Pasquale Rotondi, l’uomo che salvò l’arte e l’anima d’Italia.

Se c’è una storia che più di altre merita d’esser detta è senz’altro quella che vede per protagonista Pasquale Rotondi, l’uomo che salvò l’arte dalla furia della Seconda Guerra Mondiale e che nemmeno – causa l’infinita modestia che gli era propria – rivendicò mai pubblicamente la paternità delle sue coraggiose azioni, azioni che rimasero nell’ombra fino agli anni ’80, quando l’allora Sindaco di Sassocorvaro Oriano Giacomi decise di mettere il mondo a parte di questa incredibile serie di eventi che di seguito raccontiamo.

Furono le parole pronunciate da Mussolini il 10 giugno del 1940 a gettare ufficialmente l’Italia in quello che probabilmente è da considerarsi come il conflitto più sanguinoso di sempre, vale a dire la Seconda Guerra Mondiale.

Molte cose inerenti la nostra partecipazione agli eventi bellici – ce lo raccontano dettagliatamente i libri di storia – furono dal regime lasciate al caso, ma non la tutela delle opere d’arte. Perché? Perché per il dittatore Benito Mussolini il patrimonio artistico nazionale non solo rappresentava un vanto, ma incarnava anche la prova tangibile del genio italiano, il motivo per il quale proprio al nostro Paese sarebbe dovuto spettare di diritto un ruolo di primissimo piano sul panorama politico europeo.

E così furono fortificati gli edifici di una qualche importanza storico-artistica con l’ausilio di sacchi di sabbia, mentre i beni mobili vennero portati via dai musei, dalle chiese e dagli archivi per trovare ricovero, ben imballati, in luoghi accuratamente scelti dalle sovrintendenze locali.

Nell’immagine una cassa contenente il San Giovanni Battista di Tiziano viene condotta all’interno del rifugio di Sassocorvaro.

Pasquale Rotondi e i rifugi del Montefeltro

Pasquale Rotondi – trentunenne sovrintendente urbinate – impiegò tempo, svariate titubanze e infinite perlustrazioni per designare il rifugio che avrebbe ospitato l’enorme patrimonio mobile delle Marche. Pensò a Urbino e al suo Palazzo Ducale, al Palazzo dei Priori di Sassoferrato, al Castello dei Brancaleoni di Piobbico e a numerose altre soluzioni più o meno praticabili. Infine, però, fece cadere la scelta sulla Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro: una meravigliosa costruzione realizzata secondo i progetti del geniale Francesco di Giorgio Martini sul finire del XV secolo.

In effetti, nessun altro luogo sembrava più incline della rocca sassocorvarese a essere riattato a rifugio in cui occultare preziosi capolavori: parliamo di un edificio a metà via tra fortilizio e dimora signorile, per cui le mura erano certo solide, ma le sue stanze si mostravano ben lontane dall’essere umide e anguste come quelle di una costruzione pensata unicamente per la guerra. Non di meno, Sassocorvaro era cittadina piuttosto distante da obbiettivi di una qualche importanza strategica come ferrovie o rilevanti poli produttivi.

Nella prima metà del giugno 1940 statue, quadri e libri antichi provenienti da tutte le Marche, ammassati su camion scortati dai regi carabinieri, attaccarono a giungere in quel della Rocca Ubaldinesca dando in questo modo origine alla più massiccia azione di salvataggio di opere d’arte mai conosciuta dall’umanità.

Un camion carico di opere d’arte in arrivo presso la Rocca Ubaldinesca di Sassocorvaro.

Dalle Marche all’Italia

Di tanto in tanto i capolavori stipati entro la rocca venivano sottoposti a controlli così da avere un’idea circa lo stato di conservazione degli stessi. I risultati – al pari del lavoro del sovrintendente d’Urbino – furono sempre considerati più che soddisfacenti, tanto che il Ministero dell’Educazione Nazionale decise di affidare gradualmente a Pasquale Rotondi anche la gran parte di beni mobili proveniente dal resto del Paese.

