Pacifica Brandani da Urbino, la Gioconda?

Innumerevoli sono i segreti sepolti sotto gli strati di colore che più di cinquecento anni fa sono andati a ricoprire quella che oggi è la più celebre tavola di pioppo al mondo, un normalissimo pezzo di legno che il genio di Leonardo ha saputo trasformare in quel capolavoro che tutti conosciamo come La Gioconda. E tra le domande che possono venire in mente osservando il dipinto, le più pressanti riguardano senz’altro l’identità della donna ritratta. È Monna Lisa Gherardini o si tratta di Pacifica Brandani da Urbino?

In tal senso viene noi incontro l’idea di Carlo Pedretti, un’intuizione poi ripresa e documentata dallo storico Roberto Zapperi. Per non farci mancare nulla, poi, getteremo uno sguardo al lavoro sul paesaggio di sfondo operato da Olivia Nesci e Rosetta Borchia e alle incredibili scoperte registrate dall’ingegnere Pascal Cotte e dalla sua innovativa macchina fotografica multispettrale.

Cosa accomuna questi studiosi? Forse il coraggio. Il coraggio di mettere in discussione ciò che altri colleghi avevano acriticamente dato per certo, vale a dire quell’eredità di sapere a noi lasciata da un mostro sacro come Giorgio Vasari.

Leonardo da Vinci, La Gioconda (1503-1514 circa). Olio su tavola di pioppo (77×53 cm). Museo del Louvre, Parigi.

La Gioconda e il Vasari

Non che il Vasari fosse un mentitore seriale o non avesse dalla sua competenze a sufficienza per trattare l’argomento, solo che il buon Giorgio con tutta probabilità il dipinto non lo vide mai. Scrisse a proposito de La Gioconda affidandosi a testimonianze raccolte quasi mezzo secolo dopo la realizzazione dell’opera, quando questa era in Francia già da un pezzo e in quel di Firenze non ne circolava ché il ricordo abbondantemente slavato.

Ma cosa non torna, esattamente, nella descrizione che il critico fiorentino dà del più noto lavoro leonardesco? Andiamo a vedere.

La testa di Monna Lisa Gherardini

Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie; e quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il Re Francesco di Francia in Fontanableo; nella qual testa chi voleva vedere quanto l’arte potesse imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, perché quivi erano contraffatte tutte le minuzie che si possono con sottigliezza dipignere.”

Dalle parole del Vasari possiamo apprendere che Leonardo trascinò il lavoro del ritratto a Lisa Gherardini per quattro anni lasciandolo tuttavia imperfetto, cioè incompiuto. E che l’unica parte portata a termine dal maestro, ovvero la testa, aveva un ché di eccezionale.

Questa lettura assume ancora maggior valore se le viene accostata un’annotazione apportata in un volume delle Epistulae ad familiares di Cicerone (oggi custodito presso la Biblioteca Universitaria di Heidelberg) da Agostino Vespucci, un funzionario della segreteria del governo fiorentino che ben conosceva Leonardo e le cose fiorentine, a margine di un passo dove si diceva che Apelle eseguì con maestria la testa di Venere ma lasciò incompiuto il resto:

“Così Leonardo da Vinci fa in tutti i suoi dipinti, come ad esempio con la testa di Lisa del Giocondo e Anna madre della Vergine. Ottobre 1503”.

Le belle sopracciglia della Gioconda

È evidente che il quadro più ammirato al Museo del Louvre è tutto fuorché non terminato, ma le inconciliabilità tra il dipinto e la descrizione che di esso dà il Vasari non si esauriscono affatto qui.

Leggiamo infatti di buffoni assoldati dalla bottega leonardesca per provocare il riso nella donna, affinché questa potesse essere ritratta con fare allegro. Ma non è certo l’allegria la prima cosa a cui pensa chi posa per un attimo gli occhi sulla Gioconda, anzi, a ben vedere, l’emozione che più sembra trasparire dalla tavola è forse il suo contrario: la malinconia.

E ancora: il testo contiene un elogio al modo in cui il maestro toscano ha saputo rendere ciglia e sopracciglia, elementi poi descritti accuratamente come cosa viva. Ora, si può stare a disquisire se la Gioconda possegga o meno tracce di sopracciglia, ma certo è molto difficile spendere in merito più di una manciata di sillabe.

