Valbruna, il gioiello sommerso dell’Adriatico

Ci fu un tempo in cui la lussureggiante Vallugola fendeva l’Adriatico per centinaia di metri. Era questa una lingua di terra caparbia e resiliente sulla quale i greci edificarono una splendida città conosciuta come Valbruna. Il leggendario abitato era fatto di ricchi palazzi, statue, marmi, templi e ampi magazzini. E anche, per non dire soprattutto, di un porto attivo e pulsante dove le navi elleniche – ricolme di anfore di olio, grano e vino- attraccavano per poi, alleggerite le stive, rimpinzarsi di prodotti finemente lavorati dagli industriosi residenti.

Questa città aperta sul mare, ma con le spalle protette dai due giganti Gabicce Monte e Casteldimezzo, è svanita d’improvviso. Fonti del XVII secolo affermano che durante i viaggi in nave si potevano ancora vedere, al di sotto della superficie dell’acqua, palazzi e torri del tutto intatti. Il lento passaggio delle correnti marine ha poi pian piano consumato e sciolto l’ossatura di Valbruna sino a far dubitare noi contemporanei della sua stessa esistenza.

Tuttavia sono molteplici le leggende e i racconti che, cavalcando i secoli, sono giunti sino ai giorni nostri. Tra queste storie, una più di altre sa colpire l’interesse.

Si dice che la città costruita dai greci conobbe tempi di esorbitanti guadagni e fitti commerci. Ma si mormora anche che la gente di Valbruna non ebbe occhi che per il presente, non avvedendosi di conseguenza dell’erosione portata dalle correnti che minacciava mortalmente il futuro. Proprio da ciò il racconto caro alla tradizione popolare prende le mosse.

La leggenda di Valbruna

La leggenda vuole che Nettuno, dopo secoli di silenzio, prese d’un tratto a rivendicare quel lembo di terra che gli era scappato, quell’insieme ribelle di sassi che osava sbeffeggiarlo alla luce del sole e promise che, anche a costo di battagliare per ogni centimetro, l’avrebbe fatto di nuovo suo.

I valbrunini, persi dentro i loro portafogli, non si accorsero di nulla, se non quando buona parte della piccola penisola era ormai sommersa. Tentarono di riparare opponendo al mare palizzate e massi di pietra che riuscirono ad arginare le flebili maree estive. Ma le fameliche onde invernali, naturale prolungamento della barba di Nettuno, devastarono quelle opere umane che dovettero giudicare ridicole e saccheggiarono abitazioni e magazzini, custodi quest’ultimi dei prodotti già ordinati e venduti. E, ancor più grave, andarono mietendo vite umane in gran numero.

Ogni volta che Nettuno dava segno di essersi pacificato, le difficili ed estenuanti opere di riedificazione degli argini e della città si moltiplicavano, ma ormai i commercianti non consideravano più quello di Valbruna un porto sicuro per i loro affari. I traffici si spostarono dunque in località più tranquille e lontane dalle mire del Dio dei mari.

Fu un duro colpo per i Valbrunini che, tuttavia, si adoperarono con ancora più tenacia nella ricostruzione senza considerare che l’estate era ormai alle spalle e davanti c’era il temibile inverno.

Nettuno offre doni a Venezia, Giovanni Battista Tiepolo, 1740. Immagine di pubblico dominio.

Le truppe di Nettuno si andarono a raccogliere attorno alla città e, all’ordine del loro Signore, si sciolsero in un vorace assalto. Le nuove fondamenta rocciose, come impavidi guerrieri, resistettero al primo iroso impeto del mare e Valbruna fu, almeno per il momento, salva.

I giorni seguenti furono segnati da una pioggia battente e incessante che andò a rinvigorire le armate assalitrici e a ingrossare fiumi e torrenti che, straripando, portarono nuove armi al mare, quali fanghiglia, pietre e tronchi.

Una nuova notte si presentò ai valbrunini, una notte furiosa come non s’era mai vista, vestita d’un abito sinistro ricamato di nuvole incombenti e impreziosito di lampi che imprimevano terrificanti istantanee negli occhi dei sopravvissuti all’interminabile assalto.

Nei frammenti di luce che la cupa signora concedeva si potevano appena intravedere gli scudi rocciosi svanire ripetutamente sotto il peso furioso delle onde, per riapparire vittoriosi e fedeli all’ordine di protezione. Così, al ritmo delle onde, andavano e venivano le grida di gioia e di smarrimento degli assediati.

D’improvviso, un sotterraneo ruggito seguito da un infausto fremito della terra sospese l’esultanza degli uomini, il furore di Nettuno e l’incombenza arcigna della notte. Ci fu una sola scossa, una scossa che cambiò definitivamente le carte in tavola. I valbrunini ebbero appena il tempo di riprendere il fiato necessario per chiedere alle proprie gambe di portarli ovunque, purché in salvo; mentre un intero colle piombava disarticolato in mare. Un unico inaspettato tuffo, che provocò un’onda d’urto tale da sparigliare le file degl’intrepidi guerrieri sino a disperderli.

La gente che aveva abbandonato per tempo il conteso lembo di terra, rintanandosi dentro la selva di Vallugola, si vide la vita risparmiata. Gli altri, arroccati sui tetti delle abitazioni, forti della difesa rocciosa, dovettero fare i conti direttamente con i flutti di Nettuno.

I sopravvissuti si stabilirono sui promontori alle spalle della sprofondata città, con la promessa, dopo essersi leccati le ferite, di tornare a vivere in riva al mare.

Quella fu per Valbruna l’ultima stagione, per lo meno sopra il filo dell’acqua. L’unico segno visibile del suo passaggio terreno è un cippo intitolato a Giove Sereno, protettore dei naviganti, posto sul promontorio di Gabicce Monte.

La leggenda vuole che Nettuno regalò “Valbruna il gioiello” alle sirene, sue ancelle, che ancora oggi amano affiorare dalle acque antistanti la baia di Vallugola per raccontare la grandezza del loro Signore.

BIBLIOGRAFIA

  • BALDINI ERALDO – Romagna misteriosa. Storie e leggende di mare e di costa– Il Ponte Vecchio, 2019;
  • FILIPPETTI FABIO/RAVAGLIA ELSA – Alla scoperta dei segreti perduti delle Marche – Newton Compton, 2017;
  • RICIPUTI AROLDO – La città sommersa: Conca o Valbruna – 1958.

Se ti è piaciuta la leggenda della città sommersa di Valbruna, potresti leggere anche la STORIA DEL CROCIFISSO VENUTO DAL MARE che ha per sfondo la vicina Casteldimezzo.

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Una risposta

  1. Luca Mattioli ha detto:

    Molto interessante

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