Valle di Teva e le miracolose acque

Le abitazioni in arenaria che ancora resistono non bastano a far percepire Valle di Teva per quello che in effetti era: un castello antico, arcigno e – con le 28 famiglie che vi risiedevano a tutto il ‘400 – piuttosto popoloso. D’altra parte, le possenti mura che abbellivano e proteggevano l’abitato continuano a esistere soltanto nelle parole di qualche scrittore pressoché dimenticato, mentre intonaci dai colori slavati e un moderno campanile che si getta a solleticare il cielo donano al tutto più un ché di obsoleto che non di antico.

Il moderno campanile della frazione.

Eppure, se non è corretto parlare di “meta turistica” dei tempi che furono, possiamo almeno dire che Valle di Teva era luogo particolarmente apprezzato, almeno fino all’avvento dell’industria e della modernità.

La buona notizia per noi contemporanei è che cotanto splendore non è affatto andato perso, a un certo punto si è semplicemente smesso di dirne.

L’intonaco di questa costruzione dona a Valle di Teva un ché di romantico, ma al contempo suggerisce che il paese ha conosciuto giorni migliori.

Il perché di questo silenzio è presto rivelato: anzitutto Valteva è luogo particolarmente isolato e la sua solitudine viene ulteriormente acuita dal fatto che si tratta di un’isola amministrativa (cioè il suo territorio non tocca quello di Monte Cerignone, suo capoluogo comunale); in secondo luogo, la fertilissima terra del posto, potente attrattiva e promessa di felicità per l’uomo fino al secondo dopoguerra, oggi ha perso quasi del tutto il suo fascino.

Le meraviglie del luogo non sono, però, solo quelle visibili all’occhio, né tanto meno unicamente quelle che si possono relazionare alla produttività del suolo.

Un’antica (e piuttosto suggestiva) abitazione.

Molti, e tra questi anche Pier Antonio Guerrieri da Carpegna che nel 1667 ne scrisse nel suo La Carpegna abbellita et il  Monte Feltro illustrato, vedono diverse analogie tra Valle di Teva e l’Elicona, il monte sacro agli dei greci e residenza delle Muse. Similitudini buone a far del nostro borghetto luogo tradizionalmente ideale per artisti, poeti e creativi in genere, e dei suoi abitanti persone particolarmente dotate d’intelletto.

E, dopotutto, questa gente qualche qualità straordinaria deve senz’altro possederla se è vero che è riuscita a mantenere un incredibile segreto per generazioni, ovvero fino ai primi anni di questo secolo, quando lo studioso Angelo Chiaretti rintracciò una folta letteratura – che va dall’epoca romana al Seicento – che vede le acque del posto buone non solo a rendere fruttifere oltre ogni dire le piante, ma anche a rinvigorire gli appetiti maschili.

La Fonte di Priapo. Dopo che si è sparsa la notizia delle benefiche qualità delle sue acque è stata a lungo meta di uno tra i più strambi pellegrinaggi mai visti, una processione infinita di speranzosi uomini, comprensive signore e capienti damigiane.

Una diceria? Affatto. Un quotidiano locale, cavalcando piuttosto bene la notizia, fece fare delle analisi alle acque che sgorgano dalla locale e ormai celebre Fonte di Priapo. Ciò che ne è venuto fuori è che queste posseggono un’alta concentrazioni di nitrati, fatto che provoca in chi ne beve graditissimi effetti di vasodilatazione cardiovascolare. Effetti del tutto simili a quelli che porta in dote la pillolina acquistabile in farmacia, ma a gratis.

E allora, per chi si trova a passare di qui, una fermata alla Fonte di Priapo e un brindisi alla fertile Valle di Teva sono d’obbligo.

Cin cin.

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