Tornando poi alle righe de Le Vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri citate grosso modo all’inizio dell’articolo, i lettori più attenti non avranno potuto fare a meno di notare il cacofonico effetto di una frase in particolare, ovvero di quel “la quale opera oggi è appresso al Re Francesco di Francia in Fontambleo”, per nulla integrata al resto del testo e addirittura colpevole di  dividere la descrizione nel suo bel mezzo, quasi fosse stata messa lì in un secondo momento per dare un’informazione aggiuntiva che non era possibile inserire altrove nello scritto.

E questa tesi, come sostiene Roberto Zapperi nel libro Monna Lisa addio, potrebbe non essere troppo lontana dal vero.

Le appena visibili sopracciglia della Gioconda
Come si può vedere da questo particolare, le sopracciglia della Gioconda risultano quasi assenti.

Un incredibile scambio di persona

Come andarono, quindi, le cose? Probabilmente l’autore de Le Vite sentì parlare del ritratto di Lisa Gherardini, gli venne confidato che questo era stato cominciato, ma che poi i lavori – per quanto eccellenti – si erano fermati alla sola testa. Dove tuttavia questo quadro fosse andato a cacciarsi, nessuno lo sapeva.

A distanza di anni, quando la prima stesura della raccolta delle Vite era ormai conclusa, il Vasari si sentì forse in obbligo di arricchirla con le informazioni successivamente ottenute da artisti di ritorno dalla Francia (incontri abbondantemente documentati) che gli confidarono d’aver avuto modo di vedere presso la collezione reale di Fontainebleau un ritratto di donna eseguito da Leonardo, bellissimo e finito, che il nostro Giorgio deve aver creduto essere quello di cui nessuno aveva più notizie da un pezzo, la Monna Lisa, appunto. E invece era solo… la Gioconda!

Ma che il quadro ritraente Lisa Gherardini del Giocondo non sia stato ultimato è dimostrabile dal fatto che Leonardo, abbandonata Firenze nel 1506, vi ritornò più volte e mai si fece vivo col committente. Inoltre, quando Francesco del Giocondo nel 1537 si ritrovò a far testamento elogiò la moglie, menzionò altri dipinti in suo possesso, ma non spese parola circa il ritratto che della compagna fece Leonardo, allora forse l’artista più celebre. Del resto, nessun documento inerente il pagamento per il dipinto è mai stato rinvenuto.

Sia come sia, stupisce anche il fatto che il genio toscano, abituato a lavorare per illustri e nobilissimi abbia accettato un incarico da Francesco del Giocondo, un mercante arricchitosi solo di recente e per giunta praticante usura. E questa caduta di stile da parte di Leonardo potrebbe essere avvenuta soltanto nei primi mesi del 1500, quando questi abbandonò Milano e si ritrovò a Firenze, momentaneamente a corto di commissioni e denaro.

Quindi, se la donna ritratta è la Lisa Gherardini che conosciamo, nata il 15 giugno 1479, la Gioconda è una ventunenne. Decisamente sbalorditivo, se non per nulla credibile.

Che sia dunque un’altra donna?

Ipotesi Pacifica Brandani da Urbino

Quello del Vasari non è l’unico racconto sulla Gioconda, non è nemmeno quello che più le si avvicina in termini di contemporaneità.

Si dà infatti il caso che un uomo raccolse informazioni sulla Gioconda da Leonardo stesso: costui è Antonio De Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, che era solito annotare su un diario tutto ciò che d’interessante accadeva a lui e al suo padrone.

Nel 1517 il religioso e il suo aiutante avevano pensato di unire il dilettevole all’utile, di prendere cioè a viaggiare per l’Europa occidentale e di mettere un po’ di distanza tra i loro corpi mortali e le malelingue romane che volevano Luigi implicato in una congiura non riuscita ai danni di Papa Leone X.

Visto l’interesse per l’arte che era proprio del facoltoso cardinale i due, una volta in Francia, pensarono bene di andare a vedere cosa stava combinando da quelle parti il famosissimo Leonardo da Vinci. L’artista accolse con cordialità i viaggiatori e mostrò loro tre quadri: il San Giovanni Battista, Sant’Anna con in grembo la Madonna e Gesù e, infine, il ritratto di una donna. L’ultimo lavoro era quello de La Gioconda che il maestro confidò essergli stato richiesto da Giuliano de’ Medici, suo protettore tra il 1513 e il 1515 (QUI MAGGIORI INFORMAZIONI sul committente).

