furlo, dove lo studioso – partendo da errori di traduzione circa l’opera del De Bello Gothico di Procopio commessi dal bibliotecario Cristoforo Persona e segnalati a suo tempo dal Baldi – identifica il teatro della battaglia nella piana ai piedi del castello di Pagino (primo atto) e nei dintorni della cittadina di Acqualagna sul Pian di Lentagio (secondo e definitivo atto). E proprio seguendo l’intuizione che la celebre battaglia di Tagina fu in realtà la battaglia di Pagino sono state scritte le righe che seguono. Buona lettura.

Il racconto della battaglia di Pagino

Erano i primi d’agosto del 552 d.C., quando Narsete e Baduilla, per tutti Totila, si fronteggiarono sulla pianura attraversata dal torrente di Leccio. Uno scontro che segnò l’atto finale di quella devastante Guerra Gotica che imperversò per 16 anni su tutta la penisola, destabilizzandola enormemente.

La guerra tra l’Imperatore d’Oriente Giustiniano e gli Ostrogoti ebbe avvio a seguito dell’omicidio di Amalasunta (reggente e madre del re goto Atalarico di otto anni, succeduto al trono del nonno Teodorico nell’agosto 526 d.C.) da parte di Teodato, suo cugino nonché marito, con il quale condivise il potere. Un assassinio che diede la stura a una serie di fatti di sangue volti a conquistare il trono goto, un crescendo di violenza che si interruppe solo con l’uccisione di re Erarico e la salita al potere di Baduilla.

Per Giustiniano l’omicidio di Amalasunta rappresentò un’ottima occasione per dare inizio alla Guerra Gotica (536 d.C.) e riannettere così la penisola all’Impero d’Oriente. Il generale Belisario, con il suo fedele consigliere e segretario Procopio (colui che documento la guerra gotica), fu al comando degli eserciti imperiali dal 536 d.C. sino al 551 d.C., quando furono entrambi richiamati a Costantinopoli. Belisario venne sostituito nel 551 d.C. dal generale eunuco Narsete.

L’immagine sottostante, soggetta a licenza CC BY-SA 4.0, è stata tratta da WikimediaCommos, dove è stata inserita da Petar Milosevic.

Mosaico ritraente Giustiniano, San Vitale, Ravenna.

La discesa di Narsete

Narsete raggiunse in nave i lidi veneti ancora favorevoli ai Romani d’oriente. Poi proseguì, vista l’ostilità gota di Teia (ufficiale fedele a Totila), lungo la costa affrontando il pantano dei lidi e delle non poche foci presenti in quell’area adriatica. Una volta rifocillate le truppe in quel di Ravenna, marciò lungo la costa e, evitata la gotica Rimini, imboccò quel che precedenti scontri avevano lasciato della via Flaminia. L’intento di Narsete era chiaro: raggiungere velocemente Roma e riconquistarla.​

Imperturbabile percorse la costa e, lasciatosi alle spalle la foce del Metauro, risalì rapido la Flaminia sino alla piana sorvegliata dal castello di Pagino che, dalla sua strategica altezza, scruta rapace persone e merci che battono i due passaggi diretti a Caput Mundi.

Narsete si trovò presto a dover decidere se seguire la strada che, accarezzando le placide curve del Metauro, collegava Tifernum Metaurense (Sant’Angelo in Vado) a Tifernum Tiberino (Città di Castello) o se proseguire lungo la Flaminia, via che cavalcando le impervie anse del Candigliano conduceva sì a Roma, ma obbligava anche a transitare per un territorio in cui la presenza nemica era molto consistente: l’impenetrabile Petra Pertusa. Il generale imperiale scelse in realtà una terza via. Abbandonò la Flaminia e, superato il Metauro già ingrossato dall’unione con il Candigliano, condusse i suoi trentamila uomini attraverso l’ampia pianura solcata dal torrente di Leccio (oggi piana di Bellaguardia) al fine di accamparsi ai piedi dei monti e avere così le spalle coperte da eventuali attacchi.

I giorni di Totila e Narsete sulla piana di Bellaguardia

Totila, che nel mentre era venuto a conoscenza dell’imminente arrivo di Narsete, rafforzò le difese militari di Roma e partì alla volta di Tifernum Tiberinum. Da lì, scavallando gli Appennini, giunse a Petra Pertusa. Questa all’apparire del re ostrogoto si schiuse per consentire agli ottomila soldati che lo accompagnavano di cavalcare sino a Villa di Pagino e, attraversato il Candigliano, di raggiungere la pianura di Leccio.

