La Muta di Raffaello

La Muta di Raffaello è un dipinto estremamente enigmatico, un olio su tavola che già alla prima occhiata dà ragione a chi guarda di riempirsi la mente di domande che, con ogni probabilità, non otterranno risposta certa. E il più pressante di questi quesiti è: chi è la donna ritratta nel quadro?

Il grande libro dell’Arte è pieno di artisti che si sono dannati anima e corpo per infondere un pizzico di mistero in più alle loro creazioni, ma in questo caso il maestro urbinate non c’entra nulla: a scompaginare le carte, ad avvolgere l’opera in un’aurea di leggenda, ci ha pensato la storia.

La storia non è però gran cosa come malandrino, perché lascia dietro di sé un sacco di tracce, di indizi buoni a vederci almeno un filino più chiaramente in quel piccolo capolavoro che è la Muta di Raffaello.

Allora, se sei d’accordo, non ci resta che andare a gettare uno sguardo al dipinto.

La Muta di Raffaello
La Muta – Raffaello Sanzio – 1507 circa

Descrizione dell’opera

Prima di gettarci a capofitto nella nostra piccola indagine sarebbe bene (e soprattutto piacevole) avere più nitido il soggetto, mettere a fuoco la vittima cui secoli fa è stato rubato il nome, e chiederci: cosa vediamo quando guardiamo la Muta di Raffaello?

Ciò che osserviamo è una donna di tre quarti, la cui postura ricorda molto da vicino quella della Gioconda. Tuttavia il Sanzio non si è limitato a riproporre uno schema già noto, poco meno che imposto dalla moda leonardiana che imperversava nel periodo, e prova ne sono le bellissime mani. Notiamo l’indice sinistro premere la cornice inferiore, quasi a voler suggerire l’imminente uscita dello stesso del dipinto, come se la signora non fosse prigioniera d’una tavola – ma persona viva – e stesse davvero ricambiando lo sguardo dell’osservatore.

Sempre le mani continuano a dirci della Muta, lo fanno per mezzo dei gioielli che le impreziosiscono: un anello decorato a motivi floreali, un altro con zaffiro a simboleggiare castità, un altro ancora con rubino a sottintendere prosperità. Si tratta di oggetti certo preziosi, ma affatto elaborati, semplici come è semplice la catena con pendente a forma di croce che abbraccia il collo della donna: monili che fanno pensare a un soggetto elegante e al contempo sobrio.

E questo concetto di composta raffinatezza viene ribadito anche dalle vesti. L’abito ritratto – elegante quanto basta per non sfigurare e sufficientemente semplice per non dare nell’occhio – è tipico del Rinascimento: si tratta di una gamurra, vale a dire un vestito lungo e piuttosto attillato nella parte superiore, realizzato in panno e velluto.

A dire dell’agiatezza economica in cui versa la donna tocca ai preziosi veli di seta che le accarezzano il capo e le spalle, veli che però non vengono affatto ostentati, anzi si fanno dettagli dell’insieme, di un tutto che per contro comprende anche il grembiule allacciato in vita e che sta a raccontare di una dimensione più umile e domestica.

La protagonista del ritratto serra infine tra le dita un panno: alcuni sostengono si tratti di un guanto, altri di un fazzoletto. Probabilmente -a giudicare dal viso malinconico, dalle labbra serrate a contenere la tristezza e dai lineamenti affilati e dignitosi – la seconda ipotesi, quella cioè di un fazzoletto utile a contrastare il pianto, sembrerebbe quella più verosimile.

Quale donna si nasconde dietro la Muta di Raffaello?

Nulla si sa di questo piccolo capolavoro eccetto il fatto d’essere stato realizzato dal Divin Pittore: ignoto il luogo d’origine, così come ignoti sono il nome del soggetto ritratto e quello del committente.

Per la verità, almeno per ciò che concerne la città in cui la Muta ha visto la luce, le ipotesi non sono chissà quanto numerose e contemplano solamente la nobilissima Urbino e l’altrettanto straordinaria Firenze. E forse dare un’occhiata alla storia collezionistica dell’opera potrebbe aiutarci a fare ordine tra le tessere del nostro puzzle.

Storia collezionistica del dipinto

Oggi la Muta di Raffaello fa stabilmente bella mostra di sé presso l’urbinate Galleria Nazionale delle Marche. Il passato di questo piccolo capolavoro, tuttavia, è stato decisamente più movimentato del suo presente, denso come fu di viaggi tra Marche e Toscana.

Certamente il quadro appartenne ai Montefeltro-della Rovere ma, per qualche ragione (anche se parliamo di una creazione del grande Raffaello) non se ne fece un gran parlare. Così, quando nel 1631 morì l’ultimo duca urbinate, il dipinto finì nell’eredità fiorentina di Vittoria della Rovere senza che nessuno ricordasse più il nome della triste fanciulla ritratta.