Ecco allora che già dal mese di ottobre attaccarono ad arrivare in quel di Sassocorvaro le maggiori opere dei musei veneziani – capolavori nati dal talento di maestri quali Canaletto, Giorgione, Mantegna, Tintoretto e Tiziano – subito seguite a ruota da altri inestimabili lavori provenienti da regioni vicine e lontane.

Le richieste di soccorso inviate al giovane sovrintendente urbinate dal ’42 presero, se possibile, a farsi  ancor più pressanti: emerse infatti chiara tutta l’impreparazione dei reparti italiani che non solo non riuscivano ad aggredire il nemico come sperato, ma nemmeno si mostravano capaci di tenerlo a bada in casa nostra. In effetti, di lì a poco, i cieli d’Italia divennero cosa dell’aviazione alleata e, con i bombardieri costantemente pronti a sganciare il loro carico di morte su obiettivi militari e civili, crebbero le preoccupazioni in merito al patrimonio artistico stipato nei rifugi delle città più grandi.

Questa volta toccò di bussare alla porta della piccola Sassocorvaro nientemeno che a Lazio e Lombardia. Solo che di spazio nella bella rocca marchigiana non ce n’era più. Il senso del dovere era tuttavia in Pasquale Rotondi troppo spiccato perché egli potesse rispondere picche alle richieste d’aiuto provenienti da due suoi stimati colleghi. Così – con il benestare del Principe Ulderico di Carpegna Falconieri – fece allestire un secondo ricovero presso Palazzo dei Principi nella vicina cittadina di Carpegna, elegante sito seicentesco che ben presto si riempì dei più significativi lavori contemplati in ogni buon manuale di Storia dell’Arte. Parliamo, tra le altre, di opere nate dalle mani di Raffaello, di Caravaggio, di Antonello da Messina.

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Il coraggio di Pasquale Rotondi

Ora, sotto la diretta responsabilità di Pasquale Rotondi, figuravano ben 10.000 tra le più preziose opere d’arte. Un bel carico da novanta se pensiamo allo stato in cui versava il Paese nel’43: gli alleati erano sbarcati in Sicilia trovando l’esercito italiano del tutto sfaldato, Mussolini era stato defenestrato dal Gran Consiglio del Fascismo e gli amici erano divenuti nemici in casa.

Le preoccupazioni del sovrintendente crebbero a dismisura nella notte del 20 ottobre, allorché un reparto di SS si presentò in assetto da guerra a Carpegna, occupando Palazzo dei Principi. I tedeschi, ispezionando l’edificio, trovarono un gran numero di casse e si fecero l’idea che queste potessero contenere munizioni. Così ne aprirono una e la trovarono colma di vecchi fogli: erano spartiti scritti di proprio pugno da Gioachino Rossini. Per fortuna i soldati non capirono cosa era capitato sotto i loro occhi e, soprattutto, si fecero bastare quanto visto per decretare l’inutilità di quel materiale: se avessero aperto la cassa vicina si sarebbero imbattuti nientemeno che nella Pala d’Oro di Venezia.

Rotondi e i suoi collaboratori vissero momenti colmi d’angoscia nel sapere che ogni minuto poteva essere quello buono perché i tedeschi caricassero tutto quel ben di Dio sui loro camion per farlo poi riapparire come per magia, magari a distanza di tempo, in una qualche grande città della Germania.

Di certo poi la constatazione che ormai anche il vicinissimo ricovero di Sassocorvaro era tutto fuorché sicuro non contribuiva a smorzare l’inquietudine. Pasquale Rotondi, tuttavia, non si rassegnò: giocando d’anticipo si recò presso la Rocca Ubaldinesca e prese di nascosto la Tempesta di Giorgione, alcune opere del Bellini, del Lotto e del Mantegna per occultarle nuovamente, questa volta in alcuni recessi ipogei nei sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino.

