Olimpia, una storia d’amore e morte nella Contea degli Oliva

Erano le prime ore del mattino del 5 novembre 1502 e il Conte Ugolino Oliva di Pian di Mileto se ne stava immobile davanti alla finestra spalancata, immerso nel freddo vento novembrino. Lo spettacolo che si parava lui davanti era fatto di truppe che, dirette alla volta di un non distante castello riottoso, segnavano la neve fresca al loro passaggio.

Di tutto quel trambusto, però, la mente del nobile riusciva ad archiviare ben poco, presa com’era del rimuginare circa il pessimo risultato di un’antica usanza – oggi perduta – in cui l’uomo si era misurato solo pochi giorni prima: quella di leggere il futuro per mezzo della brace e di alcuni semi di mela.

Non appagata da tutto quel lavorio, poi, la testa del Conte si spinse fino a pensare, a credere, a incolparsi per non aver saputo intuire la sciagura nella missiva che annunciava l’arrivo, per i dì a venire, della delegazione guidata dal Duca Guidobaldo da Montefeltro. Eppure quelle poche parole gli erano giunte, prigioniere della carta, appena l’attimo successivo il responso dei semi .

Tutto quello che gli riuscì di fare, dovette maledirsi Ugolino, fu di comunicare il contenuto della missiva al fidato domestico Zeffirino affinché questi potesse approntare una sontuosa accoglienza per gli ospiti.

Quale fu la sciagura che aveva colpito la casata degli Oliva? Per rispondere è necessario risalire di un poco a ritroso nel tempo.

Il castello del Conte Ugolino Oliva e di suo fratello Roberto a Piandimeleto (PU)

La famigerata missiva era giunta a corte tre giorni prima, vale a dire il 2 di novembre, e subito Zeffirino aveva informato gli interessati in maniera che potessero presentarsi preparati al non ordinario evento. L’unico a non ricevere la comunicazione direttamente dal domestico fu Baldo, l’impavido Capitano degli Oliva, cui toccò di venirne a conoscenza per mezzo di Cecco de’ Montiglioni.

Chi era questo Cecco è presto detto: era il buffone di corte, divertentissimo nelle occasioni mondane e infido come un serpente in quelle private. Si diceva in paese che costui fosse una spia a servizio dei potenti e che i suoi occhi erano quelli che in più possedeva il Conte. In realtà, Cecco era al servizio solo di sé stesso e se si mostrava oltremodo legato coi Signori era solamente per ricavarne un qualche piccolo vantaggio. Se poi il buffone aveva richiesto il permesso d’informare egli stesso l’uomo d’arme non fu certo per dispensare Zeffirino da un ulteriore compito, piuttosto per guadagnarsi l’occasione di saziare una certa sua perversione.

Nascosto nell’ombra, Cecco ebbe modo di spiare Baldo e la bella Olimpia accarezzarsi in un luogo che fino a quel momento i due avevano creduto segreto e poi – una volta ridestato dal più sconcio desiderio d’immedesimazione – di balzar fuori dal buio come se nulla fosse, gridando che aveva una comunicazione urgente per il Capitano e lasciando gli amanti col dubbio circa il quanto rimanesse ancora di sconosciuto del loro sentimento.

Il cortile del castello, che di certo avrà conosciuto la presenza di Olimpia e degli altri protagonisti della nostra storia

Ciò che il lettore ancora non sa è che Olimpia era la damigella della Contessa Gonzaga e che se non aveva portato a buon fine il desiderio di unirsi in matrimonio con Baldo era unicamente per via del fermo diniego del Conte Ugolino Oliva. Un ostruzionismo, quello del marito della Contessa, nutrito dall’infatuazione non corrisposta che egli provava per la damigella. E tale infatuazione era ben lontana dall’affievolirsi, visto che veniva sapientemente alimentata da Cecco, abile nell’infilare un gran numero di pulci nell’orecchio del Conte, nel far lui scambiare gli innocenti gesti della ragazza per atteggiamenti maliziosi e parole di cortesia per vaghe promesse d’amore (altre versioni della leggenda sostengono che il buffone si fosse addirittura rivolto alla Maga Folìa al fine di migliorare i suoi imbrogli).

D’altro canto, Ugolino sapeva bene di essere un nobile e per di più sposato. E sapeva anche che Olimpia era in qualche maniera legata al suo fedele e valente Capitano Baldo. Allora si trovava ad essere un uomo diviso, diviso tra l’orgoglio e la gelosia.

Ciò che però il Conte non poteva conoscere per certo erano le sensazioni che animavano i cuori dei due giovani. Olimpia, pur di vivere felice con l’amato, era disposta a tutto, anche smettere d’essere damigella e andar per pascoli. Baldo, invece, da Capitano della Contea non poteva tradire il suo Signore, ma più volte confessò all’amata di volerlo uccidere. Per amor di lei, tuttavia, in ogni occasione aveva mantenuto lindo l’affilato filo della spada.