Narsete, avvertito delle mosse di Totila, mandò alcuni emissari per chiedere al rivale di deporre le armi ed evitare il massacro. Furono parole al vento. Il sovrano rispose che da lì a otto giorni ci sarebbe stata la battaglia. Il messaggio fu recapitato a Narsete, il quale ordinò all’esercito di inquadrarsi in assetto da guerra: la macchina bellica imperiale era stata attivata.

L’indomani mattina, Totila, confidando di prendere alla sprovvista i nemici, si presentò sul campo di battaglia con il suo esercito pronto all’assalto, ma trovò Narsete e i suoi già schierati. Insomma, fu Narsete a sorprendere Totila.

Galleria d’epoca romana nei pressi del Furlo. L’opera – circa 38 mt di lunghezza e 6 di diametro – venne realizzata nel 76 d.C. per volere dell’Imperatore Vespasiano.

La battaglia di Pagino ha inizio

Dovette certamente essere altissima la tensione in ambedue gli schieramenti, tuttavia il giorno si spense nell’immobilità degli eserciti. Solo con l’arrivo delle tenebre cinquanta uomini tra quelli fedeli a Narsete si mossero alla conquista di un piccolo colle che si frapponeva fra le fazioni.

Totila, avvedutosi dell’accaduto, lanciò contro quei pochi soldati uno squadrone di cavalleria. E poi un altro e ancora un altro. I ripetuti assalti, nessuno escluso, s’infransero contro i cinquanta soldati romani che, pur in balia di grandi difficoltà ma forti della posizione, resistettero eroicamente: un’impresa ancora oggi impressa nel nome del colle, del torrente di Leccio (ora di Bellaguardia) e persino nella denominazione della strada che percorre quella pianura.

Il giungere del terzo giorno vide i comandanti passare tra le file arringando gli stanchi soldati. Tutto era immerso in un equilibrio precario che s’infranse quando Cocca, uno spavaldo cavaliere goto, si diresse al galoppo verso i Romani che risposero con l’armeno Anzalas. Questi schivò la lancia gotica e colpì Cocca, il quale ruzzolò a terra per finire in una disarticolata immobilità. Furono attimi di trepidante silenzio disintegrato dall’esplosione del ruggito romano.

Ecco il segnale tanto atteso.

Un tiro mancino finito male

Nel frattempo Totila aveva ricevuto la notizia del prossimo arrivo di Teia con duemila soldati. Per guadagnare tempo prezioso il re degli Ostrogoti decise di lanciarsi, riccamente vestito e in groppa a un cavallo sontuosamente bardato, in mezzo ai due schieramenti facendo evoluzioni con il cavallo mentre la sua lancia piroettava in aria.

La mattinata si concluse con il termine delle acrobazie del re barbaro, un’esibizione che non dovette affatto incontrare il gusto di Narsete. Infatti, quando Totila gli chiese un incontro, questi rispose seccamente che era ora di iniziare a combattere.

Sia come sia, Teia arrivò. Totila richiamò i suoi per un pasto frugale e approfittò del momento per mimetizzarsi indossando una normalissima armatura. Successivamente ordinò all’esercito di imbracciare le armi per cogliere di sorpresa i Romani durante il loro rancio.

Narsete deluse nuovamente le aspettative di Totila: aveva fatto distribuire ai soldati del cibo senza consentire loro di allontanarsi dalle postazioni.

A Totila, di nuovo in scacco, restò solo una opzione: aprire le danze. La cavalleria ostrogota, dotata per l’occasione della sola lancia, ricevette l’ordine di caricare la prima linea imperiale. Gli uomini di Totila presero a galoppare verso il nemico senza avvedersi che gli arcieri dei rivali erano andati formando una mezzaluna atta a intrappolarli sotto una fitta poggia di dardi. I pochi che riuscirono a raggiungere la prima linea romana poterono solo scagliare la lancia e tornare in dietro velocemente.

Una delle frecce colpì, seppur non gravemente, Totila. Alcuni Ostrogoti, pensando di essere rimasti senza comandante, presero a sciamare disordinatamente verso il passo del Furlo coinvolgendo nella fuga anche gli uomini che presidiavano Petra Pertusa.

L’esercito imperiale si riversò sulla piana di Bellaguardia travolgendo senza alcuna pietà i pochi avversari rimasti.

L’immagine, reperita su Wikipedia e di Pubblico Dominio, ritrae la Battaglia dei Monti Lattari tra Romani e Goti. Gli armamenti sono anacronistici.