Priva di nome, la tavola finì per essere un pochino dimenticata, tanto è che risulta non rintracciabile con certezza nella eredità del cardinale Carlo de’ Medici (1666).

Fu forse nel ‘700 che il quadro prese a essere detto La Muta, e in questo periodo lo ritroviamo  prima a Palazzo Pitti tra i beni del gran principe di Toscana Ferdinando de’ Medici, poi (1713) nella villa medicea di Poggio a Caiano e, infine, agli Uffizi nel 1773.

Nel primo Novecento il dipinto tornò a Urbino per volere del dittatore Benito Mussolini che, ansioso di farsi ben volere dalla popolazione, accolse la richiesta degli abitanti la marchigiana Città dei duchi di avere “in casa” almeno un’opera del loro più illustre concittadino Raffaello Sanzio.

Ciò destò molti malumori tra i fiorentini, tanto è vero che la tavola, prestata per una mostra nel 1940, venne (complice anche la guerra) da questi sequestrata e non rivide Urbino che sette anni più tardi. Nemmeno allora gli animi toscani furono più quieti, convinti com’erano del fatto che le opere d’arte non dovessero per nessun motivo abbandonare il luogo dove erano state create. La pretesa dei fiorentini, però, non ebbe successo: d’altra parte se è vero che nel 1507 (anno in cui probabilmente venne dipinta La Muta) Raffaello risiedeva a Firenze, è altrettanto vero che l’artista tornò per un periodo alla corte urbinate… e proprio nel corso di questa sortita avrebbe potuto realizzare il quadro.

L’ultimo scossone alla vita già di per sé frenetica della Muta di Raffaello lo diede il 1975, quando questa venne rubata assieme alla Flagellazione di Cristo e alla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Fortunatamente tutte e tre le opere vennero rinvenute integre l’anno successivo.

Il video sovrastante racconta l’intervento operato su La Muta di Raffaello dai tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure nel 2014

La Muta di Raffaello: una discendente del Duca Federico?

Si diceva poco sopra che Raffaello tornò ad Urbino nel 1507, ma a fare che? Il maestro era tornato per riscuotere un credito dal duca derivante le sue prestazioni artistiche. Raffaello due o tre anni prima aveva ritratto Elisabetta Gonzaga (moglie di Guidobaldo), ma era già stato lui corrisposto quanto dovuto… Chi, dunque, di appartenente alla famiglia ducale, il Divin Pittore aveva nuovamente dipinto?

L’ipotesi che fino qualche anno fa andava per la maggiore era Giovanna da Montefeltro, secondogenita di Battista Sforza e del grande Federico. In effetti Giovanna – sposata a Giovanni della Rovere, signore di Senigallia e nipote di Papa Sisto IV – è una donna “politica”, che al pari del celebre padre risulta essere una mecenate: di sicuro è lei a commissionare all’artista (siamo nel 1504) il San Michele. Soprattutto Giovanna, grazie ad amicizie e parentele, riesce ad introdurre Raffaello nei luoghi che parlando d’arte più contano: Roma e Firenze.

Certo, questo rapporto di fiducia e stima tra i due sarebbe un indizio più che buono per vedere Giovanna da Montefeltro nei panni de La Muta. Ma non tutti i pezzi combaciano: la figlia di Federico nel 1507 aveva già abbondantemente superato i quarant’anni, età per l’epoca piuttosto avanzata, e certo la donna del dipinto è ancora giovane.

Maria della Rovere

Giovanna però aveva una figlia che nel 1507 era ventunenne, età compatibile con quella della fanciulla del quadro: Maria.

Nondimeno, alcuni studi sull’opera hanno rivelato che sotto l’immagine visibile ve n’è un’altra, una sorta di brutta copia, dove la donna sembra più giovane e spensierata. E allora perché la nostra Muta pare così triste? Alla domanda rispondono il corsetto verde scuro e la reticella di filo nero (ancora visibile prima dei restauri) che le accarezza la testa: la donna ha subito un lutto. E guarda caso Maria della Rovere perse il marito, Venanzio da Varano, ammazzato solo poco tempo prima per volere di Cesare Borgia nella rocca di Pergola.

Insomma, il dipinto doveva dare l’idea di una ragazza colta, dignitosa e sobria.

Si dice però che nella realtà Maria, che una volta rimasta sola venne ospitata a palazzo dallo zio duca, non impiegò molto a trovare consolazione, scoprendo un caloroso amante nel cavaliere Giovanni Andrea Bravo da Verona. Fu, insomma, una sorta di scandalo. Un incidente “vergognoso” che il focoso fratello Francesco Maria della Rovere (futuro duca) si sentì in dovere di lavare con il sangue del povero Giovanni Andrea.

Attorno alla figura di Maria si smise di dire. E lo stesso si fece per il dipinto che oggi conosciamo come La Muta di Raffaello, opera anche per questo a lungo ed erroneamente relegata nel purgatorio dei “lavori minori”.

Piaciuto l’articolo? Leggi anche il post sulla Leggenda della Fornarina!

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