Filippa Siccardi, la principessa-guerriera di Naro

I nomi delle casate stanno al tempo come le scritte sul bagnasciuga all’oceano: un attimo appena e potrebbe non rimanerne alcunché. Fuggono l’esperienza d’essere dimenticate soltanto quelle famiglie cui la storia riserva un posto di prestigio, un privilegio dettato senz’altro dal fatto che esse hanno partecipato attivamente alla sua scrittura.

Quest’ultimo è ad esempio il caso della potente famiglia guelfa dei Siccardi, che dominò – attraverso una fitta rete di fortificazioni – una vasta area compresa attorno agli attuali comuni di Cagli e di Piobbico e che aveva fatto del castello di Naro la propria residenza e il proprio orgoglio.

Se ai nomi di Filippo, Angelo e Rinaldo Siccardi – che tra il 1217 e il 1219 dovettero cedere le loro fortezze al potente comune di Cagli in cambio della fine delle ostilità e di laute rendite – la storia reagisce ricordando stancamente, tirando invece in ballo la consanguinea Filippa essa si ravviva e s’infiamma.

Naro, il castello di Filippa Siccardi
Naro, il castello appartenuto a Filippa Siccardi, si mostra come la continuazione perfetta dello sperone di nuda roccia nel quale è abilmente incastonato e da cui può scrutare ogni angolo della valle del Candigliano.

Filippa Siccardi fu infatti donna così straordinaria che ancora oggi, a distanza di quasi otto secoli dalla sua dipartita, rievocarne le gesta significa mandare in frantumi gli scialbi stereotipi del femminile inteso come sesso debole, stereotipi del tutto incapaci di contenere la fierezza e la complessità d’animo di questa principessa-guerriera del Duecento.

Filippa, dinanzi alla capitolazione dei Siccardi, si dovette certo sentire come un cavallo selvatico ficcato all’interno di un recito troppo stretto e con, per giunta, il morso in bocca. Non resistette che pochi momenti alla nuova condizione di sudditanza e, al pari di una fiera con la sua preda, attese l’ombra del primo cedimento del comune di Cagli per scatenare la ribellione e riappropriarsi dell’amata fortezza perduta.

L’occasione si presentò qualche anno dopo, quando Cagli, oltre a subire un forte spopolamento – e il conseguente indebolimento – dettato da una violenta epidemia, perse la sua autonomia divenendo cosa di Azzo d’Este. L’opportunità non venne mancata e alcuni antichi territori dei Siccardi tornarono, almeno per qualche tempo, sotto l’egida della signora del castello di Naro.

La tempesta, tuttavia, non era finita, aveva semmai conosciuto un attimo di quiete, quiete che con il superamento della pestilenza e con la ritrovata autonomia da parte del nemico lasciò il campo al trambusto portato fin sotto le mura di Naro dal rinvigorito esercito cagliese. Quando la possente onda d’urto della forza assalitrice incrociò le difese castellane dovette di nuovo arrestarsi e gli attaccanti, per far proprio quello che fino a poco tempo prima avevano creduto di poter prendere come si coglie una mela dal ramo più basso dell’albero, non poterono che ricorrere ad un lungo, estenuante assedio.

Filippa Siccardi non cedette mai un solo sospiro alla paura e mai vacillò nella sua volontà di garantire libertà a sé stessa e al proprio popolo. Naro, al pari delle altre sue fortezze, cadde, è vero. Ma non fu la disfatta che tutti si aspettavano: la gente dei Siccardi combatté l’impari battaglia con tale veemenza che alla fine della lotta Cagli obbligò Filippa sia a non pagare i danni da lei stessa arrecati alle proprie fortezze, sia a non edificare nuove costruzioni in sostituzione delle torri abbattute dagli assedianti. Una scelta, questa, che denota il profondo rispetto che il vincitore ebbe nei confronti delle abilità belliche e dell’ardente coraggio dell’avversaria e che, soprattutto, racconta il timore della seppur remota possibilità di dover tornare in futuro a misurarsi con una rivale tutt’altro che di poco peso. Si trattò, insomma, di un vero e proprio onore delle armi.

Aricolo di Matteo Piccini

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