Ora, tanto Luigi d’Aragona quanto Leonardo avevano avuto modo di conoscere bene sia Giuliano de’ Medici che la di lui moglie Filiberta di Savoia. Di sicuro il soggetto ritratto aveva una qualche importanza per Giuliano, ma non era Filiberta. E allora chi? Con tutta probabilità si tratta di Pacifica Brandani da Urbino.

Giovanni Francesco Penni, Ritratto di Giuliano de’ Medici (1515). Tempera e olio su tela (83,2 x 66 cm). The Metropolitan Museum of Art, New York.

Come mai Giuliano de’ Medici commissionò la Gioconda?

Facciamo un passo in dietro. Lorenzo il Magnifico ebbe tre figli maschi. Il progetto di costui prevedeva Pietro, il maggiore, suo successore come guida della città e vedeva il mezzano Giovanni tentare la scalata alle migliori cariche ecclesiastiche così da garantire l’appoggio della Chiesa alla famiglia. E il terzo, il nostro Giuliano, doveva restare lì a farsi coccolare, a scrivere poesie e a far da piano B nel caso in cui qualcosa fosse andato storto a uno dei fratelli.

Ma le cose per i Medici andarono molto peggio di quanto Lorenzo avesse potuto preventivare: a nemmeno due anni dalla dipartita del padre, gli eredi vennero cacciati da Firenze con l’accusa di aver stretto accordi con il Re di Francia Carlo VIII senza farsi preventivamente autorizzare dai Consigli. Ora, se Giovanni godeva di diverse rendite ottenute per via del suo essere divenuto cardinale, Pietro e Giuliano non potevano più contare il becco d’un quattrino.

I due fratelli più sfortunati presero quindi a essere ospitati da varie corti italiane, dove Giuliano ebbe modo di intessere più di una qualche relazione piccante (come racconta la sua stessa produzione letteraria).

Nel 1503 Piero, al soldo dei francesi, morì annegato nel fiume Garigliano combattendo gli spagnoli e Giuliano pensò bene di trasferirsi a Roma per meglio godere dei sempre maggiori introiti del fratello Giovanni. È qui, nella città del Colosseo, che Giuliano ebbe modo di impressionare Guidobaldo da Montefeltro con la passione per arte e letteratura che gli era propria, ricevendone in cambio l’invito a trasferirsi a Urbino presso IL PIÙ CELEBRE PALAZZO D’ITALIA.

Dio perdoni Pacifica Brandani

Nella bella città appenninica il figlio minore del Magnifico poté dare sfogo al suo amore per ogni forma d’arte e assecondare la propria natura oltremodo libertina. Documenti attestano persino che le numerose relazioni intrecciate con dame facoltose fruttarono al nostro buon Giuliano diversi monili poi dallo stesso monetizzati al banco dei pegni per perdersi in nuovi bagordi.

E un così disinvolto modo di prendere la vita non poteva, a sua volta, che generare vita. L’Instrumento di Santa Maria di Pian del Mercato riporta infatti che in data 19 aprile 1511 venne esposto presso la Chiesa di Santa Chiara un bimbo appena nato al quale fu imposto il nome di Pasqualino. Sul registro degli esposti ci sono dati sufficienti per risalire al chi ne fosse la madre, vale a dire Pacifica Brandani, morta durante o poco dopo il parto. Non manca neppure un appunto, probabilmente scritto di proprio pugno dall’estensore del registro, che recita: Dio la perdoni.

Sicuramente il commentatore conosceva Pacifica Brandani. Anzi, a Urbino dovevano conoscerla proprio tutti dal momento che era una donna decisamente avvenente. Non di meno, Pacifica Brandani proveniva da una famiglia molto rispettata e facoltosa, i cui membri non di rado avevano ricoperto ruoli di assoluta importanza per la città e per i Montefeltro.

Ma se i Brandani erano così benestanti perché non si sono fatti carico del nuovo nato, magari assumendo una balia? Forse quel Dio la perdoni la dice lunga sui sentimenti del di lei marito, il quale deve essersi messo parecchio di traverso, impuntandosi sul non voler riconoscere il piccolo come figlio suo.