Chi invece passò un brutto quarto d’ora fu Cecco, che con quel suo comparire d’improvviso aveva violato l’amoroso nascondiglio. Il buffone fu costretto a riferire – preso più dal dolore per la possente stretta del Capitano che non dallo scegliere accuratamente le parole – circa l’importante evento che si sarebbe dovuto consumare da lì a pochi giorni. Con uno strattone la spia pose fine a quel piccolo supplizio, si divincolò e sparì nell’oscurità appena un attimo dopo che la mano gli si potesse modellare in un paio di corna e dalla sua bocca riuscissero a grandinare osceni auguri all’indirizzo del soldato.

Comunque sia, Baldo e Olimpia – appreso che ebbero dell’imminente arrivo della delegazione feltresca, dei relativi festeggiamenti e della messa che si sarebbe subito dopo celebrata – pensarono che avrebbero potuto aggirare le reticenze di Ugolino sposandosi a sorpresa. E così Olimpia si accordò immediatamente con la Contessa e con il celebrante, Padre Bernardo da Urbino. 

Quella del 3 novembre fu per il Capitano una giornata interamente dedicata alla sicurezza degli alleati. Baldo venne inoltre convocato al Consiglio di Guerra così che, forte della sua esperienza, potesse contribuire a stilare le migliori strategie per l’attacco. Disse la sua e, quando lasciò la sala, inciampò. Solo allora gli tornarono alla mente l’amata e l’atteso matrimonio. Che quel piccolo urto fosse un invito a fermarsi rivoltogli dal destino?

Il dì fu speso in questioni militari e si concluse con un memorabile banchetto. Dalle finestre del castello venivano risate e canti, mentre giù da basso, in mezzo alle strade, serpeggiavano leggere le preghiere delle madri e delle mogli dei soldati chiamati alle armi.

All’alba, Zeffirino dovette scoprire che la notte aveva ricoperto l’intero paese di un freddo mantello di neve e impallidì. Da principio pensò ai festeggiamenti previsti come a un qualcosa di irrimediabilmente rovinato. Ma non si perse d’animo e, con il consenso dei Signori, decise di ridurli alla sola celebrazione della Messa, funzione che si sarebbe svolta nella Cappelletta del Castello e non più nella Chiesa di Sant’Agostino. 

La bella Chiesa di Sant’Agostino

Per Baldo e Olimpia questi cambiamenti furono un duro colpo, ma non smorzarono l’impeto della loro fiamma. 

Giunta l’ora della celebrazione, Olimpia si mise vicino al piccolo altare e Baldo si piantò poco distante. Gli sguardi d’intesa tra i due innamorati percorsero tutta l’omelia e, nell’attimo di silenzio creatosi a conclusione dell’intervento di Padre Bernardo, fulminei si inginocchiarono dinanzi all’altare e dichiararono la volontà di prendersi in matrimonio. Il prelato lì benedì sancendo l’agognata unione e tutti si rallegrarono. Tutti tranne uno: il Conte Ugolino, che dovette dar fondo a tutta la sua diplomazia per contenere i morsi dell’ira. 

Lentamente la cappelletta si svuotò e le luci delle candele scemarono sino a spegnersi. Ognuno prese la strada casa. Così fu anche per il Duca d’Urbino, che portava con sé l’appoggio militare dei valenti Oliva.

Olimpia, nella sua camera, era in attesa di condividere la prima notte con suo marito, ma i preparativi per l’imminente scontro parevano non volerglielo restituire a breve. Le ore passarono, ma dello sposo l’unica cosa capace di penetrare nella stanza fu la voce: ordini che salivano decisi su dalla cittadella.

La giovane, coperta nella sua verginità dalla veste e dai capelli sciolti, accese un lume per pregare, ma il tempo consumò la cera e le preghiere. D’un tratto, ridestandosi, sentì bussare. Distolse lo sguardo dai soldati che, oltre la finestra, si inerpicavano in direzione del nemico e piena nel cuore chiamò: “Baldo!”. 

Di là dalla soglia, tuttavia, non c’era il marito, ma il Conte che, per voce di Cecco, le intimava di aprire. Il silenzio ricamò il rifiuto di lei e fece divampare la rabbia in Ugolino. Aiutato dal buffone, il nobile iniziò a battere la resistente porta. Ad ogni colpo Olimpia chiamava Baldo in aiuto, chiamò e chiamò, almeno fino a che l’uscio, sfiancato, cedette.

Cecco discese le scale e si allontanò furtivo. Ugolino vide la bella Olimpia vicino alla finestra, si avventò come un felino sulla preda, ma non fece in tempo a ghermirla: la sventurata domandò perdono alla Madonna, poi un tonfo ovattato sollevò la candida neve che, ricadendo, andò ad abbracciare là di sotto il corpo della novella sposa. 

Così avvenne ciò che fu predetto il 2 novembre: un seme di mela fuggirà dall’altro sino a gettarsi tra le fiamme del fuoco; allora l’altro inizierà a girare su se stesso sino a carbonizzarsi.

Matteo Piccini

BIBLIOGRAFIA:

  • M. BRIZIGOTTI – Leggende misteriose del Montefeltro – Edizioni Nuova Prhomos, 2018
  • U. UBALDI- Tra le carte dei nonni accennamenti per chi volesse rendersi conto della storia di un castello del Montefeltro – narrazione umanistica – S.T.E.U, 1959.

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