L’impresa riuscì e diede al giovane sovrintendente abbastanza fiducia per sfidare ancora la sorte e passare i giorni seguenti a far la spola tra Sassocorvaro e l’antica capitale feltresca con tra le mani altri inestimabili pezzi d’arte.

Pasquale Rotondi con l'autista Augusto Pretelli e la sua Balilla davanti Palazzo Ducale a Urbino
Pasquale Rotondi con l’autista Augusto Pretelli e la sua Balilla davanti Palazzo Ducale a Urbino.

Insperati aiuti

In un momento di stacco da quei folli viaggi si presentò al Rotondi un aiuto del tutto inatteso: era il Professor Piccoli che chiedeva, a nome delle chiese veneziane, di riavere indietro quanto affidato alla sovrintendenza marchigiana.

L’uomo da cui dipendevano i rifugi di Carpegna e Sassocorvaro prese la palla al balzo e in quattro e quattr’otto ordì un piano semplice, pazzo, ardito. Compilò documenti, coinvolse uomini di chiesa e reperì un capiente autotreno col quale si presentò il 2 novembre dinnanzi Palazzo dei Principi e a una sbigottita schiera di ufficiali tedeschi.

I nuovi occupanti il Palazzo non si mostrarono ostili più del dovuto e, vista la richiesta scritta e compilata a nome del Vaticano, diedero il via libera affinché Pasquale Rotondi e i suoi compari caricassero sul camion le opere sacre appartenenti alle chiese della città lagunare. Il sovrintendente, però, aveva da subito visto lungo e già al momento dello stoccaggio aveva contraffatto le etichette indicanti il contenuto delle casse. Questa scaltrezza diede lui modo di soffiar via ai tedeschi, oltre a quelle della Chiesa, anche opere appartenenti allo Stato Italiano.

Il coraggioso sovrintendente sembrò averci preso gusto e a distanza di qualche settimana ripeté l’operazione, questa volta con l’aiuto di Milano e del Professor Pacchioni. Certo, egli non poteva sperare di salvare tutto di quanto contenuto nei rifugi di sua competenza con queste sporadiche sortite. Ma la fortuna aiuta gli audaci, si dice. E allora ecco che d’improvviso comparve in soccorso, a pochi giorni dal Natale del 1943, l’Ispettore centrale del Ministero Nazionale dell’Educazione Emilio Lavagnino che, a capo di una colonna d’automezzi e col benestare dell’ambasciata tedesca, stava assolvendo il compito lui assegnato di ritirare dai rifugi non più sicuri le opere d’arte appartenenti alla Chiesa per condurle in salvo presso Città del Vaticano.

L’arte fu salva. E qualcuno afferma che con essa venne salvata anche l’anima dell’Italia.

Palazzo dei Principi a Carpegna, uno dei rifugi scelti da Pasquale Rotondi
Palazzo dei Principi a Carpegna, uno dei rifugi scelti da Pasquale Rotondi

BIBLIOGRAFIA

  • CORINALDESI D. – Guerra all’arte in “Gli enigmi della Storia” – a. VII, n° 39, gennaio-febbraio 2021;
  • TIBERI S. – Lo scrigno. Pasquale Rotondi e l’Operazione Salvataggio – Leardini, 2018;
  • TOCCACIELI M. / PICCINI M. – Rocca Ubaldinesca. Storie, misteri, protagonisti – Youcanprint, 2020.

Forse potrebbe interessarti anche la storia delle MISTERIOSE CAMPANE DI CARPEGNA o quella del BRIGANTE MUSOLINO catturato presso il Furlo.

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Una risposta

  1. Fiorenza Martufi ha detto:

    Il prof Filippo Martufi preside in quegli anni della scuola media con sede nella Rocca di Sassocorvaro, ciociaro e compagno di studi università di Rotondi, collaborò alla operazione di salvataggio rendendo disponibili i locali e cooperando alla sistemazione delle opere

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