Pian di Lentagio, ovvero la fine della battaglia di Pagino

Il sole aveva compiuto buona parte del suo viaggio giornaliero quando i goti raggiunsero la Piana di Lentagio, una piccola pianura compresa tra il Candigliano e il Burano. Qui, il comandante Teia riordinò i propri combattenti per affrontare i Romani in arrivo.

La battaglia fu cruenta e definitiva: le genti fedeli a Narsete non risparmiarono nessuno, neppure coloro che avevano deciso di arrendersi. I corpi degli sconfitti furono gettati nel fiume. Alcuni studiosi ritengono che da questo evento derivi il toponimo Acqualagna, ovvero “Acqua che si Lagna”. Il Baldi in merito precisa: “In quanto a me se in cosa cotanto incerta riguardo al nome di Acqualagna dovessi dire il mio parere, stimerei verisimile che fosse detta Lagna, cioè macellaia dalla strage fattavi dei Goti, il ché pur se non fosse aiutato da altro argomento, sarebbe almeno favorito da questo”.

Con il favore dei forti rumori della battaglia e del buio incombente, Totila e cinque dei suoi ufficiali fuggirono lungo la Flaminia. Furono però intravisti da un drappello di Romani che si lanciò all’inseguimento. Ne seguì un parapiglia che vide il ferimento del re degli Ostrogoti.

Presso l’antica casa chiamata Caprareccia, ai piedi del monte di Montiego, l’Immortale Totila spirò.

Il tormentato riposo dell’Immortale Totila

Totila venne seppellito con tutti gli onori consentiti dalla situazione nel cimitero goto di Cagli.

Durante la sepoltura, tuttavia, gli ufficiali non si avvidero della presenza di una donna che, nella speranza di una ricompensa, spifferò tutto a Narsete. Questi, fece subito riaprire la tomba e spogliò Totila delle vesti e degli ornamenti regali che, assieme alla Reale Corona Gotica, furono inviati all’Imperatore Giustiniano per certificare la definitiva caduta dei goti.

A tal proposito va ricordato che, dopo la distruzione di Cagli (1287), il nuovo palazzo del Comune fu edificato sopra il detto luogo di sepolture, riportato alla luce da recenti scavi archeologici compiuti nei sotterranei della costruzione. I ricercatori rimasero colpiti dalla presenza, tra le tante tombe comuni, di un’unica tomba contenente solo uno scheletro appartenuto ad un uomo molto alto. Si tratta probabilmente dello scheletro di Totila l’Immortale che i Romani spogliarono di ogni parvenza di regalità.

Forse all’arrivo in Italia di Narsete, generale eunuco, i pensieri di Totila tornarono alla profezia pronunciata da un sacerdote etrusco sotto il breve regno di Atalarico (526/534 d.C.). Il sacerdote, mentre si trovava a Roma, vide uscire da una mandria di buoi un toro castrato che si scagliò contro un toro di bronzo e lo abbatté. Egli predisse che un castrato avrebbe abbattuto un re di Roma.

San Vincenzo al Furlo

Narsete e la chiesa titolata a Maria Santissima

Narsete vinse la guerra e attribuì il fatto al volere di Dio e all’aiuto di Maria Santissima. Fu con questo intento che, adempiendo a un decreto dell’imperatore Onorio Flavio, abbatté un antico tempio pagano eretto tra la Flaminia e il Candigliano, per edificare, sostituendolo, una splendida chiesa in stile bizantino “col titolo di Maria Santissima”.

Il tempo ha operato modifiche su questo edificio di fede che si presenta a noi con il nome di Abbazia di San Vincenzo al Furlo.

Piaciuto l’articolo sulla battaglia di Pagino? Forse potrebbe essere di tuo interesse anche il post sulla BATTAGLIA DEL METAURO.

Bibliografia

BEI LEONELLO, La battaglia di Pagino – già detta di Tagina e la nascita dell’Abbazia di San Vincenzo al Furlo, Quaderno di storia locale, Studi e Ricerche volume 8, ed. Associazione Amici della storia di Apecchio;

TROYA CARLO, Storia d’Italia del Medio-Evo , Vol. II / Parte III, Napoli, dalla Stamperia Reale 1850, books. google.it, ebook;

Studia Rapido (a cura di), Guerra greco-gotica, 535-553 d.C. , Data: 17 marzo 2016, Ultimo accesso: 7 gennaio 2022, https://www.studiarapido .it/la-guerra-greco-gotica- 535-553-d-c-riassunto/

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