D’altro canto nemmeno Giuliano de’ Medici pareva dare importanza al nuovo venuto: si trovava fuori città, del tutto tranquillo e assolutamente fermo nell’idea che il bimbo fosse di un suo rivale in amore, un nobile urbinate conosciuto come Federico Ventura.

Il bel Palazzo urbinate in notturna.

Papà, marito, duca

In una piccola città come è Urbino, le voci corrono veloci. Fu la stessa Duchessa Elisabetta Gonzaga a inviare un messaggio a Giuliano de’ Medici per avvisarlo che con tutta probabilità il bambino era suo. Sia come sia, che credette alle parole della nobile amica urbinate o che avesse semplicemente approfittato delle circostanze per rimpolpare la scarna discendenza maschile dei Medici, il donnaiolo toscano decise di farsi carico del fanciullo e di tenerlo con sé a Roma, non prima però di aver cambiato lui il nome di Pasqualino con il più sofisticato Ippolito.

La paternità dovette arrecare parecchia fortuna al nostro Giuliano, dato che di lì a poco il fratello Giovanni divenne papa con il nome di Leone X e le sue entrate, complice anche il matrimonio con Filiberta di Savoia che si sarebbe celebrato di lì a poco, conobbero una repentina impennata. Questa improvvisa ricchezza consentì al Medici di vivere nel lusso più sfrenato, in una sorta di festa perenne, e di farsi protettore di svariati artisti e letterati.

Ma proprio in questo periodo di sregolatezze, in vista dell’unione che avrebbe portato Giuliano a divenire futuro Duca di Nemours, il piccolo Ippolito deve avergli chiesto se Filiberta, la donna che egli si apprestava a sposare, fosse la sua mamma. Non lo era. E il tormento del piccolo, vale a dire quello di non aver mai conosciuto la donna che gli diede la vita, divenne personale tormento anche del padre. E così Giuliano de’Medici commissionò a Leonardo da Vinci – il suo protetto più formidabile – il ritratto di Pacifica Brandani, così che il bimbo potesse conoscere la madre almeno con lo sguardo.

Ma il quadro non finì affatto nelle mani di chi lo aveva commissionato, perché Giuliano morì prima che il dipinto gli fosse consegnato. La Gioconda seguì dunque il suo creatore Leonardo in Francia, dov’è tuttora.

Pacifica Brandani: altri tasselli del puzzle

La tesi del professor Zapperi che vede Pacifica Brandani da Urbino nei panni de La Gioconda è più o meno contemporanea al documentatissimo lavoro di Olivia Nesci e Rosetta Borchia che hanno identificato lo sfondo del dipinto non già con la consueta Valdarno, ma con le terre del Ducato d’Urbino.

Maggiori informazioni nel video sottostante:

Un altro contributo decisamente importante è quello di Pascal Cotte che nel 2004 fu invitato dal Louvre per eseguire la scansione del dipinto e identificarne così i colori originali. Ma l’ingegner Pascal non si limitò a individuare le antiche tinte: quello che lo studioso scoprì – grazie ad un innovativo dispositivo capace di far penetrare lo sguardo attraverso le diverse mani di pittura – fu che in una versione precedente la donna immortalata nel quadro possedeva una testa più grande e un’acconciatura molto elaborata che poco ha a che vedere con la Gioconda. Ancor più sotto è poi visibile un’altra testa che presenta sopracciglia molto marcate, una bocca più piccola e lineamenti piuttosto acerbi.

Sopracciglia e lineamenti acerbi? Allora forse il Vasari non si era sbagliato del tutto: la stessa tavola, oltre al volto visibile di Pacifica Brandani, potrebbe conservare nascosto sul fondo degli strati di colore anche quello incompiuto di Monna Lisa Gherardini.

Forse potrebbe interessarti anche l’articolo su La Muta di Raffaello, un altro tra i ritratti più enigmatici nella grande storia dell’arte.

BIBLIOGRAFIA

  • R. ZAPPERI – Monna Lisa addio – Casa Editrice Le Lettere, 2012
  • P. C. MARANI – Leonardo, La Gioconda – Giunti Editore, 2004
  • O. NESCI/ R. BORCHIA – Codice P. Atlante illustrato del reale paesaggio della Gioconda – Mondadori Electa, 2012
  • F. FILIPPETTI/ E. RAVAGLIA – Alla scoperta dei segreti perduti delle Marche – Newton Compton, 2017

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